Elaborato
di
Chiara
Bria
Camilla
Palmieri
Olivia
Barata Cavalcanti
Anno
scolastico 1998/99
Classe
II sezione i
Prof.
Teodosio Orlando
Galileo e il metodo scientifico
"Mi par che nelle dispute di problemi naturali non si dovrebbe cominciare dalle autorità di luoghi delle Scritture, ma dalle sensate esperienze e dalle dimostrazioni necessarie".
In questa frase diventata celebre, Galilei racchiude l'essenza del suo metodo d'indagine sulla natura, e cioè del metodo scientifico di cui è ritenuto uno dei fondatori nell'età moderna. La scienza è per Galilei conoscenza oggettiva, provvista di un metodo con cui essa costruisce le sue teorie: il metodo consiste tutto nelle "sensate esperienze" e nelle "necessarie dimostrazioni". "Sensate esperienze sono le esperienze effettuate attraverso i sensi, ossia le osservazioni, mentre le "certe dimostrazioni" sono le argomentazioni o le dimostrazioni che partono da premesse o ipotesi o supposizioni e deducono rigorosamente - come peraltro asseriva lo stesso Aristotele - quelle conseguenze che poi si ritrovano nella realtà.
L'esperienza scientifica comporta quindi - nelle parole di Galilei - da una parte l'osservazione dei fenomeni e dall'altra l'intervento della logica, del discorso che è proprietà della mente umana.
Quando, poi, si passa ad esaminare la relazione che intercorre tra l'esperienza che nasce dai sensi e la logica delle dimostrazioni che si sviluppa con il pensiero, si osserva subito che la ricerca di Galilei oscilla tra momenti in cui egli - sulla scia di Aristotele che "antepone le esperienze sensate a tutti i discorsi" - si fa assertore deciso di una scienza fondata sull'esperienza e momenti in cui, invece, sembra anteporre i discorsi all'esperienza e, quindi, le "suppositioni" alle osservazioni. Questo fatto ha indotto gli studiosi del metodo scientifico a vedere in Galilei un difensore del metodo induttivo proprio della scienza sperimentale o, al contrario, uno scienziato che esalta il potere della ragione deduttiva caratteristica del pensiero geometrico contro gli inganni che provengono dalla pura osservazione.
Nella realtà dei fatti, però, l'esperimento con cui Galilei mette alla prova e sottopone a verifica le ipotesi che nascono dall'osservazione dei fenomeni comporta una necessaria interazione tra osservazione e teoria. Essa si trova chiaramente espressa in un passo contenuto nell'opera Il Saggiatore rimasto giustamente famoso:
"La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi (io dico l'universo), ma non si può intendere se prima non s'impara a intender la lingua e conoscer i caratteri, ne' quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica e i caratteri son triangoli, cerchi ed altre figure geometriche, senza i quali mezi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto"
Quello che è chiaro è che la mente o la ragione, per Galilei, non accoglie in modo passivo l'esperienza ma interviene attivamente a costruirla con le sue ipotesi e con le sue teorie. È quanto sostiene Alexandre Koyré nel suo saggio "Galileo e Platone", quando afferma che l'esperimento "è il metodico interrogare la natura, che presuppone e richiede un linguaggio in cui formulare le domande e un vocabolario che permetta di leggere e interpretare le risposte.
Secondo Galileo, dobbiamo parlare alla Natura e riceverne le risposte in curve, cerchi, triangoli, in linguaggio matematico o più precisamente geometrico, non nel linguaggio del senso comune o quanto, in modo ancora più diretto, sostiene Geymonat quando scrive:
"È certo che Galileo non pensò a ricavare induttivamente dall'esperienza i concetti utilizzati per interpretarla; in particolare non lo fece per i concetti matematici. Il suo disinteresse per l'origine dei concetti utilizzati ad interpretare l'esperienza, è forse il punto in cui la metodologia galileiana più nettamente si distacca da ogni forma di empirismo filosofico; come il suo disinteresse per le cause è il punto in cui egli più nettamente si distacca dalle vecchie metafisiche della natura"
In effetti per Galilei l'esperienza scientifica si costruisce come una continua e necessaria interazione, quasi circolare, tra i fatti che si presentano all'osservazione e vanno interpretati (il che significa - come affermerà poi l'epistemologo Karl R. Popper - che le interpretazioni sono sempre compiute alla luce di qualche teoria) e le teorie che spesso hanno la forma di veri e propri esperimenti mentali (che sono ovviamente diversi dagli "esperimenti" che si eseguono concretamente). Tali esperimenti hanno il compito di provocare o di facilitare l'osservazione di nuovi fatti che possono, con il tempo, arrivare a falsificare teorie non più adeguate a descrivere la realtà. È il caso del sistema geocentrico aristotelico-tolemaico, che si voleva in accordo con il senso comune e con l'osservazione e che viene, invece, soppiantato dalla teoria eliocentrica di Copernico.
Si può ben capire come una tale figura di scienziato abbia interessato e affascinato un filosofo della scienza come Paul K. Feyerabend (nato nel 1924 e morto nel 1994), che nella sua opera più celebre, intitolata Contro il metodo, scritta in polemica contro ogni forma di empirismo sterile e dogmatico, abbozzando la sua teoria "anarchica" della conoscenza, vede in Galileo e nella sua esperienza di scienziato una felice sintesi tra rigore e assoluta libertà del metodo scientifico, una libertà che non ha impedito al grande pisano di difendere l'ipotesi copernicana facendo violenza continua all'apparenza dei fatti e a quella ragione su cui il metodo si voleva fondato.
L'ipotesi copernicana del moto terrestre era, al tempo di Galileo, così chiaramente e manifestamente incompatibile con i fatti, che Galileo dovette definirla come "sicuramente falsa" e contraria al "senso comune".
Convinto della concezione copernicana, Galileo assume allora un atteggiamento che va contro l'apparenza dei "fatti" e il metodo induttivo, facendo violenza a quello standard classico che vuole che tutta la conoscenza sia controllata dall'osservazione e che teorie in accordo con l'osservazione siano preferibili a teorie che non lo sono. E così, di fronte agli argomenti con cui gli aristotelici confutano Copernico e la sua ipotesi del moto della terra facendo ricorso all'osservazione (come quello della torre, per il quale l'osservazione dimostra che i corpi gravi "cadendo da alto a basso vengono per una linea retta e perpendicolare alla superficie della terra", segno dell'immobilità di quest'ultima), egli - afferma Feyerabend - ammette subito l'esattezza del contenuto sensibile dell'osservazione fatta, ossia che i gravi "cadendo da alto a basso vengono a perpendicolo sopra la superficie della terra". Tuttavia, sostituisce al tempo stesso con altre osservazioni quella che sembra danneggiare il punto di vista eliocentrico, elogia Copernico per non averne tenuto conto e afferma di avere eliminato le evidenze contrarie puntando il cannocchiale verso il cielo senza fornire alcuna ragione teorica per cui dovremmo attenderci da esso delle immagini fedeli della realtà.
E così - afferma ancora Feyerabend - se ci si esprime in modo paradossale ma non sbagliato, "si potrebbe dire che Galileo inventa un'esperienza che contiene ingredienti metafisici : inventa, cioè, "nuovi fatti" a sostegno dell'ipotesi copernicana servendosi, da una parte, del cannocchiale con cui riesce a "modificare il nucleo sensoriale dell'esperienza quotidiana" e a sostituirlo con fenomeni sconcertanti e inspiegati, e introducendo, dall'altra, un linguaggio di osservazione nuovo ed altamente astratto, con nuove interpretazioni naturali che contengono l'idea della relatività di ogni moto e la legge dell'inerzia circolare.
D'altra parte tali interpretazioni nuove non erano accettabili per il senso comune di allora e, per di più, osserva Feyerabend, erano associate con teorie inesatte. Così "emerge un nuovo genere di esperienza, costruito quasi di aria sottile. Questa nuova esperienza viene poi solidificata insinuando che in realtà essa è familiare ai lettori da sempre".
In altri termini, per raggiungere il suo scopo Galilei non fa semplici asserzioni o argomentazioni ma si serve dei mezzi della propaganda e non esita anche a ricorrere a veri e propri espedienti o trucchi psicologici che hanno molto successo e lo conducono alla vittoria. Questi trucchi "oscurano il fatto che l'esperienza su cui Galileo vuole fondare la concezione copernicana non è altro che il risultato della sua fertile immaginazione, che è un'esperienza inventata. Essi oscurano questo fatto insinuando che i nuovi risultati che emergono siano noti e concessi da tutti e che abbiano bisogno solo di richiamare su di sé la nostra attenzione per apparirci come l'espressione più ovvia della verità".
A questo miscuglio di teoria, mito e di elementi della psicologia umana che si insinua nella ricerca scientifica e dissolve le rigide norme del metodo, Feyerabend attribuisce la grandezza e il carattere innovativo e rivoluzionario dell'opera di Galileo che procedendo in tal modo "esibì uno stile, un sense of humour, un'elasticità ed eleganza e una consapevolezza della preziosa debolezza del pensiero umano, che non è mai stata eguagliata nella storia della scienza" .
Una consapevolezza che interessa la storia e l'evoluzione del pensiero scientifico e porta lo stesso Feyerabend ad affermare che "abbiamo bisogno di un mondo di sogno al fine di scoprire il carattere del mondo reale".
Il cannocchiale
Cercheremo ora di mettere in evidenza come le teorie di Feyerabend trovino la possibilità di un riscontro nella concreta prassi scientifica galileiana. In particolare, ci soffermeremo brevemente sull’uso del cannocchiale e su due esperimenti, quello relativo alle maree e quello del gran naviglio.
Nel Sidereus nuncius, Galileo annuncia le grandiose scoperte astronomiche che egli ha compiuto servendosi del nuovo strumento, il cannocchiale. In effetti, già alla fine del 1500 Leonardo Da Vinci parla di apparecchi simili, definendoli "occhiali da vedere la luna grande", costruiti in Italia; si sa di un cannocchiale italiano costruito nel 1590 di cui gli Olandesi Hans Lippershey e Zacharias Janssen avrebbero realizzato nel 1608, o forse prima, una copia.
Nel Sidereus nuncius Galileo parla di un occhiale realizzato da un fiammingo "per mezzo del quale gli oggetti, pur lontanissimi, si vedevano distintamente fossero vicini". Tutto questo è stato confermato da Jacopo Badouère, nobile francese, in una lettera che spinse Galileo a dedicarsi all’invenzione di un oggetto simile fondato sulla teoria della rifrazione, il cui principio è il cambiamento di direzione a cui è sottoposta la luce passando da un mezzo ad un altro. Il merito attribuitogli è quello di averne realizzati prototipi di qualità migliore e di averne intuito le straordinarie potenzialità attraverso sistematici processi di miglioramenti pratici. La struttura del cannocchiale realizzato da Galileo consta di un tubo di piombo alle cui estremità sono poste due lenti entrambe piane da un lato mentre dall’altra una concava e una convessa. Avvicinando l’occhio alla lente concava gli oggetti risultavano tre volte più vicini e nove volte più grandi rispetto a quando venivano guardati ad occhio nudo. In seguito ne preparò un altro che gli permetteva di ingrandire un oggetto più di sessanta volte e alla fine realizzò uno strumento che "le cose lontane per suo mezzo appaiono quasi mille volte più grandi e oltre trenta volte più vicine".
Differentemente dal telescopio kepleriano, costruito nel 1611 e più usato in astronomia, quello galileiano offre il vantaggio di un immagine dritta e per questo risulta preferibile per le osservazioni terrestri. Il telescopio di Keplero è costituito da due lenti convergenti con lunghezza focali differenti. La prima lente, detta obiettivo, fornisce un’immagine capovolta dell’oggetto mentre la seconda, oculare, ha la funzione di ingrandire differentemente dal cannocchiale di Galileo in cui l’oculare può avere un diametro più piccolo dell’obiettivo.
La differenza di Galileo sta nel fatto che sia riuscito a portare "dentro" la scienza questo apparecchio geniale concependolo come un "potenziamento dei nostri sensi", mentre la scienza medievale lo aveva del tutto ignorato in quanto c’era l’idea che le lenti ingannassero e che Dio ci avesse dato gli occhi sufficienti alla vista di tutte le cose che esistono.
Feyerabend ritiene tuttavia che Galileo non abbia offerto alcuna ragione teorica per cui il cannocchiale dovrebbe offrirci un’immagine fedele del cielo. Effettivamente egli si limita a preferire le osservazioni telescopiche a quelle compiute a occhio nudo basandosi semplicemente sulla teoria della rifrazione. In effetti le prime osservazioni telescopiche del cielo non erano soltanto in contrasto con ciò che chiunque potrebbe vedere a occhio nudo ma anche indistinte e contraddittorie, perché come già sapeva Aristotele, i sensi applicati in condizioni anomale forniscono risposte anomale. Secondo l’epistemologo austriaco, le osservazioni eseguite con il cannocchiale sarebbero state preferite da Galileo in quanto maggiormente in accordo con la cosmologia di Copernico. Tuttavia si potrebbe obiettare a Feyerabend che il cannocchiale galileiano stabilisce un nuovo modo di "vedere" la realtà che non può più essere pensata e concettualizzata secondo gli schemi tradizionali: si stabilisce un’interazione attiva e virtuosa tra ciò che dipende dalla realtà osservata e ciò che dipende dallo stesso cannocchiale: infatti, il cannocchiale determina una profonda modificazione dell’immagine conoscitiva della realtà, in cui lo strumento tecnico diventa una parte determinante del processo di costituzione del reale, che non può ridursi né a una presunta componente neutra puramente empirica, né a una dimensione puramente astratta e razionale come in Cartesio.
Una geniale teoria errata
Galileo tentò di dimostrare la mobilità della terra tramite il fenomeno delle maree; avrebbe fatto di tutto pur di trovare una prova che spiegasse il moto di rotazione e quello di rivoluzione intorno al sole. Dopo aver rifiutato teorie, come quella dello scienziato inglese William Gilbert (autore del De Magnete), secondo il quale le maree sono riconducibili all'attrazione esercitata dalla luna sulle masse d'acqua (teoria che poi si sarebbe rivelata quella "esatta"), Galilei, nella quarta giornata del Dialogo, mette in bocca a Salviati la sua spiegazione: durante una marea il livello del mare si alza e si abbassa a causa delle accelerazioni e delle decelerazioni cui è sottoposta la superficie terrestre; tutto ciò è dovuto ai due moti che la terra compie, quello di rotazione e quello di rivoluzione. Pertanto, le maree sarebbero causate dalle accelerazioni e dalle decelerazioni che la somma dei due moti orbitali della Terra - di traslazione e di rivoluzione - imprime alle masse oceaniche. Esemplificando: se supponiamo che un determinato punto della superficie terrestre, che già si muove lungo l’orbita insieme con tutto il pianeta, viene in un determinato momento sottoposto a un’ulteriore sollecitazione in virtù del movimento di rotazione intorno al proprio asse, ma nella stessa direzione del moto orbitale, ne conseguirà che l’acqua dell’oceano risalirà nella direzione opposta a quella della terra che la contiene, come accade in un vaso che venga spostato con movimento brusco: si determina così l’alta marea.
L’esperimento del vaso in realtà non è probante, in quanto non è possibile misurare con assoluta precisione lo spostamento dell’acqua in relazione al movimento del contenitore così da stabilire un rapporto di implicazione necessaria tra i due elementi. Ora, il fatto che Galileo non si sia avveduto di ciò non costituisce un motivo sufficiente per mettere in discussione il suo metodo sperimentale e neppure la validità del copernicanesimo. In effetti, è molto probabile che lo scienziato pisano non si sia avvicinato alle tesi moderne sul principio di gravitazione perché ancora convinto di una forma di connessione tra il magnetismo e le entità misteriose della scienza rinascimentale. D’altro canto, la sua teoria può definirsi comunque scientifica nella misura in cui è falsificabile in senso popperiano.
L’esperienza del gran naviglio
La cosiddetta "esperienza del gran naviglio" rappresenta uno dei più classici esempi di applicazione dei principi di inerzia, di composizione dei movimenti e di relatività. Riprendendo e rielaborando un’immagine della Cena delle ceneri di Giordano Bruno, Salviati, gentiluomo fiorentino e scienziato di professione, che rappresenta il protagonista del Dialogo sopra i due massimi sistemi, stabilisce un’analogia tra le condizioni esistenti sulla superficie terrestre e quelle all’interno di una nave. Semplicemente per mezzo dell’osservazione dei movimenti che si verificano sotto coperta è impossibile decidere se la nave resti ferma o si muova. Infatti, i movimenti di persone, oggetti e animali si svolgono ugualmente sia che la nave abbia un movimento, sia che essa sia immobile.
Analogamente tutti i movimenti che si verificano sulla Terra continuerebbero a svolgersi senza alcuna variazione anche supposto il moto di rotazione terrestre.
Con l’intento di dimostrare l’effettiva validità di questa tesi, Salviati invita quelli che hanno confutato la tesi del movimento della Terra, a recarsi nella più grande stanza all’interno di una grossa nave cercando di riproporre un ambiente terrestre, portando quindi animali, oggetti ecc. Quindi egli ci dice di osservare tutti i fenomeni, relativi al movimento dei pesci, delle farfalle, ecc., che si verificano in quanto la nave è ancora ferma. Poi ci fa notare come gli stessi fenomeni sopraelencati non cambino una volta messa in movimento la nave.
Questa cosiddetta "esperienza del gran naviglio" può essere considerata un’esperienza non condotta realmente, bensì immaginata, o, come si dice oggi, un esperimento mentale. Infatti, conducendo l’esperimento facciamo astrazione da numerosi fattori che determinerebbero dei turbamenti se ci trovassimo concretamente a bordo della nave (beccheggio, rollio, spinte laterali, ecc.). Se tentassimo un paragone con un altro filosofo del ‘600, potremmo dire che Galilei compie una mossa simile alla cosiddetta ipotesi annichilatoria di Thomas Hobbes: infatti tutti gli elementi presenti nell’esperienza concreta vengono per così dire annichiliti e sostituiti da condizioni ideali. Da questo punto di vista, si può dire che abbia ragione piuttosto il grande fisico Ernst Mach quando inserisce il pensiero galileiano entro un quadro coerentemente convenzionalistico, che Feyerabend, il quale propende piuttosto a vedere in Galileo un abile mistificatore che si avvale di ipotesi ad hoc quando i fatti non confermano la teoria.
Scienza e fede: conflitti con astronomi e
teologi
Uno degli obiettivi di Galilei era quello di dimostrare che l’astronomia non dovrebbe essere collegata alla teologia, cosa che invece avveniva abitualmente nel suo tempo. La scienza che Galileo Galilei studiava non è mai stata considerata al di fuori del mondo chiuso, e spesso limitato, della Chiesa cattolica; quindi possiamo capire il motivo degli innumerevoli rifiuti che la sua teoria ha avuto. Galileo affermò che, non potendosi conoscere le essenze delle cose, la scienza si occupa soltanto delle loro proprietà e di fatti osservati; il che equivale a dichiararne l’indipendenza dalla filosofia.
Durante le discussioni dal 1613 al 1616, scopo di Galileo non era di provare chi avesse ragione nella disputa scientifica, ma di separare questioni strettamente scientifiche da materie di fede, affinché si potesse continuare a discutere liberamente intorno alle prime con argomenti razionali. Tale era la separazione che desiderava tra religione e scienza: egli non mise mai in dubbio il diritto della Chiesa a intervenire, ma la sollecitò ad astenersene. Era la medesima separazione invocata secoli prima da Sant’Agostino, sottolineando che un miscredente poteva essere più dotto in astronomia di un cristiano.
Egli si sentiva obbligato a fare tutto il possibile per impedire alla Chiesa un passo falso che alla fine avrebbe potuto gettare discredito sulla sua saggezza. La difficoltà sorgeva dal fatto che perfino esperti di astronomia non capivano ancora il peso delle prove note a Galileo; tanto meno era possibile spiegarlo a teologi conoscitori, non di astronomia e di fisica, ma soltanto delle loro contraffazioni aristoteliche.
Verso la fine del 1613, dopo un colloquio tra Benedetto Castelli e alcuni membri della famiglia dei Medici in cui il discepolo di Galileo aveva sostenuto alcune teorie del maestro, Galilei fu spinto a comporre la lunga "Lettera al Castelli", datata 21 dicembre. "Era questa la prima lettera in cui egli sosteneva che la libertà di ricerca doveva essere concessa dai teologi in tutti i casi che potevano essere risolti con il mero ricorso a "sensate esperienze e certe dimostrazioni". Questa frase limitava il campo della scienza a cose non in rapporto con la salvezza dell’anima; però nessuna contraddizione poteva esistere tra la natura, quale esecutrice della volontà di Dio, e la Bibbia, custode della Sua parola. La Bibbia parla spesso metaforicamente, e sempre per gente comune, da cui vuole farsi capire facilmente. Bisogna però interpretarla - compito dei teologi - mentre la natura parla inesorabilmente per se stessa".
"Per Galileo, osservazioni e misure definivano sufficientemente il regno dei fatti scientifici come la suprema corte d’appello: non importava che tali fatti fossero o no riconosciuti dai filosofi aristotelici: sarebbe stata necessaria una revisione completa dei loro principi per accordarli con i fatti, e tale revisione era pur possibile, se qualcuno avesse voluto incaricarsene; altrimenti la scienza sarebbe andata avanti indipendentemente dalle opinioni filosofiche. La Bibbia richiedeva un atteggiamento del tutto diverso; non si poteva permettere che dalla scienza, come da altre parti, venissero delle smentite alla Sacra Scrittura; ma fortunatamente le apparenti contraddizioni erano poche, dato che quest’ultima non si era assunta il compito di insegnare l’astronomia, cosa che invece aveva fatto la filosofia".
Nel dicembre 1614 il giovane domenicano Tommaso Caccini dedicò un sermone alla denuncia, a proposito del miracolo di Giosuè, dei matematici in genere e dei galileiani in particolare. Il fatto attirò l’attenzione dell’Inquisizione verso Galileo, ma poi il caso venne chiuso per mancanza di prove.
In tutte le tensioni tra lui e la Chiesa dobbiamo vedere anche un riflesso del reale nervosismo, allora, di tutti gli intellettuali a Roma; e non senza motivo. Uno dei principali campi di battaglia tra cattolici e protestanti era la libertà di interpretare la Bibbia; il che significava che ogni nuova interpretazione cattolica offriva un argomento ai protestanti; se si poteva fare una reinterpretazione, perché non farne altre su larga scala? Una disputa tra i gesuiti e i domenicani su certe questioni connesse al libero arbitrio era ancora fresca nella mente del Papa, poiché aveva dovuto intervenire di persona nel 1607 per impedire ai membri dei due grandi Ordini docenti di scambiarsi accuse di eresia. Questi fatti suggeriscono che Paolo V, forse non anti-intellettuale per temperamento, aveva sviluppato come una seconda natura il compito di stroncare sul nascere tutte le dispute intellettuali che potevano dare origine a fazione nel seno della Chiesa e alimento agli assunti dei protestanti.
Due proposizioni riguardanti l’opinione di Galileo sulla centralità e sull'immobilità della Terra furono censurate. È interessante che in ambedue i casi le censure siano state fatte dipendere dal giudizio di carattere filosofico. Il problema reale era se un certo modo di ragionare di astronomia fosse in contrasto con la Bibbia. E questo necessariamente sollevava la questione se importanti passi biblici parlassero metaforicamente. I "qualificatori" - ossia i teologi incaricati di "qualificare" le proposizioni deferite al Sant'Uffizio - risolsero il quesito appellandosi alla filosofia; e ciò costituiva un passaggio di responsabilità in fatto di interpretazione biblica su questioni che la scienza era in grado di risolvere.
Dopo la riunione dei cardinali dell’Inquisizione il 24 febbraio 1616, il cardinale Bellarmino notificò a Galileo che egli non poteva più promuovere o difendere le proposizioni censurate, e che non poteva più insegnarle. Secondo lo storico della scienza Stillman Drake, poi, Galileo finì per essere processato soltanto a causa della parola "insegnare", cosicché tutta la sua difesa consistette nel dimostrare che egli non aveva disobbedito ad alcun comando personale.
Successivamente ad una riunione dei cardinali dell’Inquisizione, Bellarmino riferì che Galileo, avvisato della decisione papale, si era ad essa inchinato. Il 5 marzo fu emesso un decreto che metteva all’Indice le opere in cui si consideravano reali, o in cui si conciliavano con la Bibbia, i moti della terra e l’immobilità del sole.
Quando tornò a Firenze, poiché di fatto era stato ridotto al silenzio sul sistema copernicano, volse l’attenzione ad altre questioni; egli perfezionò le tabelle dei moti dei satelliti, poi tornò ad occuparsi, come a Padova, del moto intendendo completare un suo trattato sull’argomento.
Galileo continuò a soffrire a causa delle accuse della Chiesa, che sostenevano ancora che le sue teorie erano eretiche. La causa della sofferenza di Galileo non era, secondo lui, il fatto che l’astronomia copernicana non fosse accettata bensì un’errata applicazione della legge; ma con questo egli non si riferisce alla condanna del 1633, ma piuttosto all’errore dei teologi del 1616, che indirettamente aveva portato alla sua punizione. Capiamo quindi che la lotta di Galileo non è egoista, e non ha come unica intenzione quella di affermare una teoria astronomica; il suo vero obiettivo è quello di lottare per la libertà di ricerca scientifica, senza interferenza da parte della Chiesa.
Recentemente, i motivi che portarono alla condanna galileiana del 1633 sono stati sottoposti a revisione critica dallo storico della scienza Pietro Redondi; nella sua monografia Galileo eretico, egli, sulla scorta di un documento del Sant'Uffizio risalente al 1624, sostiene che la Chiesa aveva guardato con diffidenza soprattutto alla fisica atomistica che era sottesa alle teorie esposte nel Saggiatore. Tali dottrine, che peraltro Galilei avrebbe presto abbandonato, implicavano una radicale messa in discussione del dogma cattolico dell'eucarestia quale era stato proclamato nel Concilio di Trento.
Con la coscienza tranquilla, Galileo morì ad Arcetri il 9 gennaio 1642. Pochi giorni dopo Luca Holste, al servizio del cardinale Francesco Barberini, scrisse una lettera ad un suo amico:
"Oggi poi si è aggiunta anco la nuova della perdita del Signor Galilei, che già non riguarda solamente Firenze, ma il mondo universo e tutto il secolo nostro, che da questo divin uomo ha ricevuto più splendore che quasi da tutto il resto de’ filosofi ordinarii. Ora, cessata l'invidia, si comincerà a conoscer la sublimità di quell’ingegno, che a tutta la posterità servirà per scorta nel ricercare il vero, tanto astruso e seppellito tra il buio dell’opinioni".
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NOTE
1. Galileo Galilei, Lettera a
Madama Cristina di Lorena, in Opere, edizione nazionale, ristampa,
Firenze, 1968, p. 317.
2. Galileo Galilei, Il
Saggiatore, a cura di Ferdinando Flora, Torino, Einaudi, 1977, p. 33.
3. Alexandre Koyré,
"Galileo e Platone", in Introduzione a Platone, Firenze,
Vallecchi, 1973, p. 141. Cfr. anche Studi galileiani, Torino, Einaudi,
1976, p. 7.
4. Ludovico Geymonat, Galileo
Galilei, Torino, Einaudi, 1977, pp. 282-283.
5. Galileo Galilei, Dialogo
sopra i due massimi sistemi del mondo, a cura di Libero Sosio, Torino,
Einaudi, 1982, pp. 154-155, citato in Paul K. Feyerabend, Contro il metodo,
Milano, Feltrinelli, 1979, pp. 59-60.
6. Paul K. Feyerabend, Contro
il metodo, Milano, Feltrinelli, 1979, p. 77.
7. Paul K. Feyerabend, op. cit.,
p. 131.
8. Paul K. Feyerabend, op. cit.,
p. 68.
9. Paul K. Feyerabend, op. cit.,
pp. 131-132.
10. Cfr. Andrea Frova -
Mariapiera Marenzana, Parola di Galileo, Milano, Rizzoli, 1998, pp. 182
sgg.
11. Cfr. Fabio Minazzi,
Galileo filosofo geometra, Milano, Rusconi, 1994, p. 80 sgg.
12. Cfr. Dante, Paradiso,
XVI: E come 'l volger del ciel de la luna/cuopre e discuopre i liti sanza
posa,/così fa di Fiorenza la Fortuna, vv. 82-84.
13. Come ha rilevato l'attuale
pontefice, "[Galileo] ha dichiarato esplicitamente che le due verità, di
fede e di scienza, non possono mai contrariarsi "procedendo di pari dal
Verbo divino la Scrittura sacra e la natura, quella come dettatura dello
Spirito Santo, e questa come osservantissima esecutrice degli ordini di Dio"
come scrive nella lettera al Padre Benedetto Castelli il 21 dicembre 1613. Non
diversamente, anzi con parole simili, insegna il Concilio Vaticano II: "La
ricerca metodica di ogni disciplina, se procede [...] secondo le norme morali,
non sarà mai in reale contrasto con la fede, perché le realtà profane e le
realtà della fede hanno origine dal medesimo Dio" (Gaudium et spes,
36). Galileo sente nella sua ricerca scientifica la presenza del Creatore che
lo stimola, che previene e aiuta le sue intuizioni, operando nel profondo del
suo spirito"". Giovanni Paolo II, Discorso alla Pontificia Accademia
delle Scienze, 10 novembre 1979: Insegnamenti, II, 2 (1979), 1111-1112,
cit. nella nota 29 all'Enciclica Fides et ratio.
14. Stillman Drake, Galileo,
Bologna, Il Mulino, 1988, p. 74.
15. Stillman Drake, op. cit., p. 75.
16. Cfr. Drake, op. cit. p. 80.
17. Cfr. Drake, op. cit. pp. 113-114.
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BIBLIOGRAFIA
Galileo Galilei, Lettera a Madama Cristina di Lorena, in Opere, edizione nazionale, ristampa, Firenze, 1968.
Galileo Galilei, Il Saggiatore, a cura di Ferdinando Flora, Torino, Einaudi, 1977.
Galileo Galilei, Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, a cura di Libero Sosio, Torino, Einaudi, 1982.
Cioffi, F. - Luppi, G. - Vigorelli, A. - Zanette, E.: Il testo filosofico, vol. II, Milano, Bruno Mondadori, 1993 (in particolare unità 8 e 10).
Drake, Stillman: Galileo, Bologna, Il Mulino, 1988.
Feyerabend, Paul K.: Contro il metodo, Milano, Feltrinelli, 1979.
Frova, Andrea - Marenzana, Mariapiera: Parola di Galileo. Attualità del grande scienziato in una scelta commentata dei suoi scritti, Milano, Rizzoli, 1998.
Geymonat, Ludovico: Galileo Galilei, Torino, Einaudi, 1977.
Koyré, Alexandre: "Galileo e Platone", in Introduzione a Platone, Firenze, Vallecchi, 1973, pp. 139-174.
Koyré, Alexandre: Studi galileiani, Torino, Einaudi, 1976.
Minazzi, Fabio: Galileo filosofo geometra, Milano, Rusconi, 1994.
Redondi, Pietro: Galileo eretico, Torino, Einaudi, 1983.
Russo, Lucio: La rivoluzione dimenticata, Milano, Feltrinelli, 1997.