


lezioni – conferenze con l’impiego di fonti documentarie
e storiografiche e materiali filmici)
Argomenti del corso:
·
Shoah: una lucida follia
·
Analisi dei presupposti storici dello sterminio: dall’antigiudaismo
cristiano
all’antisemitismo imperialista tra ‘800 e ‘900
·
Fascismo in Italia, Nazismo in Germania
·
L’eugenetica nazista
·
I razzismi del Fascismo: la costruzione della diversità attraverso gli
stereotipi
·
Le leggi razziali del ’38: propaganda, strutture, applicazione
·
Dalle guerre del Nazifascismo alla Resistenza e alla Liberazione
·
Dalla “banalità del male” all’etica come categoria ontologica per la
costruzione di personalità responsabili e democratiche
docente: prof.ssa Maria
Mantello
numero
ventiquattro
quasi
nuove:
sulla
suola interna si vede ancora la marca di fabbrica
“Schulze
Monaco”;
c’è
un paio di scarpette rosse
in
cima a un mucchio di scarpette infantili
a
Buchenwald;
più
in là c’è un mucchio di riccioli biondi
di
ciocche nere e castane
a
Buchewald;
servivano
a far coperte per i soldati;
non
si sprecava nulla,
e
i bimbi li spogliavano e li radevano
prima
di spingerli nella camere a gas;
c’è
un paio di scarpette rosse
di
scarpette rosse per la domenica
a
Buchenwald;
erano
di un bambino di tre anni
forse
di tre anni e mezzo;
chi
sa di che colore erano gli occhi
bruciati
nei forni,
ma
il suo pianto lo possiamo immaginare:
si
sa come piangono i bambini;
anche
i suoi piedini li possiamo immaginare:
scarpa
numero ventiquattro
per
l’eternità,
perché
i piedini dei bambini morti non crescono;
c’è
un paio di scarpette rosse
a
Buchenwald
quasi
nuove,
perché
i piedini dei bambini morti
non
consumano le suole.
Joyce Lussu
Elaborazione e
computergrafica G. Di Pastena
Un particolare
ringraziamento ai ragazzi della III D dell’a. sc. 2001/2002
ESEMPI DI MATERIALE DIDATTICO IMPIEGATO NEL CORSO

Resistenza: la guerra
al Nazifascismo, notazioni
Abbiamo detto che la guerra civile spagnola costituì l’inizio della Resistenza. Il dato assume ancora maggiore interesse se pensiamo che il 1936 era stato l’anno della proclamazione dell’impero d’Etiopia, proclamazione accompagnata da ovazioni di folla esultante, ubriaca delle parole del suo Duce: “L’Italia ha finalmente il suo impero…Impero di civiltà e umanità per tutte le popolazioni dell’Etiopia… In questa certezza suprema, levate in alto, o legionari, le insegne, il ferro e i cuori, a salutare, dopo quindici secoli, la riapparizione dell’impero sui colli fatali di Roma “1)
Verso la fine di quell’anno però, gli avvenimenti spagnoli rompono in qualche modo il consenso ipnoide e ciò avviene anche a livello di masse popolari, nei grandi centri industriali. La testimo-nianza ci viene da una fonte non sospetta: i rapporti dei “confidenti” (le spie) del Partito Fascista, consultabili presso l’Archivio Centrale dello Stato (Roma). E’ importante vedere come le preoccu-pazioni di questi informatori scaturiscano dall’accresciuta presa di posizione da parte degli operai, che di fronte alla mobilitazione antifascista in Spagna hanno “risvegliato la sopita lotta di classe”.
Un confidente in un rapporto su
Genova, il 10 giugno scrive: Le popolazioni vivono in tranquillità tanto
più apprezzabile di fronte agli echi sanguinosi della guerra civile spagnola,
ma è doveroso rilevare che in mezzo al ceto operaio, specie nel settore
industriale, troppi ancora sono gli elementi che si straniano dal clima fascista…Appunto
gli avvenimenti di Spagna hanno
risvegliato sopite speranze in chissà quali rivolgimenti politici a più o meno
breve scadenza, che dovrebbero segnare la capitolazione dello spirito
autoritario fascista in Italia e fuori…”In un altro di questi rapporti,
datato 26 agosto e riguardante Milano si legge: “… Le classi operaie sono quelle sulle quali gli avvenimenti spagnoli
hanno fatto più presa…in alcuni operai c’è un inconfessato senso di solidarietà
con i comunisti spagnoli. L’eco della rivoluzione ha risvegliato in loro la
sopita “lotta di classe”, malgrado tutte le previdenze del regime. Sono degli
isolati ai quali però si aggiungono gli scontenti, i disoccupati, gli ex
confinati ed ex detenuti politici, tutti
quei sovversivi che sognano la riscossa, tutti gli elementi
torbidi che vivono ai margini della società 2). E ancora, Il 26
agosto da Torino si segnala: “Che il
conflitto spagnolo interessi appassionatamente le masse, lo si rileva dal fatto
che, malgrado la diffidenza, molte lingue si sciolgono e vengono fuori commenti
e considerazioni che possono far incorrere in inconvenienti gravi.” Un'altra
nota del 9 dicembre proveniente da
Genova informa: ”...seralmente molti
operai si recano presso amici possessori di apparecchi radio per ascoltare le
trasmissioni da Barcellona, da Madrid…ad una certa ora è possibile udire i
discorsi dei rivoluzionari spagnoli e gli inevitabili inni: Internazionale e
Milizia rossa”.
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1) Discorso di Mussolini alla folla, 9 maggio 1936.
che culminerà con la vergogna delle leggi razziali del 38, che porterà ad escludere dalla vita civile i cittadini italiani di religione ebrea. Una esclusione che diverrà, durante l’occupazione
nazista, anche eliminazione fisica.
Le inermi popolazioni d’Etiopia, nel frattempo, usufruivano della civilizzazione: fucilazioni, impiccagioni, gas e fiamme sui miseri villaggi. Così ordinava Mussolini al suo fido generale Graziani il 5 giugno del 36:”..impieghi i gas…Autorizzo ancora una volta V.E. a iniziare e condurre sistematicamente la politica del terrore e dello sterminio contro i ribelli e le popolazioni complici. Senza la legge del taglione al decuplo non si sana la piaga in tempo utile.” in Del Boca, Gli Italiani in Africa orientale, la conquista dell’impero, Bari Laterza, 1979
Coi termini “sovversivo” ,
“elemento torbido” il fascismo era solito indicare gli antifascisti, che in
quanto non asserviti al regime erano considerati pericolosi. Tra costoro
figuravano ad esempio Gramsci, Gobetti, Amendola, Pertini… per fare solo
qualche nome,che insieme a tantissimi altri, forse meno noti, hanno conquistato
libertà e dignità negate. Le hanno conqui-state a prezzo di sacrifici
indicibili e anche per quelli (i fascisti) che tali libertà non avrebbero mai
volute.
Resistenza: la guerra al Nazifascismo, notazioni
Gli italiani, negli anni del maggior consenso ufficiale, sebbene in qualche modo si sentissero esaltati dalla smania di grandezza che lo Stato fascista attuava (Etiopia, Albania colonizzate…), compensando così nel mito del nazionalismo le proprie frustrazioni individuali, 1) cominciarono a capire che le guerre fasciste non erano solo un bel gioco parolaio e da parata dove sfilavano in divisa e armati finanche i bambini (balilla), ma che queste erano divenute una realtà che richiedeva morti e sacrifici.
Il disagio si andò trasformando in ribellione con la seconda guerra mondiale2), dove di lacrime e sangue ce ne furono per tutti.
Di fronte alle sconfitte belliche, il mito fascista, strutturato sulla violenza e sulla conquista, non reggeva più. Gli italiani, che adesso piangevano i propri morti, cominciavano a desiderare la fine del conflitto. I partiti democratici, che il fascismo aveva abolito, in questo clima potevano riorganizzare, anche se clandestinamente la propria attività. Un particolare significato, proprio in chiave antifascista, fu lo sciopero alla Fiat del marzo del ’43, che raccoglieva i lavoratori del centro-nord. Questi, organizzati dai partiti comunista e socialista chiedevano: ”pace, pane e libertà” 3). Anche gli industriali, di fronte alla manifesta crisi del regime mussoliniano, che pure avevano voluto a baluardo dei loro interessi economici, cominciarono a prendere le distanze dal Duce. Quando poi il 10 luglio le truppe angloamericane sbarcarono in Sicilia, anche il re fu costretto ad intervenire, e così, d’intesa con il Gran Consiglio del Fascismo, il 25 luglio Mussolini fu posto in minoranza e, ormai decaduto da capo del governo, fu fatto arrestare.
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1) A proposito del nazionalismo imperialista così scrive D.K. Fieldhaouse: “ Nella sua forma matura può essere meglio descritto come fenomeno sociologico con radici nei fatti politici ; e può essere dovutamente compreso soltanto nei termini di quella stessa isteria sociale, che da allora ha dato origine ad altre e ben più disastrose forme di nazionalismo aggressivo”. Imperialismo” in Storia Universale Feltrinelli, Milano,1967.
Sulla Nazione-mito
del fascismo, e per l’influenza esercitata in particolare
sulla piccola e media
borghesia italiana, fondamentale è il saggio di
Luigi Salvatorelli: Nazionalfascismo,
Einaudi, Torino, 1977.
2) Questa guerra, com’è noto, fu voluta
dalla Germania nazista, (di cui Mussolini era alleato). Forse vale la pena di
riflettere sul fatto che, il nazionalismo tedesco attuava la sua colonizzazione
nella stessa Europa, facendone terra di conquista a cui imporre quello che
Hitler aveva definito Nuovo Ordine. Questo era stato teorizzato da Hitler nel Mein Kampf (1927), dove prevedeva la
conquista del Lebensraum (spazio vitale) per i tedeschi ,
considerati, in quanto tali superiori
e come tali nel diritto di divenire i padroni di tutto e di tutti. Nel
delirante libello si legge: ..Noi possediamo nel nostro corpo nazionale
tedesco grandi elementi …Chi parla di una missione del popolo tedesco sulla
Terra,
deve sapere che questa può solo consistere nella
formazione d’uno Stato ravvisante il suo compito supremo nella conservazione e nell’incremento
degli elementi più nobili, rimasti illesi, della nostra nazione; anzi
dell’intera umanità …un’umanità superiore, donata a questa Terra dalla bontà
dell’Onnipotente …Il Reich tedesco deve, come Stato, comprendere tutti i
Tedeschi, col compito non solo di raccogliere e conservare di questo popolo i
più preziosi fra
gli elementi originari di razza, ma di sollevarli…ad
una posizione di predominio.
…La
politica estera dello Stato nazionale deve assicurare l’esistenza su questo
pianeta della razza raccolta nello Stato, creandole col numero e lo sviluppo
degli individui che la compongono e con la vastità e bontà del territorio, una
situazione sana e vitale. Solo un sufficiente
spazio su questa terra assicura ad un popolo una libera esistenza…Così il
popolo tedesco potrà realizzare il suo avvenire solo in qualità di potenza
mondiale…Personifichiamo la più alta umanità della Terra…”
I sistemi impiegati in tale
colonizzazione sono cosa tristemente nota: la schiavitù e lo sterminio
innanzitutto di milioni di ebrei, ma anche di zingari, di omosessuali, di
quanti coloro che venivano considerati dai nazisti “non perfetti” fisicamente
mentalmente psicologicamente ideologicamente, di slavi, di neri, di testimoni
di Geova, dei democratici che al nazismo si opponevano. E tutto ovviamente “per assolvere a una missione… per servire un’idea
superiore” –come
leggiamo ancora nel Mein Kampf-
3) Il diritto di sciopero,
conquistato a prezzo di dure lotte dai lavoratori, durante l’età giolittiana,
venne abolito dal
Fascismo il 3 aprile del 1926. La manifestazione del ’43, è molto
importante proprio per il suo carattere politico
essendo il
primo sciopero realizzato in un’Europa che, occupata dal nazifascismo, si
opponeva al terrore delle sue angherie e rappresaglie sistematiche.
La guerra al fascismo, notazioni
L’opposizione al Fascismo in Italia, nonostante gli strumenti repressivi del carcere, del confino, nonostante il clima irrespirabile della delazione esercitata attraverso la polizia segreta: OVRA (Organizzazione Vigilanza Repressione Antifascismo), e nonostante il “consenso” abilmente creato attraverso la fascistizzazione capillare e puntuale di stampa radio cinema scuola, si svolgeva in clandestinità. C’era, anche se non costituiva certo un movimento di massa. Tuttavia il fascismo e Mussolini , al di là delle dichiarazioni ufficiali, delle parate… non doveva essere poi tanto amato se quel 25 luglio del 43, alla notizia che il Duce non era più il capo, e che il Governo era stato affidato dal re a Badoglio, intere moltitudini si riversarono nelle strade delle città per festeggiare e per abbattere i simboli che di sé Mussolini aveva fatto erigere.
La data in cui l’antifascimo
europeo si trasformò in Resistenza è la guerra civile spagnola (1936-1939). In
aiuto dei democratici, accorsero da tutta Europa ingenti gruppi di volontari 1) per salvare
A seguito degli avvenimenti spagnoli, appariva chiaramente come il disegno fascista non si limitas-se a togliere libertà e democrazia nei paesi dove si era insediato, ma nell’Europa tutta. Bisognava combatterlo, e attraverso un Fronte Popolare. Una necessità che divenne consapevolezza, quando la logica fascista sfociò ineluttabilmente nella tragedia del secondo conflitto mondiale.
Un contributo significativo alla
formazione di un Fronte Popolare di
Resistenza lo diede il Partito Comunista ponendo in primo piano il problema
della Liberazione dal Nazifascismo. In tal modo furono
poste le premesse di una politica unitaria anche per
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1) Nelle Brigate Internazionali (formazione che raggruppava tutti i combattenti antifascisti democratici: comunisti, socialisti, liberali), gli italiani lottarono e morirono in prima linea, tra essi ricordiamo Carlo e Nello Rosselli, della formazione politica Giustizia e Libertà. Carlo è il noto autore di Socialismo liberale. In questa opera del 1930, egli delineava una soluzione politica estremamente interessante, in cui il liberalismo si coniugava con il socialismo in una prospettiva di rigore etico. Carlo Rosselli negli anni della guerra civile in Spagna, scriveva: “l’antifascismo italiano si è affermato in Spagna…patria ideale, la patria per cui lottammo in Italia, per cui lottiamo oggi nell’emigrazione, per cui soffrono in galera tanti compagni nostri, per cui tanti sono morti… Mai come oggi noi possedemmo la coscienza di avere agito in nome e per conto dell’immensa maggioranza del popolo italiano, portando in Spagna, contro i generali fascisti e i loro alleati hitleriani e mussoliniani, la voce e il braccio dell’Italia proletaria…oggi in Spagna, domani in Italia” ( citazione dal discorso di Gaetano Salvemini, in memoria dei fratelli Rosselli, 29 aprile 1951). I fratelli Rosselli furono fatti assassinare da sicari fascisti a Bagnoles-sur-l’Orne, in Normandia, dove si erano rifugiati per sfuggire alle persecuzioni del governo italiano, che purtroppo riuscì a raggiungerli.
2)
Al VII Congresso dell’Internazionale Comunista
che si tenne a Mosca nel 1935. così si esprimeva Palmiro Togliatti: “…la lotta contro la guerra delle masse che
aspirano a conservare la pace, deve essere coordinata nel modo più stretto con
la lotta contro il fascismo… i comunisti
devono mostrare che la classe operaia conduce
una lotta coerente per la difesa della libertà nazionale e dell’indipendenza di
tutto un popolo contro ogni oppressione e ogni sfruttamento(…) Se uno Stato
debole viene aggredito da una o più grandi potenze imperialiste che vorrebbero
distruggere l’indipendenza nazionale e l’unità nazionale…la guerra che la
borghesia nazionale di questo paese conduce per respingere l’aggressione può
assumere il carattere di una guerra di liberazione e i comunisti e la classe
operaia del paese non possono non prendervi parte. “ (il passo, esprime
bene il senso di quella volontà politica tesa a superare pregiudiziali, come la
pur irrinunciabile rivoluzione comunista, per lottare innanzitutto uniti contro
il fascismo )
Resistenza: guerra al Fascismo e al Nazismo, notazioni
Il 25 luglio, come abbiamo già detto, fu accompagnato da manifestazioni d’entusiasmo popolare. Ma la presa di coscienza, ormai ineludibile, per gli italiani fu l’8 settembre, quando alla radio, quasi increduli, udirono il maresciallo Badoglio annunciare l’armistizio con gli anglo –americani 1). Nel frattempo il centro-nord d’Italia veniva occupato dai tedeschi, che intanto provvedevano a liberare anche Mussolini, per dar vita allo Stato fantoccio della Repubblica Sociale.
Bisognava scegliere da che parte stare! Molti, com’è noto, scelsero l’impegno armato diretto contro i nazisti e i loro fiancheggiatori, i “repubblichini” di Salò 2).
La maggioranza degli italiani, nonostante le feroci repressioni nazifasciste 3), che miravano a sottrarre ai partigiani solidarietà e aiuti materiali da parte delle popolazioni, scelsero la libertà.
Italo Calvino , a proposito della
scelta del ’43, ha scritto: “…Qui (partigiani)
si è nel giusto, là (fascisti) nello sbagliato. Qua si risolve; là si
ribadisce la catena … Quel peso che grava su tutti noi, su me, su te, quel
furore antico che è in tutti noi, e che si sfoga in spari, in nemici uccisi, è
lo stesso che fa sparare i fascisti, che li porta ad uccidere con la stessa
speranza di purificazione, di riscatto. Ma allora c’è
Il movimento partigiano italiano - collegato ai partiti antifascisti ( Partito d’Azione, Partito Comunista, Partito Socialista, Partito Liberale, Democrazia Cristiana) che avevano costituito il 10 settembre del ’43 il C.N.L. (Comitato di Liberazione Nazionale)- si andò incrementando notevolmente anche per la presenza di moltissimi giovani che rifiutavano di aderire alla Repubblica di Salò, e ai bandi di lavoro obbligatorio a cui “invitavano” i tedeschi occupanti5). E’ importante capire il carattere spontaneo del movimento resistenziale, che vedeva impegnati non solo i partigiani in armi, intenti a porre in atto continue azioni di guerriglia contro i nazifascisti, ma anche la popolazione civile che dava asilo e vettovaglie ai patrioti.
Alla Resistenza aderirono cittadini di tutte le classi sociali, e, fatto molto importante per la storia del nostro paese anche le donne6).
E’ su questo terreno resistenziale che si è potuta inserire la guerra di Liberazione del legittimo governo regio, che il 13 ottobre del 43 aveva finalmente dichiarato guerra alla Germania nazista. Nonostante i contrasti interni inevitabili, se si riflette sulla natura delle diverse forze politiche in campo e sui diversi ruoli istituzionali, nonché sul peso politico degli alleati anglo-americani, i quali
temevano fortemente l’influenza assunta
dal CNL (quest’ultimo aveva imposto nel giugno del ‘44 la partecipazione dei
propri rappresentanti nel governo), bisogna evidenziare la costante
collaborazione reciproca a cui tutti s’impegnarono: la svolta di Salerno impedì
fratture tra i partiti del CLN e
I valori della Resistenza nel suo spirito antifascista, libertario, laico, sociale e democratico rimangono comunque a tutt’oggi nella Costituzione Repubblicana. Valori che costituiscono il patrimonio comune della civile convivenza e che sta a noi tutti conservare, contro chi li vorrebbe
eludere, modificare, abbattere perché di
intralcio a propri privilegi personali, indebitamente acquisiti, e quindi
giuridicamente perseguibili dalla magistratura.
avere solo la propria impunità.
Note
1) Vittorio Emanuele, dopo aver messo da parte l’ormai troppo ingombrante Mussolini, costretto alle dimissioni e in carcere sul Gran Sasso, cercava di guadagnare tempo con i tedeschi (“la guerra continua” aveva fatto annunciare da Badoglio il 25luglio ), mentre sondava le intenzioni degli angloamericani. Il tutto tra mille indecisioni e perplessità. Ma quando il 12 agosto gli anglo-americani bombardarono pesantemente Foggia, Milano ed importanti snodi di comunicazione, il re ed il governo si resero conto dell’impossibilità di tergiversare ulteriormente. Fu così che si avviarono vere e proprie trattative: Churchill e Roosevelt, che pur volevano la resa incondizionata, offrirono fin dall’inizio all’Italia la possibilità di “riguadagnare il posto perduto”, impegnandosi a fornire aiuti a quelle forze che si fossero opposte ai tedeschi. Il 31 agosto a Cassibile, nei pressi di Siracusa, gli ufficiali Walter Bedell Smith
e Kenneth Strong (in rappresentanza rispettivamente di Stati Uniti ed Inghilterra) s’incontrarono con il generale italiano Castellano per addivenire ad un’intesa. Gli alleati sottoposero a Castellano il testo dell’armistizio, ma questi non aveva l’autorizzazione del governo per firmare. Ancora un nulla di fatto, dunque, e ciò mentre gli alleati prospettavano ulteriori azioni militari sul suolo italiano.
Finalmente, il 3 settembre, quando l’armata inglese del generale Montgomery era giunta in Calabria, Vittorio Emanuele si convinse a che si firmasse l’armistizio: era il 3 settembre.
Quindi l’armistizio fu firmato il 3 settembre, ma, come sappiamo, fu reso noto agli Italiani solo l’8 settembre, poco prima che il re, durante la notte, la sua famiglia e il governo si rifugiassero a Pescara e da qui a Brindisi.
Perché questo ritardo? Il governo e il re temevano le ritorsioni dei tedeschi? Ma questi avevano saputo della cosa
immediatamente, Hitler, che dalla caduta di Mussolini (25 luglio) aveva cominciato ad inviare contingenti militari per occupare l’Italia, alla notizia di quello che definiva il tradimento degli italiani, dette subito l’ordine al suo esercito di sparare su quello italiano. Accadde così che interi reparti italiani, a cui la monarchia non aveva dato alcuna direttiva, venissero massacrati o deportati in Germania nei famigerati campi di concentramento.
( Su questi
problemi si prenda visione dei documenti allegati di M. Salvadori, di R.
Battaglia di C. Cappuccio).
Per poter organizzare la fuga? Ma viste le attese prima della firma dell’armistizio, ci sarebbe stato tutto il tempo.
Probabilmente il monarca e Badoglio confidavano sull’arrivo degli anglo-americani a Roma prima dei tedeschi. Nei giorni successivi alla firma dell’armistizio il generale Castellano non era forse rimasto in Sicilia per concordare questi piani? Purtroppo quando il 7 settembre i responsabili alleati dell’operazione (M. Taylor e W. Gardiner) giunsero a Roma si accorsero che la situazione non era come quella che era stata loro prospettata: i generali di Stato Maggiore dell’esercito italiano, Rossi e Carboni, dovettero informarli che non avrebbero potuto controllare le basi aeree, a garanzia del successo del progettato sbarco a Salerno per il giorno 9, perché queste erano state già occupate dai tedeschi.
( Per le trattative che portarono all’armistizio si può consultare il saggio di C. F. Delzell, I nemici di Mussolini, Einaudi, Torino, 1977).
Mentre Vittorio Emanuele, la famiglia reale, Badoglio e ministri al seguito scappavano all’alba del 9 settembre con il beneplacito anche dei tedeschi occupanti, che sulla via Tiburtina dettero il lasciapassare alle automobili regie,
la città veniva eroicamente difesa dai soldati italiani e da migliaia di romani. La casa Savoia, che niente aveva fatto per ostacolare l’avanzata del fascismo, si macchiava con questa fuga di un’altra ignominia.
Il 10 settembre anche il generale americano Eisenhower aveva fatto pervenire a Badoglio un caloroso appello affinché il re intervenisse: “I tedeschi…hanno mutilato la vostra flotta ed affondato una delle vostre corazzate, essi hanno attaccato i vostri soldati e si sono impadroniti dei vostri porti…Questo è il momento di colpire. Se l’Italia sorge ora come un sol uomo, prenderemo per la gola ogni tedesco. vi sollecito ad effettuare un appello travolgente a tutti i patrioti italiani. Essi hanno già fatto molto localmente, ma l’azione sembra incerta e slegata. Essi hanno bisogno di una guida ispirata e, per combattere, è essenziale un appello, che esponga al vostro popolo la situazione effettiva. Vittorio Emanuele è uno di quelli che può fare ciò.” (David Dwigt Eisenhower, Crociata in Europa, Mondadori, Milano, 1949).
Vittorio Emanuele si deciderà a dichiarare guerra alla Germania solo il 13 ottobre!
Ma, come ha lucidamente chiarito Leone Ginzburg (antifascista, ebreo, professore a Torino, tra i capi del Partito d’Azione, direttore del giornale clandestino L’Italia libera, tra i fondatori della casa editrice Einaudi, deceduto nel carcere romano di Regina Coeli nel 44 -all’età di trentaquattro anni- a seguito delle sevizie inflittegli dagli aguzzini nazisti) quando la corona dichiarò tardivamente guerra alla Germania, lo fece mossa dall’intento di salvare se stessa, essendo stata ampiamente scavalcata dalla “Guerra di Popolo”, dalla Resistenza italiana, che, come in tutta Europa si era assunta il compito di liberarsi dalla morsa dei Fascismi.
“La guerra vera alla
Germania nazista è stata dichiarata dal popolo italiano sin dal 9 settembre,
quando, imbracciando il moschetto abbandonato dai soldati per ordine superiore
(leggasi monarchia) ha osato opporre il
suo petto ai carri armati tedeschi;
quando migliaia di soldati e di civili si son dati alla montagna piuttosto che
servire i tedeschi…E’ la guerra dichiarata non alla Germania, ma al nazismo…al
nazismo che il re e Badoglio non possono sinceramente osteggiare, se non hanno
voluto sinceramente osteggiare il fascismo. La guerra del re e di Badoglio
contro
Sulla fuga del re e i fatti
relativi all’8 settembre si possono consultare: Ruggero Zangrandi, L’Italia
tradita, Mursia, Milano, 1971 e Roberto Ciuni, L’Italia di Badoglio
-8settembre 1943, 5giugno 1944-, Rizzoli, Milano, 1993
2) Il 12 settembre 1943 Mussolini fu liberato a Campo Imperiale da un reparto paracadutista tedesco e portato al sicuro in Germania. Il 18 settembre da radio Monaco annunciò la nascita della Repubblica Sociale. Questa, strumento nelle mani dei tedeschi, che speravano di acquisire consensi tra gli italiani, ebbe sede a Salò e rappresentò una delle pagine più vergognose del fascismo ormai caduto. Gli italiani, nonostante l’arruolamento nella milizia fosse stato reso obbligatorio dai tedeschi, pena l’arresto, si sottrassero in massa nascondendosi come potevano o arruolandosi tra i partigiani. Le adesioni all’esercito della Milizia di Salò non superarono in media l’8%. Un dato che la dice lunga sul diffuso spirito antifascista, se gli italiani, in un periodo in cui erano costretti a patire la fame, rinunciarono alla possibilità di un sicuro stipendio nella milizia repubblichina.
3) Quella dell’eccidio era una vera e propria strategia del terrore, adottata non solo dalle SS, ma anche dall’esercito tedesco. Si è trattato di ignobili violenze e stragi contro intere popolazioni. Eccidi per i quali “i valorosi carnefici” di Hitler sono stati sempre condannati in quanto criminali dai tribunali militari. In Italia dal 43 al 45 ce ne furono 678. Alleghiamo un significativo elenco pubblicato nel 1992 dall’ANFIM, l’associazione nazionale delle famiglie dei martiri trucidati alle Fosse Ardeatine a Roma T….
4) Il passo è tratto da Il sentiero dei nidi di ragno, pubblicato nel 1947.
Noi riteniamo che questa sia un’affermazione carica di validità anche oggi, di fronte a quanti, nostalgici del fascismo e dei suoi strascichi di Salò, continuano a blaterare di aver agito per onore. Ma quale onore? Quello delle torture ai partigiani? Degli eccidi di inermi popolazioni –bambini compresi- ? Della caccia all’ebreo e all’antifascista? L’onore di voler perpetuare la schiavitù per sé e per gli altri?… Il vero onore era quello di chi, senza nessuna cartolina precetto che lo obbligasse, lottava per la fine della dittatura fascista, per la libertà anche per chi non la voleva, per scacciare il nemico tedesco invasore con cui i fascisti repubblichini collaboravano, combattendo dalla parte sbagliata. E’ la storia ad averli condannati! Si rassegnino, dimostrando di saper accettare i valori democratici che dalla Resistenza e dalla sua lotta al nazifascismo sono nati.
5) Riportiamo, come esempio, un bando di chiamata al lavoro che i nazifascisti facevano affiggere per reclutare italiani al loro servizio.
“AVVISO. Il Comando Superiore delle Forze Armate Tedesche comunica: Gli appartenenti alle classi 1910-1925 sono chiamati in servizio del lavoro da parte delle Autorità italiane. Questa chiamata è avvenuta per ordine del Comando Superiore Tedesco. Chi non ottempera in tempo alla chiamata, oppure chi cerca di sottrarvisi in qualsiasi maniera, soprattutto cambiando di residenza, sarà punito secondo le leggi germaniche di guerra”. I testo del bando, affisso sui muri della città di Roma il 9 ottobre 1943, è tratto da Enzo Piscitelli,I bandi tedeschi e fascisti a Roma e nel Lazio,in “Quaderni della Resistenza laziale”, Roma 1977.
A tali chiamate gli italiani si guardavano bene dall’aderire, tanto che i tedeschi procedettero ben presto alle retate nelle città per reperire la manovalanza a loro utile.
6) La partecipazione delle donne al movimento popolare della Resistenza fu un fatto veramente rivoluzionario, soprattutto se si pensa al ruolo subordinato che il Italia esse avevano avuto in una società prevalentemente contadina. Durante il fascismo, poi, alle donne era stato riservato il ruolo di fattrici di figli, relegandole in casa con l’ipocrita simbologia di angeli del focolare, mentre la virilità del maschio fascista si manifestava nelle case di tolleranza che il regime aveva fatto istituire.
Sulle donne italiane e la resistenza si possono consultare: Donne della Resistenza, supplemento del Bollettino Anpi
8 marzo 1950; Adris Tagliabracci, Le quattro ragazze dei GAP,in “ Il Contemporaneo” ottobre 1964 :n.77, Carla Capponi- n.78 Marisa Musu- n.79 Lucia Ottobrini e Maria Teresa Regard; Gisella Floreanini Le donne nella Resistenza, in 1945-1975, Feltrinelli , Milano, 1975; B. Guidetti Serra, Compagne. Testimonianze di partecipazione politica femminile, Torino, Einaudi, 1977;Antonio Ricchezza,Le donne italiane nella Resistenza, in “Storia illustrata”, n. 302, gennaio 1983; Simona Lunadei, Sguardi di donne sulla guerra, a cura dell’IRSIFAR (Istituto romano per la storia d’Italia dal fascismo alla resistenza) gennaio 1993.
7) Il Ministero Parri fu in carica per soli cinque mesi da giugno a novembre del ’45. Ferruccio Parri, da sempre antifascista (aveva subito carcere e confino durante il regime) era stato tra i fondatori del Partito d’Azione e capo della Resistenza, col nome di Maurizio, pertanto, la sua nomina a capo del governo rappresentava la vittoria della Resistenza anche sul terreno istituzionale; era un taglio netto con il passato e con le compromissioni fasciste precedenti. Il crollo del suo governo, grazie all’appoggio che liberali, socialisti e comunisti ormai pensavano di dare a De Gasperi (D. C.), significò la liquidazione della Resistenza, l’esclusione dei partigiani da incarichi istituzionali fondamentali, quali magistratura, polizia, esercito. Insomma si assistette in vece dell’epurazione dei fascisti –come sarebbe stato logico- a quella dei partigiani, e ciò con gravi conseguenze negli anni a venire per la giovane Repubblica italiana, che fu minata in più occasioni dai tentativi di colpi di Stato fascisti, organizzati da quelli che vennero definiti gli “apparati deviati” dello Stato, e che si servivano della manovalanza fascista per porre in atto quella “strategia della tensione” -inaugurata dall’esplosivo che provocò la strage di Piazza Fontana a Milano il 12 dicembre 1969-.
Sulla mancata epurazione dei fascisti e del
mancato rinnovamento degli apparati statali nel dopoguerra, citiamo lo storico
inglese Paul Ginsborg che nella sua Storia
d’Italia dal dopoguerra ad oggi scrive:
“L’intera questione dell’epurazione risultò uno dei problemi più scottanti
dell’epoca. Chi aveva combattuto nella Resistenza o aveva sofferto sotto il
fascismo pretendeva, con qualche giustificazione, che i membri del regime
fascista non sfuggissero ad una punizione. D’altro canto, epurare
l’amministrazione dai fascisti iscritti significava più o meno chiuderla, dal
momento che la tessera del partito fascista era stata obbligatoria per tutti i
funzionari statali. L’attività delle commissioni di epurazione riuscì ad
abbinare i lati peggiori di questo stato
di cose: lasciò liberi alcuni tra i maggiori responsabili del fascismo,
incriminando invece il personale dei livelli più bassi. L’epurazione si risolse
in un fallimento completo. La magistratura non ne fu minimamente toccata e
quando fu il suo turno di giudicare prosciolse quanti più imputati poté
dall’accusa di collaborazione col passato regime… Nel 1960 si calcolò che solo
due dei prefetti in servizio non erano stati funzionari sotto il fascismo. Lo
stesso era vero per tutti i 135 questori e per i loro 139 vice… Nel giugno del
1946 Togliatti (Era ministro della giustizia nel primo governo De Gasperi.
Era trascorso troppo poco tempo dalla Liberazione, per poter emarginare le
sinistre, e il partito comunista i
particolare che in essa aveva avuto un ruolo determinante.
Alla fin fine
l’unica effettiva epurazione fu quella condotta dai ministri democristiani
contro i partigiani e gli antifascisti che erano entrati nell’amministrazione
statale subito dopo l’insurrezione nazionale. Lentamente ma con determinazione
De Gasperi sostituì tutti i prefetti nominati dal Cln con funzionari di
carriera di propria scelta.
E nel 1947-48 il nuovo ministro democristiano degli Interni, Mario Scelba , epurò con sveltezza la polizia dal consistente numero di partigiani che vi erano entrati nell’aprile del 1945. ( Scelba va ricordato anche per la sua famigerata “celere”, addestrata a caricare i lavoratori e gli studenti durante democratiche manifestazioni)
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Ma
io vorrei morire stasera,
e
che voi tutti moriste
col
viso nella paglia marcia,
se
dovessi un giorno pensare
che
tutto questo fu fatto per niente
Renata
Vigano’

Fondamentale per il nostro discorso è sottolineare come il tempo intercorso tra il ‘36 e il ‘37 sia uno spartiacque essenziale nella storia dell’antifascismo, portando ad una prima maturazione i dissensi nei confronti del regime.
Proprio tra il ‘35 e il ‘37 infatti, dinanzi al cadere militare e morale-etico delle truppe italiane in Etiopia, molti giovani vedono il volto guerrafondaio della mitica fascista in tutta la sua gravità. Questa gioventù da tali eventi comincia a prendere coscienza.
Nonostante la scuola sia stata il punto principale della fascistizzazione di massa, proprio questa ossessione fa nascere all’interno dei licei romani, Tasso e Visconti su tutti, sodalizi tra alcuni studenti, tra cui quello che unì Alicata e Zevi, Orlando e Perva, allora poco più che adolescenti ma destinati tutti a diventare personaggi di rilievo nella storia dell’antifascismo prima, e, come Perva, nella vita della Repubblica democratica poi.
É importante sottolineare come l’antifascismo si sia mosso nel mondo della cultura, più facilmente confluente nella sinistra o in aree politiche ad esse limitrofe.
Questo poi a maggior ragione in una città come Roma, mai stata forte di una componente industriale. Per quanto sono stati comunque importanti i collegamenti nati tra gli studenti e quei pochi operai ed artigiani. Così i licei e le università diventano fucine dell’educazione all’antifascismo autogestita, sfidando la famigerata polizia segreta del regime, l’OVRA. Nel ‘36-37 nasce il Circolo giovanile di cultura moderna su spinte anticonformiste, che si riuniva abitualmente a casa di Bruno Zevi. ad ogni riunione si discuteva un tema, queste riunioni continuarono fino a quando si venne a sapere che si era infiltrata una spia dell’ OVRA e che sul tavolo della questura arrivavano regolarmente i rapporti delle loro attività. Anche se si discuteva solo di temi culturali, questo germe non conformista aveva messo in allarme il regime, dal momento che questi giovani cominciavano a leggere autori proibiti dal fascismo (Baudelaire, Montale, Marx..); infatti è proprio da spinte anticonformiste al regime e su ispirazioni etiche e morali che muove l’antifascismo.
D’altro canto gli stessi Littorali, che sono momenti di aggregazione nazionale e di indottrinamento fascista, fungono quasi paradossalmente per l’informazione e la diffusione di motti antifascisti, laddove alle parole d’ordine del regime comincia a maturare e si contrappone da parte dei giovani la critica antifascista.
Come quindi le adunanze dei
Littorali del ‘35, ‘36, ‘37 e ‘38 diventano momenti di legami intellettuali di
intesa antifascista, anche di carattere cospirativo e organizzativo, perfino in
quelle che erano riviste di regime si cominciano a far passare tra le righe
messaggi antifascisti nonostante la censura. Un esempio notevole di quello che
ho appena detto è
La consapevolezza di doversi
opporre cresce esponenzialmente nell’arco di tempo compreso tra le guerre
coloniali italiane e
Nel 1940 si sviluppa un proficuo
contatto tra i giovani comunisti romani e i liberal-socialisti, che permette di
realizzare un coordinamento dell’azione antifascista. Tra questi spicca la
figura di Mario Alicata, intellettuale antifascista, che insieme a Muscetta,
diventa nel ‘41 redattore della casa editrice Einaudi. L’unità nella lotta
antifascista e antinazista tra gli studenti, si realizza anche (fra il ‘38 e il
‘43) con l’allestimento da parte di Amendola e Orlando di un impianto
nell’intercapedine di un villino per la fabbricazione di documenti falsi e con
la gestione di contratti quotidiani con militanti di varie organizzazioni
clandestine per lo scambio dei rispettivi giornali e bollettini d’informazione
che contenevano l’indicazione delle spie e la previsione delle possibile retate.
Dal ‘40 in poi si assisté quindi ad una svolta decisiva per la lotta
antifascista, condotta all’interno dell’università
L’armistizio dell’8 settembre 1943, con la conseguente occupazione nazifascista, segna l’inizio del periodo più nero del conflitto. Nello stesso anno nasce l’ARSI (Associazione Rivoluzionaria Studentesca Italiana) fondata da un giovane studente di medicina, Agnini, che pubblicò un proprio giornale, naturalmente clandestino, La nostra lotta. Grazie all’ARSI sono messi in contatto diretto i dirigenti dei gruppi giovanili comunisti e azionisti, fino ad allora sconosciuti gli uni agli altri. Sempre per mano di appartenenti all’ARSI ci sono più tentativi di distribuzione di armi al popolo, segno questo di una resistenza al regime che si trasformerà in resistenza armata. Nei giorni dall’8 all’11 settembre il Comitato studentesco di agitazione occupa l’università bloccando il normale svolgimento delle lezioni come protesta contro l’occupazione nazista. Conseguenti a questi giorni sono morti e arresti per mano della polizia tedesca e un’estensione dilagante della protesta studentesca, che esce dalle mura della cittadella universitaria per approdare anche alla realtà degli studenti liceali.
Nascono proprio in questo periodo collaborazioni ufficiali tra studenti e professori, come l’USI (Unione Studenti Italiani) sostenuta dai partiti antifascisti e dall’ AIDI (Associazione Italiana Degli Insegnanti). Sono in pochi però quei professori che rispetto alla maggioranza, che aveva giurato al regime, garantiscono agli studenti un appoggio antifascista ed un’educazione libera, presupposto fondamentale di una democrazia. Tra i caduti si contano personaggi di spicco, quali il prof. Gioacchino Gesmundo, nella cui casa aveva sede la redazione del giornale L’Unità, lo stesso verrà poi torturato in via Tasso. In via Tasso infatti si trovava un carcere: un edificio con le finestre murate dentro il quale i prigionieri subivano torture di ogni genere: bruciature, mani perennemente legate dietro la schiena che andavano in cancrena, punte di ferro che stringevano le tempie, continui colpi al basso ventre e tutto quanto la fantasia perversa degli aguzzini inventava. Molti di questi prigionieri saranno poi fucilati alle Fosse Ardeatine. Questo clima continua fino alla liberazione di Roma, il 4 giugno ‘43, da parte degli Alleati e ancora fino all’insurrezione partigiana e alla liberazione d’Italia del 25 aprile ‘45.
Elisabetta Ragnisco
Karen Visigalli
TESTIMONIANZE
Le
testimonianze che vi leggeremo sono state raccolte durante un lavoro svolto a
scuola nell’anno scolastico. Sono narrate da studenti ex combattenti. Queste
che citeremo sono due esempi contenenti dati e informazioni riguardanti
tecniche di lotta nelle scuole.
Protagonista della prima
testimonianza è Maurizio Ferrara, alunno del liceo classico Tasso. Nel periodo
di occupazione tedesca della città di Roma organizzò manifestazioni e scioperi
di studenti.
Dopo la guerra è
stato giornalista e direttore dell’Unità, presidente della Giunta della Regione
Lazio e parlamentare del PCI
Io nel 1935 avevo solo 14 anni
e trascorrevo il tempo libero giocando a pallone: ero portiere nella squadra
dei ginnasiali del Tasso. L’unica prodezza antifascista che potei compiere- e
ne vado ancora fiero-fu l’aver parato un calcio di rigore,eseguito in verità
con scarsa destrezza (me lo tirò in bocca) da un tronfio e prepotente liceale del
Tasso,tale Vittorio Mussolini.Fu nel 1940 quando vidi per la prima volta dei
comunisti.Mio padre era un avvocato di formazione crociana,antifascista
tenace,e difendeva in quel processo Pietro Amendola. L’arringa difensiva fu una
vera e propria requisitoria nei confronti del regime. Quel processo fu decisivo
per far orientare il mio antifascismo,fino ad allora oscillante tra il
liberalismo paterno,l’azionismo di Giuseppe Orlando,il comunismo di Antonello
Trombadori.
Nelle file della resistenza
romana,nella quale cominciai a lavorare subito dopo il mio ritorno a Roma dal
servizio di leva,feci un po’ di tutto.Mi occupai di questioni militari aRoma e
nei Castelli ma le emozioni maggiori le ebbi
nell’attività svolta dal dicembre 43 all’aprile 44,quando fui inviato a
lavorare tra gli studenti, sotto la supervisione di Carlo Lizzani e Dario
Puccini. Fu creato così un CSA -comitato studentesco di agitazione- che diede
vita a un comitato tecnico,il quale doveva dirigere le “operazioni”sul campo
.L’obbiettivo principale era il blocco graduale del funzionamento dell’
Università e la realizzazione di manifestazioni pubbliche durante l’occupazione
militare tedesca.
La prima manifestazione
si svolse al Policlinico, presso la facoltà di medicina , il 17 gennaio 44 e
durò non più di un quarto d’ora. Fu quella l’occasione nella quale tenni il
primo comizio della mia vita , urlando per pochi minuti slogans antifascisti.
La manifestazione prevedeva
anche l’interruzione degli esami e ciò diede vita a una rissa con alcuni
esaminandi riottosi. Alcuni poliziotti intervennero sparando: uno dei nostri,
Gianni Toti, venne ferito. Poiché l’iniziativa ebbe successo decidemmo di
continuare: si manifestò nella facoltà di Architettura e di Ingegneria ( anche
qui vi furono colluttazioni e revolverate ) .
Il 29 gennaio l’iniziativa
investì i licei Visconti, Virgilio, Cavour, Dante. Lo sciopero ebbe risultato
positivo. Vivemmo anche momenti tragici : Gigi Silvestri fu arrestato e Massimo
Gizio fu ferito mortalmente.
Venne così deciso di
costituire un gruppo di protezione armata per le nostre manifestazioni.
Il 16 aprile nella Basilica di
S. Maria Maggiore vi furono commemorazioni per gli studenti ed i professori
caduti alle Fosse Ardeatine il 24 marzo. Fra gli uccisi Ferdinando Agnini,
Romualdo Chiesa, Pilo Alberelli, Gioacchino Gesmundo, Salvatore Canalis, Unico
Guidoni, Orlando Orlandi.
Nel periodo da aprile a giugno
i partiti antifascisti erano allo stremo; il movimento degli studenti romani
però superò la prova di quei difficili mesi a testa alta.
Oggi è tempo di pensare, non
solo perché pensare è vivere, ma anche perché bisogna affermare che il fascismo
è una concezione di vita, una mentalità, un comportamento.
Chi dice “ sporco ebreo” ,
“sporco negro” , “sporco comunista” , “sporco barbone” è un potenziale
fascista.
Sara Dassa, III D
Aver scelto la testimonianza di Maria Zevi per parlare della resistenza
al nazifascismo significa aver potuto analizzare la storia della resistenza da
un punto di vista particolare: Maria Zevi infatti, come donna ed ebrea, ha
compiuto una duplice resistenza volta a difendere i diritti dell’umanità e allo
stesso tempo ad emancipare la donna, la cui identità era stata relegata dal
regime al ruolo di donna fattrice. Maria Zevi costituisce inoltre un caso
esemplare nell’ambito della resistenza italiana per quanto riguarda la nostra
situazione attuale di studenti: con la sua testimonianza di vita infatti è
riuscita a concretizzare quel messaggio che la scuola deve diffondere ovvero
l’importanza che la cultura assume per l’esercizio del libero pensiero. La sua
resistenza si è svolta infatti nell’ambito universitario, presso la facoltà di
Roma di Fisica dove ha conseguito la laurea nel 1940 e dove ha insegnato fino
alla sua morte. L’università, come lei stessa ci racconta, ha costituito il
luogo di iniziazione al movimento antifascista.
Nel 1938 il
regime emanò le leggi razziali. Il 2 settembre il Gran consiglio dei ministri
emanò il primo provvedimento contro gli ebrei che allora costituivano appena 1%
della popolazione italiana: i primi decreti colpirono proprio l’ambito
scolastico infatti in base ad essi docenti e studenti furono esclusi dalle
scuole e dalle università, ad eccezione degli universitari già iscritti , ed io
ero fra quelli. Vennero espulsi 96
professori ordinari, 195 docenti,4400 bambini,1000 ragazzi delle scuole medie.
Il decreto sulla scuola fu accompagnato da una campagna di stampa che
utilizzava slogans come questi ”fuori
gli ebrei dalla scuola, gli ebrei avvelenano la gioventù”. A tale provvedimento
se ne aggiunsero altri per i quali gli ebrei dovevano essere allontanati dagli
impieghi statali, dovevano denunciarsi all’anagrafe, non potevano sposare
cittadini di razza ariana. Di fronte a queste restrizioni liberticide
l’atteggiamento della maggior parte della popolazione italiana fu quello di rinuncia
e passività a partire dalla stessa monarchia e del vaticano. Anche i
molti ebrei colpiti da tali restrizioni reagirono con una forma di disperazione
che chiamerei scoraggiamento. Anche la mia reazione inizialmente fu quella di
tanti altri ebrei, avvilimento e scoraggiamento erano i sentimenti dominanti ed
erano legati al fatto di essere considerati una razza inferiore. Poi
all’università incontrai l’antifascismo che mi offriva la possibilità di
reagire in maniera positiva. L’antifascismo ebbe inizialmente il volto di due
studenti: Sanguinetti e Radice. Soprattutto quest’ultimo mi trasmise il vero
spirito della resistenza. In un periodo in cui volevo emigrare mi convinse a
rimanere dicendomi: ”Se tua madre sta male, che fai la lasci sola? Ora l’Italia
è dominata da questi delinquenti e non si può abbandonare il campo, bisogna
resistere. Ma cosa ha significato la resistenza nella mia vita ? É stata
l’esercizio quotidiano del diritto del libero pensiero attraverso la missione
didattica della diffusione del sapere. Che cosa facevamo per lottare contro il
fascismo? Per prima cosa studiavamo. Leggevamo di tutto, si andava ai concerti,
al teatro , alle mostre dei pittori d’avanguardia. Ci sentivamo investiti di
una missione solo per il fatto di
portare un messaggio. Con la coscienza di quanto sia stata fondamentale
la preparazione culturale per la diffusione dell’antifascismo voglio porre
particolarmente l’accento sulle iniziative
legate alle attività intellettuali
che si svilupparono durante la resistenza antifascista: oltre
all’università clandestina per gli studenti espulsi organizzata da Castelnuovo,
venne istituito un liceo per i ragazzi allontanati dalle scuole e quella che fu
da principio una scelta di carattere
eminentemente pratico si rivelò utile anche sul piano politico: infatti il
professor Monferrini che insegnò dapprima in una di queste scuole clandestine e
poi al Mamiani ha contribuito
a formare politicamente intere generazioni di ragazzi. Oggi c’è tuttavia il
pericolo che tutto ricominci : appaiono ancora le svastiche, le scritte contro
gli ebrei .
Al termine della testimonianza di Maria Zevi,
interrogandoci sul perché ancora tutto questo non sia finito è possibile
trovare una risposta: evidentemente la memoria storica non è ancora patrimonio
comune, e proprio per questo, per far si che ognuno prenda coscienza di una
storia ritenuta spesso fastidiosa, abbiamo organizzato questa giornata della
memoria che contribuisca ad aggiungere un altro tassello alle coraggiose azioni
di quanti combatterono anche per la nostra libertà. Ma che la resistenza
continui è un dovere prima di tutto verso noi stessi.
Raffaella Barbetti, III D
Provvedimenti per la difesa
della razza italiana
R. decreto legge 17
novembre 1938 XVII, n. 1728
Capo primo. Provvedimenti relativi ai matrimoni.
Art.1. Il matrimonio dei cittadino italiano di razza ariana con
persona appartenente ad altra razza è proibito.
li matrimonio celebrato in contrasto con tale divieto è nullo.
Art.22. Fermo il divieto di cui all'art.1 i, il matrimonio del cittadino italiano con persona di nazionalità straniera è subordinato al preventivo consenso dei Ministro per l'Interno.
I trasgressori sono puniti con l'arresto fino a tre mesi e con l'ammenda fino a lire diecimila.
Art. 3 Fermo sempre il divieto di cui all'art. 1,i, i dipendenti delle Amministrazioni civili e militari dello Stato, delle Organizzazioni del Partito Nazionale Fascista o da esso controllate, delle Amministrazioni delle Province, dei Comuni, degli Enti parastatali e delle Associazioni sindacali ed Enti collaterali non possono contrarre matrimonio con persone di nazionalità straniera.
Salva l'applicazione, ove ne ricorrano gli estremi, delle sanzioni previste dal l'art.2,, la trasgressione del predetto divieto importa la perdita dell'impiego e del grado.
Art.4, Ai fini dell'applicazione degli artt.2 e t 3, gli italiani non regnicoli non sono considerati stranieri.
Art.
Nel caso previsto dall'art. 1 , non procederà né alle pubblicazioni né alla celebrazione del matrimonio.
L'ufficiale dello stato civile che trasgredisce al disposto del presente articolo è punito con l'ammenda da lire cinquecento a lire cinquemila.
Art.6 , Non può produrre effetti civili e non deve, quindi, essere trascritto nei registri dello stato civile, a norma dell'art.5d ella legge 27 maggio‑VII, n.84
il matrimonio celebrato in violazione dell'art. 1.
Al ministro del culto, davanti al quale sia celebrato tale matrimonio, è vietato
l'adempimento di quanto è disposto dal primo comma dell'art.8 della
predetta legge.
I trasgressori sono puniti con l'ammenda da lire cinquecento a lire
cinquemila.
Art.
relativi a matrimoni celebrati senza l'osservanza dei disposto dell'art. 2 è tenuto a far
ne immediata denunzia all'autorità competente.
Capo Secondo. Degli
appartenenti alla razza ebraica
.
Art. 8. Agli effetti di legge:
a) è di razza ebraica colui che è nato da genitori entrambi di razza ebraica, anche
se appartenga a religione diversa da quella ebraica;
b) è considerato di razza ebraica colui che è nato da genitori di cui uno di razza ebraica
e l'altro di nazionalità straniera;
c) è considerato di razza ebraica colui che è nato da madre di razza ebraica qualora
sia ignoto il padre;
d) è considerato di razza ebraica colui che, pur essendo nato da genitori di nazionalità
italiana, di cui uno solo di razza ebraica, appartenga alla religione
ebraica, o sia, comunque, iscritto ad una comunità israelitica, ovvero abbia fatto, in
qualsiasi altro modo, manifestazioni di ebraismo
Non è considerato di razza ebraica colui che è nato da genitori di nazionalità italiana, di cui uno solo di razza ebraica, che, alla data del 1 ottobre 1938‑XVI, apparteneva a religione diversa da quella ebraica.
Art.
registri dello stato civile e della popolazione.
Tutti gli estratti dei predetti registri ed i certificati relativi, che riguardano appartenenti alla razzi ebraica devono fare espressa menzione di tale annotazione.
Eguale menzione deve farsi negli atti relativi a concessioni o autorizzazioni della
pubblica autorità.
I contravventori alle disposizioni dei presente articolo sono puniti con l'ammenda
fitto i lire duemila.
Art. 10. 1 cittadini italiani di razza ebraica non possono:
a) prestare servizio militare in pace e in guerra;
b) esercitare l'ufficio di tutore o curatore di minori o di incapaci non appartenenti
alla razza ebraica;
c) essere proprietari o gestori, a qualsiasi titolo, di aziende dichiarate interessanti
la difesa della Nazione, ai sensi e con le norme dell'art. 1 del R. decreto‑legge
18 novembre 1929‑VIII.n.2488, e di aziende di qualunque natura che impieghino cento o più persone, né avere di dette aziende la direzione né assumervi comunque, l'ufficio di amministratore o di sindaco;
d) essere proprietari di terreni che, in complesso, abbiano un estimo superiore a
lire cinquemila,
c) essere proprietari di fabbricati urbani che, in complesso, abbiano un imponi-
bile
superiore i lire ventimila. Per i fabbricati per i quali non esista
l'imponibile, esso sará stabilito sulla base degli accertamenti eseguiti ai
fini dell'applicazione dell'imposta straordinaria sulla proprietà immobiliare
di cui al R.decreto‑legge 5 ottobre 1936‑XIV, n. 174 3
Con decreto Reale, su proposta del Ministro per le finanze, di concerto coi Ministri per l'interno, per la grazia e giustizia, per le corporazioni e per gli scambi e valute, saranno emanate le norme per l'attuazione delle disposizioni dì cui alle lettere c), d) e).
La propaganda fascista per l’applicazione e la divulgazione del RAZZISMO imperialista













