Corso di Storiadocumenti

  per gli studenti delle classi del triennio

 

dal Nazifascismo alla Liberazione
 

 

 

 

 


lezioni – conferenze con l’impiego di fonti documentarie e storiografiche e materiali  filmici)

 

Argomenti del corso:

 

·       Shoah: una lucida follia                                

·       Analisi dei presupposti storici dello sterminio: dall’antigiudaismo cristiano

    all’antisemitismo imperialista tra ‘800 e ‘900

·       Fascismo in Italia, Nazismo in Germania     

·       L’eugenetica nazista                                     

·       I razzismi del Fascismo: la costruzione della diversità attraverso gli stereotipi                                 

·       Le leggi razziali del ’38: propaganda, strutture, applicazione                                                  

·       Dalle guerre del Nazifascismo alla Resistenza e alla Liberazione

·       Dalla “banalità del male” all’etica come categoria ontologica per la costruzione di personalità responsabili e democratiche

   

 

 

docente: prof.ssa Maria Mantello

 

 

 

Scarpette rosse e riccioli biondi

C’è un paio di scarpette rosse

numero ventiquattro

quasi nuove:

sulla suola interna si vede ancora la marca di fabbrica

“Schulze Monaco”;

c’è un paio di scarpette rosse

in cima a un mucchio di scarpette infantili

a Buchenwald;

più in là c’è un mucchio di riccioli biondi

di ciocche nere e castane

a Buchewald;

servivano a far coperte per i soldati;

non si sprecava nulla,

e i bimbi li spogliavano e li radevano

prima di spingerli nella camere a gas;

c’è un paio di scarpette rosse

di scarpette rosse per la domenica

a Buchenwald;

erano di un bambino di tre anni

forse di tre anni e mezzo;

chi sa di che colore erano gli occhi

bruciati nei forni,

ma il suo pianto lo possiamo immaginare:

si sa come piangono i bambini;

anche i suoi piedini li possiamo immaginare:

scarpa numero ventiquattro

per l’eternità,

perché i piedini dei bambini morti non crescono;

c’è un paio di scarpette rosse

a Buchenwald

quasi nuove,

perché i piedini dei bambini morti

non consumano le suole.

 

Joyce Lussu

 

 

 

 

Elaborazione e computergrafica G. Di Pastena

Un particolare ringraziamento ai ragazzi della III D dell’a. sc. 2001/2002

 

 

ESEMPI DI MATERIALE DIDATTICO IMPIEGATO NEL CORSO

 

 

 

Resistenza: la guerra al Nazifascismo, notazioni

 

Abbiamo detto che la guerra civile spagnola costituì l’inizio della Resistenza. Il dato assume ancora maggiore interesse se pensiamo che il 1936 era stato l’anno della proclamazione dell’impero d’Etiopia, proclamazione accompagnata da ovazioni di folla esultante,  ubriaca delle parole del suo Duce: “L’Italia ha finalmente il suo impero…Impero di civiltà e umanità per tutte le popolazioni dell’Etiopia… In questa certezza suprema, levate in alto, o legionari, le insegne, il ferro  e i cuori, a salutare, dopo quindici secoli, la riapparizione dell’impero sui colli fatali di Roma “1)

Verso la fine di quell’anno però, gli avvenimenti spagnoli rompono in qualche modo il consenso ipnoide e ciò avviene anche a livello di masse popolari, nei grandi centri industriali. La testimo-nianza ci viene da una fonte non sospetta: i rapporti dei “confidenti” (le spie) del Partito Fascista, consultabili  presso l’Archivio Centrale dello Stato (Roma). E’ importante vedere come le preoccu-pazioni di questi informatori scaturiscano dall’accresciuta presa di posizione da parte degli operai, che di fronte alla mobilitazione antifascista in Spagna hanno “risvegliato la sopita lotta di classe”.

Un confidente in un rapporto su Genova, il 10 giugno  scrive: Le popolazioni vivono in tranquillità tanto più apprezzabile di fronte agli echi sanguinosi della guerra civile spagnola, ma è doveroso rilevare che in mezzo al ceto operaio, specie nel settore industriale, troppi ancora sono gli elementi che si straniano dal clima fascista…Appunto gli avvenimenti di Spagna hanno risvegliato sopite speranze in chissà quali rivolgimenti politici a più o meno breve scadenza, che dovrebbero segnare la capitolazione dello spirito autoritario fascista in Italia e fuori…”In un altro di questi rapporti, datato 26 agosto e riguardante Milano si legge: “… Le classi operaie sono quelle sulle quali gli avvenimenti spagnoli hanno fatto più presa…in alcuni operai c’è un inconfessato senso di solidarietà con i comunisti spagnoli. L’eco della rivoluzione ha risvegliato in loro la sopita “lotta di classe”, malgrado tutte le previdenze del regime. Sono degli isolati ai quali però si aggiungono gli scontenti, i disoccupati, gli ex confinati ed ex detenuti politici, tutti quei sovversivi  che sognano la riscossa, tutti gli elementi torbidi che vivono ai margini della società 2). E ancora, Il 26 agosto da Torino si segnala: “Che il conflitto spagnolo interessi appassionatamente le masse, lo si rileva dal fatto che, malgrado la diffidenza, molte lingue si sciolgono e vengono fuori commenti e considerazioni che possono far incorrere in inconvenienti gravi.” Un'altra nota  del 9 dicembre proveniente da Genova informa: ”...seralmente molti operai si recano presso amici possessori di apparecchi radio per ascoltare le trasmissioni da Barcellona, da Madrid…ad una certa ora è possibile udire i discorsi dei rivoluzionari spagnoli e gli inevitabili inni: Internazionale e Milizia rossa”. 

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1)      Discorso di Mussolini alla folla, 9 maggio 1936.

     Quella folla esultante ben presto sarà educata al mito di una immaginifica superiorità razziale

che culminerà con la vergogna delle leggi razziali del 38, che porterà ad escludere dalla vita civile i cittadini italiani di religione ebrea. Una esclusione che diverrà, durante l’occupazione

nazista, anche eliminazione fisica.

Le  inermi popolazioni d’Etiopia, nel frattempo, usufruivano della civilizzazione: fucilazioni, impiccagioni, gas e fiamme sui miseri villaggi. Così ordinava Mussolini al suo fido generale Graziani il 5 giugno del 36:”..impieghi i gas…Autorizzo ancora una volta V.E. a iniziare e condurre sistematicamente la politica del terrore e dello sterminio contro i ribelli e le popolazioni complici. Senza la legge del taglione al decuplo non si sana la piaga in tempo utile.” in Del Boca, Gli Italiani in Africa orientale, la conquista dell’impero, Bari Laterza, 1979

Coi termini “sovversivo” , “elemento torbido” il fascismo era solito indicare gli antifascisti, che in quanto non asserviti al regime erano considerati pericolosi. Tra costoro figuravano ad esempio Gramsci, Gobetti, Amendola, Pertini… per fare solo qualche nome,che insieme a tantissimi altri, forse meno noti, hanno conquistato libertà e dignità negate. Le hanno conqui-state a prezzo di sacrifici indicibili e anche per quelli (i fascisti) che tali libertà non avrebbero mai volute.

 

 

 

 

Resistenza: la guerra al Nazifascismo, notazioni

 

Gli italiani, negli anni del maggior consenso ufficiale, sebbene in qualche modo si sentissero esaltati dalla smania di grandezza che lo Stato fascista attuava (Etiopia, Albania colonizzate…), compensando così nel mito del nazionalismo le proprie frustrazioni individuali, 1) cominciarono a capire che le guerre fasciste non erano solo un bel gioco parolaio e da parata dove sfilavano in divisa e armati finanche i bambini (balilla), ma che queste erano divenute una realtà che richiedeva morti e sacrifici.

Il disagio si andò trasformando in ribellione con la seconda guerra mondiale2), dove di lacrime e sangue ce ne furono per tutti.

Di fronte alle sconfitte belliche, il mito fascista, strutturato sulla violenza e sulla conquista, non reggeva più. Gli italiani, che adesso piangevano i propri morti, cominciavano a desiderare la fine del conflitto. I partiti democratici, che il fascismo aveva abolito, in questo clima potevano riorganizzare, anche se clandestinamente la propria attività. Un particolare significato, proprio in chiave antifascista, fu lo sciopero alla Fiat del marzo del ’43, che raccoglieva i lavoratori del centro-nord. Questi, organizzati dai partiti comunista e socialista chiedevano: ”pace, pane e libertà 3). Anche gli industriali, di fronte alla manifesta crisi del regime mussoliniano, che pure avevano voluto a baluardo dei loro interessi economici, cominciarono a prendere le distanze dal  Duce. Quando poi il 10 luglio le truppe angloamericane sbarcarono in Sicilia, anche il re fu costretto ad intervenire, e così, d’intesa con il Gran Consiglio del Fascismo, il 25 luglio Mussolini fu posto in minoranza e, ormai decaduto da capo del governo, fu fatto arrestare.

 

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  1)     A proposito del nazionalismo imperialista così scrive D.K. Fieldhaouse: “ Nella sua forma matura può essere meglio descritto come fenomeno sociologico con radici nei fatti politici ; e può essere dovutamente compreso soltanto nei termini di quella stessa isteria sociale, che da allora ha dato origine ad altre e ben più disastrose forme di nazionalismo aggressivo”. Imperialismo” in Storia Universale Feltrinelli, Milano,1967.                       

Sulla Nazione-mito del fascismo, e per l’influenza esercitata in particolare sulla piccola e media

borghesia italiana,  fondamentale è il saggio di Luigi Salvatorelli: Nazionalfascismo, Einaudi, Torino, 1977.

 

  2)      Questa guerra, com’è noto, fu voluta dalla Germania nazista, (di cui Mussolini era alleato). Forse vale la pena di riflettere sul fatto che, il nazionalismo tedesco attuava la sua colonizzazione nella stessa Europa, facendone terra di conquista a cui imporre quello che Hitler aveva definito Nuovo Ordine. Questo era  stato teorizzato da Hitler nel Mein Kampf (1927), dove prevedeva la conquista del Lebensraum (spazio vitale) per i tedeschi , considerati, in quanto tali superiori e come tali nel diritto di divenire i padroni di tutto e di tutti. Nel delirante libello si legge:  ..Noi possediamo nel nostro corpo nazionale tedesco grandi elementi …Chi parla di una missione del popolo tedesco sulla Terra,

deve sapere che questa può solo consistere nella formazione d’uno Stato ravvisante il suo compito supremo nella conservazione e nell’incremento degli elementi più nobili, rimasti illesi, della nostra nazione; anzi dell’intera umanità …un’umanità superiore, donata a questa Terra dalla bontà dell’Onnipotente …Il Reich tedesco deve, come Stato, comprendere tutti i Tedeschi, col compito non solo di raccogliere e conservare di questo popolo i più preziosi fra

gli elementi originari di razza, ma di sollevarli…ad una posizione di predominio.

La politica estera dello Stato nazionale deve assicurare l’esistenza su questo pianeta della razza raccolta nello Stato, creandole col numero e lo sviluppo degli individui che la compongono e con la vastità e bontà del territorio, una situazione sana e vitale. Solo un sufficiente  spazio su questa terra assicura ad un popolo una libera esistenza…Così il popolo tedesco potrà realizzare il suo avvenire solo in qualità di potenza mondiale…Personifichiamo la più alta umanità della Terra…

I sistemi impiegati in tale colonizzazione sono cosa tristemente nota: la schiavitù e lo sterminio innanzitutto di milioni di ebrei, ma anche di zingari, di omosessuali, di quanti coloro che venivano considerati dai nazisti “non perfetti” fisicamente mentalmente psicologicamente ideologicamente, di slavi, di neri, di testimoni di Geova, dei democratici che al nazismo si opponevano. E tutto ovviamente “per assolvere a una missione… per servire un’idea superiore” –come leggiamo ancora nel Mein Kampf-  

   3) Il diritto di sciopero, conquistato a prezzo di dure lotte dai lavoratori, durante l’età giolittiana, venne abolito dal  

     Fascismo il 3 aprile del 1926. La manifestazione del ’43, è molto importante proprio per il suo carattere politico

 essendo il primo sciopero realizzato in un’Europa che, occupata dal nazifascismo, si opponeva al terrore delle sue angherie e rappresaglie sistematiche.

 

 

 

La guerra al fascismo, notazioni

 

L’opposizione al Fascismo in Italia, nonostante gli strumenti repressivi del carcere, del confino, nonostante il clima irrespirabile della delazione esercitata attraverso la polizia segreta: OVRA   (Organizzazione Vigilanza Repressione Antifascismo), e nonostante il “consenso” abilmente creato attraverso la fascistizzazione capillare e puntuale di stampa radio cinema scuola, si svolgeva in  clandestinità. C’era, anche se non costituiva certo un movimento di massa. Tuttavia il fascismo e Mussolini , al di là delle dichiarazioni ufficiali, delle parate… non doveva essere poi tanto amato se quel 25 luglio del 43, alla notizia che il Duce non era più il capo, e che il Governo era stato affidato dal re a Badoglio, intere moltitudini si riversarono nelle strade delle città per festeggiare e per abbattere i simboli che  di sé Mussolini aveva fatto erigere.

 

La data in cui l’antifascimo europeo si trasformò in Resistenza è la guerra civile spagnola (1936-1939). In aiuto dei democratici, accorsero da tutta Europa ingenti gruppi di volontari 1) per salvare la Spagna dal reazionario blocco clerico-fascista, che era giunto a volere il pronunciamento militare (golpe) del generale F. Franco (18 luglio 1936). La fragile democrazia spagnola, nata nel ’31, purtroppo  fu travolta, visto che, mentre le potenze democratiche europee (Francia e Inghilterra) non inviarono aiuti ai democratici, i fascisti furono sostenuti militarmente da Mussolini e da Hitler: il governo italiano inviò in Spagna 7000 soldati e quello tedesco i potenti aerei da bombardamento, la cui capacità distruttiva è stata immortalata nel capolavoro di Picasso, Guernica.

A seguito degli avvenimenti spagnoli, appariva chiaramente come il disegno fascista non si limitas-se a togliere libertà e democrazia nei paesi dove si era insediato, ma nell’Europa tutta. Bisognava combatterlo, e attraverso un Fronte Popolare. Una necessità che divenne consapevolezza, quando la logica fascista sfociò  ineluttabilmente nella tragedia del secondo conflitto mondiale.

Un contributo significativo alla formazione di un Fronte Popolare di Resistenza lo diede il Partito Comunista ponendo in primo piano il problema della Liberazione dal Nazifascismo. In tal modo furono poste le premesse di una politica unitaria anche per la Resistenza italiana. Tale strategia fu ancora più chiara con la svolta di Salerno del 31 marzo 1944, quando Palmiro Togliatti, segretario del PCI, invitò a collaborare anche con il re e con Badoglio, rinviando a guerra conclusa la questione istituzionale.

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1)      Nelle Brigate Internazionali (formazione che raggruppava tutti i combattenti antifascisti democratici: comunisti, socialisti, liberali), gli italiani lottarono e morirono in prima linea, tra essi ricordiamo Carlo e Nello Rosselli, della formazione politica Giustizia e Libertà. Carlo è il noto autore di Socialismo liberale. In questa opera del 1930, egli delineava una soluzione politica estremamente interessante, in cui il liberalismo si coniugava con il socialismo in una prospettiva di rigore etico. Carlo Rosselli negli anni della guerra civile in Spagna, scriveva: “l’antifascismo italiano si è affermato in Spagnapatria ideale, la patria per cui lottammo in Italia, per cui lottiamo oggi nell’emigrazione, per cui soffrono in galera tanti compagni nostri, per cui tanti sono mortiMai come oggi noi possedemmo la coscienza di avere agito in nome e per conto dell’immensa maggioranza del popolo italiano, portando in Spagna, contro i generali fascisti e i loro alleati hitleriani e mussoliniani, la voce e il braccio dell’Italia proletariaoggi in Spagna, domani in Italia” ( citazione dal discorso di Gaetano Salvemini, in memoria dei fratelli Rosselli, 29 aprile 1951). I fratelli Rosselli furono fatti assassinare da sicari fascisti a Bagnoles-sur-l’Orne, in Normandia, dove si erano rifugiati per sfuggire alle persecuzioni del governo italiano, che purtroppo riuscì a raggiungerli.

2)      Al VII Congresso dell’Internazionale Comunista che si tenne a Mosca nel 1935. così si esprimeva Palmiro Togliatti: “…la lotta contro la guerra delle masse che aspirano a conservare la pace, deve essere coordinata nel modo più stretto con la lotta contro il fascismo…  i comunisti devono mostrare  che la classe operaia conduce una lotta coerente per la difesa della libertà nazionale e dell’indipendenza di tutto un popolo contro ogni oppressione e ogni sfruttamento(…) Se uno Stato debole viene aggredito da una o più grandi potenze imperialiste che vorrebbero distruggere l’indipendenza nazionale e l’unità nazionale…la guerra che la borghesia nazionale di questo paese conduce per respingere l’aggressione può assumere il carattere di una guerra di liberazione e i comunisti e la classe operaia del paese non possono non prendervi parte. “ (il passo, esprime bene il senso di quella volontà politica tesa a superare pregiudiziali, come la pur irrinunciabile rivoluzione comunista, per lottare innanzitutto uniti contro il fascismo )  

 

 

 

 

 

Resistenza:  guerra al Fascismo  e al Nazismo, notazioni

 

Il  25 luglio, come abbiamo già detto, fu accompagnato da manifestazioni d’entusiasmo popolare. Ma la presa di coscienza, ormai ineludibile, per gli italiani fu l’8 settembre, quando alla radio, quasi increduli, udirono il maresciallo Badoglio annunciare l’armistizio con gli anglo –americani 1). Nel frattempo il centro-nord d’Italia veniva occupato dai tedeschi, che intanto provvedevano a liberare anche Mussolini, per dar vita allo Stato fantoccio della Repubblica Sociale.

Bisognava scegliere da che parte stare! Molti, com’è noto, scelsero l’impegno armato diretto contro i nazisti e i loro fiancheggiatori, i “repubblichini” di Salò 2).

La maggioranza degli italiani, nonostante le feroci repressioni nazifasciste 3), che miravano a sottrarre ai partigiani solidarietà e aiuti materiali da parte delle popolazioni, scelsero la libertà.

Italo Calvino , a proposito della scelta del ’43, ha scritto: “…Qui (partigiani) si è nel giusto, là (fascisti) nello sbagliato. Qua si risolve; là si ribadisce la catena … Quel peso che grava su tutti noi, su me, su te, quel furore antico che è in tutti noi, e che si sfoga in spari, in nemici uccisi, è lo stesso che fa sparare i fascisti, che li porta ad uccidere con la stessa speranza di purificazione, di riscatto. Ma allora c’è la Storia: C’è che noi nella Storia, siamo dalla parte del riscatto, loro dall’altra. Da noi niente va perduto…servirà se non a liberare noi a liberare i nostri figli, a costruire un’umanità senza più rabbia, serena in cui si possa non essere cattivi. L’altra è la parte dei gesti perdenti; degli inutili furori, perduti e inutili anche se vincessero, perché non fanno Storia, non servono a liberare, ma a ripetere e perpetuare quell’odio”4).

 

Il movimento partigiano italiano - collegato ai partiti antifascisti ( Partito d’Azione, Partito Comunista, Partito Socialista, Partito Liberale, Democrazia Cristiana) che avevano costituito il 10 settembre del ’43 il C.N.L. (Comitato di Liberazione Nazionale)- si andò incrementando notevolmente anche per la presenza di moltissimi giovani che rifiutavano di aderire alla Repubblica di Salò, e ai bandi di lavoro obbligatorio a cui “invitavano” i tedeschi occupanti5). E’ importante capire il carattere spontaneo del movimento resistenziale, che vedeva impegnati  non solo i partigiani in armi, intenti a porre in atto continue azioni di guerriglia contro i nazifascisti, ma anche la popolazione civile che dava asilo e vettovaglie ai patrioti.  

Alla Resistenza aderirono cittadini di tutte le classi sociali, e, fatto molto importante per la storia del nostro paese anche le donne6).

E’ su questo terreno resistenziale che si è potuta inserire la guerra di Liberazione del legittimo governo regio, che il 13 ottobre del 43 aveva finalmente dichiarato guerra alla Germania nazista. Nonostante i contrasti interni inevitabili, se si riflette sulla natura delle diverse forze politiche in campo e sui diversi ruoli istituzionali, nonché sul peso politico degli alleati anglo-americani, i quali

temevano fortemente l’influenza assunta dal CNL (quest’ultimo aveva imposto nel giugno del ‘44 la partecipazione dei propri rappresentanti nel governo), bisogna evidenziare la costante collaborazione reciproca a cui tutti s’impegnarono: la svolta di Salerno impedì fratture tra i partiti del CLN e la Corona, rimandando la scelta istituzionale a Liberazione avvenuta; i collegamenti tra esercito regio e partigiani non s’interruppero mai; né tantomeno mancarono gli aiuti militari americani alle brigate dei patrioti. L’Italia fu liberata alla fine, e la resa i tedeschi la dovettero firmare, nelle principali città del nord, con i generali partigiani. la Resistenza popolare aveva vinto dimostrando che la libertà non è un dono e che gli italiani erano stati capaci di conquistarsela anche in contrasto con le direttive della corona e degli alleati, i quali avrebbero preferito un ruolo meno determinante per le forze partigiane. Questa preoccupazione si fece sentire ancora di più alla fine della seconda guerra mondiale, quando si avrà la vittoria delle forze conservatrici e moderate, che impediranno la svolta democratica del governo Parri per aprire la strada con De Gasperi ai cinquanta anni di governo democristiano 7).

I valori della Resistenza nel suo spirito antifascista, libertario, laico, sociale e democratico rimangono comunque a tutt’oggi nella Costituzione Repubblicana. Valori che costituiscono il patrimonio comune della civile convivenza e che sta a noi tutti conservare, contro chi li vorrebbe

 eludere, modificare, abbattere perché di intralcio a propri privilegi personali, indebitamente acquisiti, e quindi giuridicamente perseguibili dalla magistratura. La Carta Costituzionale, quindi,  non può essere oggetto di ambigui patteggiamenti per singoli individui “scesi in campo” magari per

avere solo la propria impunità. 

 

 

Note

1)      Vittorio Emanuele, dopo aver messo da parte l’ormai troppo ingombrante Mussolini, costretto alle dimissioni e in       carcere sul Gran Sasso, cercava di guadagnare tempo con i tedeschi (“la guerra continua” aveva fatto annunciare da Badoglio il 25luglio ), mentre sondava le intenzioni degli angloamericani. Il tutto tra mille indecisioni e perplessità. Ma quando il 12 agosto gli anglo-americani bombardarono pesantemente Foggia, Milano ed importanti snodi di comunicazione, il re ed il governo si resero conto dell’impossibilità di tergiversare ulteriormente. Fu così che si avviarono vere e proprie trattative:  Churchill e Roosevelt, che pur volevano la resa incondizionata, offrirono fin dall’inizio all’Italia la possibilità di “riguadagnare il posto perduto”, impegnandosi a fornire aiuti a quelle forze che si fossero opposte ai tedeschi. Il 31 agosto a Cassibile, nei pressi di Siracusa, gli ufficiali Walter Bedell Smith

        e Kenneth Strong (in rappresentanza rispettivamente di Stati Uniti ed Inghilterra) s’incontrarono con il generale                                                                                                                         italiano Castellano per addivenire ad un’intesa. Gli alleati sottoposero a Castellano il testo dell’armistizio, ma questi non aveva l’autorizzazione del governo per firmare. Ancora un nulla di fatto, dunque, e ciò mentre gli alleati prospettavano ulteriori azioni militari sul suolo italiano.

Finalmente, il 3 settembre, quando l’armata inglese del generale Montgomery era giunta in Calabria, Vittorio Emanuele si convinse a che si firmasse l’armistizio: era il 3 settembre.

Quindi l’armistizio fu firmato il 3 settembre, ma, come sappiamo, fu reso noto agli Italiani solo l’8 settembre, poco prima che il re, durante la notte, la sua famiglia e il governo si rifugiassero a Pescara e da qui a Brindisi.

Perché questo ritardo? Il governo e il re temevano le ritorsioni dei tedeschi? Ma questi avevano saputo della cosa

immediatamente, Hitler, che dalla caduta di Mussolini (25 luglio) aveva cominciato ad inviare contingenti militari per occupare l’Italia, alla notizia di quello che definiva il tradimento degli italiani, dette subito l’ordine al suo esercito di sparare su quello italiano. Accadde così che interi reparti italiani, a cui la monarchia non aveva dato alcuna direttiva, venissero massacrati o deportati in Germania nei famigerati campi di concentramento.

( Su questi problemi si prenda visione dei documenti allegati di M. Salvadori, di R. Battaglia di C. Cappuccio).

Per poter organizzare la fuga? Ma viste le attese prima della firma dell’armistizio, ci sarebbe stato tutto il tempo.

Probabilmente il monarca e Badoglio confidavano sull’arrivo degli anglo-americani a Roma prima dei tedeschi. Nei giorni successivi alla firma dell’armistizio il generale Castellano non era forse rimasto in Sicilia per concordare questi piani? Purtroppo quando il 7 settembre i responsabili alleati dell’operazione (M. Taylor  e W. Gardiner) giunsero a Roma si accorsero che la situazione non era come quella che era stata loro prospettata: i generali di Stato Maggiore dell’esercito italiano, Rossi e Carboni, dovettero informarli che non avrebbero potuto controllare le basi aeree, a garanzia del successo del progettato sbarco a Salerno per il giorno 9, perché queste erano state già occupate dai tedeschi.

( Per le trattative che portarono all’armistizio si può consultare il saggio di C. F. Delzell, I nemici di Mussolini, Einaudi, Torino, 1977).

Mentre Vittorio Emanuele, la famiglia reale, Badoglio e ministri al seguito scappavano all’alba del 9 settembre con il beneplacito anche dei tedeschi occupanti, che sulla via Tiburtina dettero il lasciapassare alle automobili regie,

la città veniva eroicamente difesa dai soldati italiani e da migliaia di romani. La casa Savoia, che niente aveva fatto per ostacolare l’avanzata del fascismo, si macchiava con questa fuga di un’altra ignominia. 

Il 10 settembre anche il generale americano Eisenhower aveva fatto pervenire a Badoglio un caloroso appello affinché il re intervenisse: “I tedeschi…hanno mutilato la vostra flotta ed affondato una delle vostre corazzate, essi hanno attaccato i vostri soldati e si sono impadroniti dei vostri porti…Questo è il momento di colpire. Se l’Italia sorge ora come un sol uomo, prenderemo per la gola ogni tedesco. vi sollecito ad effettuare un appello travolgente a tutti i patrioti italiani. Essi hanno già fatto molto localmente, ma l’azione sembra incerta e slegata. Essi hanno bisogno di una guida ispirata e, per combattere, è essenziale un appello, che esponga al vostro popolo la situazione effettiva. Vittorio Emanuele è uno di quelli che può fare ciò.” (David Dwigt Eisenhower, Crociata in Europa, Mondadori, Milano, 1949).                                    

 Vittorio Emanuele si deciderà a dichiarare guerra alla Germania solo il 13 ottobre!

 Ma, come ha lucidamente chiarito Leone Ginzburg (antifascista, ebreo, professore a Torino, tra i capi del Partito d’Azione, direttore del giornale clandestino L’Italia libera, tra i fondatori della casa editrice Einaudi, deceduto nel carcere romano di Regina Coeli nel 44 -all’età di trentaquattro anni- a seguito delle sevizie inflittegli dagli aguzzini nazisti) quando la corona dichiarò tardivamente guerra alla Germania, lo fece mossa dall’intento di salvare se stessa, essendo stata ampiamente scavalcata dalla “Guerra di Popolo”, dalla Resistenza italiana, che, come in tutta Europa si era assunta il compito di liberarsi dalla morsa dei Fascismi.

      “La guerra vera alla Germania nazista è stata dichiarata dal popolo italiano sin dal 9 settembre, quando, imbracciando il moschetto abbandonato dai soldati per ordine superiore (leggasi monarchia) ha osato opporre il suo petto ai carri armati tedeschi; quando migliaia di soldati e di civili si son dati alla montagna piuttosto che servire i tedeschi…E’ la guerra dichiarata non alla Germania, ma al nazismo…al nazismo che il re e Badoglio non possono sinceramente osteggiare, se non hanno voluto sinceramente osteggiare il fascismo. La guerra del re e di Badoglio contro la Germania è la sanzione diplomatica…è un tentativo di ridare un carattere nazionale alla dinastia. La guerra del popolo italiano contro la Germania nazista è la guerra di un popolo che aspira a una compiuta libertà politica e sociale, scende in lotta non solo per la propria libertà, ma per la libertà stessa del popolo tedesco.” L. Ginzburg in L’Italia Libera, 17 ottobre 1943

Sulla fuga del re e i fatti relativi all’8 settembre si possono consultare: Ruggero Zangrandi, L’Italia tradita, Mursia, Milano, 1971 e Roberto Ciuni, L’Italia di Badoglio -8settembre 1943, 5giugno 1944-, Rizzoli, Milano, 1993    

2)      Il 12 settembre 1943 Mussolini fu liberato a Campo Imperiale da un reparto paracadutista tedesco e portato al sicuro in Germania. Il 18 settembre da radio Monaco annunciò la nascita della Repubblica Sociale. Questa, strumento nelle mani dei tedeschi, che speravano di acquisire consensi tra gli italiani, ebbe sede a Salò e  rappresentò una delle pagine più vergognose del fascismo ormai caduto. Gli italiani, nonostante l’arruolamento nella milizia fosse stato reso obbligatorio dai tedeschi, pena l’arresto, si sottrassero in massa nascondendosi come potevano o arruolandosi tra i partigiani. Le adesioni all’esercito della Milizia di Salò non superarono in media l’8%. Un dato che la dice lunga sul diffuso spirito antifascista, se gli italiani, in un periodo in cui erano costretti a patire la fame, rinunciarono alla possibilità di un sicuro stipendio nella milizia repubblichina.

La Repubblica fantoccio di Salò operò vendette e violenze inaudite al servizio degli occupanti tedeschi. Se il processo di Verona fu l’esempio clamoroso dello spirito di rivalsa con cui Mussolini si vendicò dei membri del Gran consiglio del Fascismo che gli avevano votato contro il 25 luglio (la condanna fu eseguita l’11 gennaio del ’44, e tra i fucilati c’era Galeazzo Ciano, il genero di Mussolini), ricordiamo che i militi fascisti, complici dei tedeschi occupanti, si macchiarono di  nefandi crimini, come delatori, spie, carnefici. Per fare qualche esempio, pensiamo all’eccidio del 15 novembre 1943 a Ferrara (narrato anche da Giorgio Bassani nelle sue storie ferraresi) T….  o alle vere e proprie bande repubblichine: a Roma, in collegamento con Kappler e Pribke, i torturatori di Via Tasso, operava la banda di Pietro Koch, che aveva fatto delle pensioni “Oltremare”e “Jaccarino” vere e proprie camere di sevizie T…… Sempre a Roma  Bardi e Pollastrini, avevano fatto di  palazzo Braschi la sede dei loro loschi traffici di borsa nera. A Firenze operava la banda del maggiore Carità a Villa Malatesta T…  

3)      Quella dell’eccidio era una vera e propria strategia del terrore, adottata non solo dalle SS, ma anche dall’esercito tedesco. Si è trattato di ignobili violenze e stragi contro intere popolazioni. Eccidi per i quali “i valorosi carnefici” di Hitler sono stati sempre condannati in quanto criminali dai tribunali militari. In Italia dal 43 al 45 ce ne furono 678. Alleghiamo un significativo elenco pubblicato nel 1992 dall’ANFIM, l’associazione nazionale delle famiglie dei martiri trucidati alle Fosse Ardeatine a Roma T….

4)      Il passo è tratto da Il sentiero dei nidi di ragno, pubblicato nel 1947.

Noi riteniamo che questa sia un’affermazione carica di validità anche oggi, di fronte a quanti, nostalgici del fascismo e dei suoi strascichi di Salò, continuano a blaterare di aver agito per onore. Ma quale onore? Quello delle torture ai partigiani? Degli eccidi di inermi popolazioni –bambini compresi- ? Della caccia all’ebreo e all’antifascista? L’onore di voler perpetuare la schiavitù per sé e per gli altri?… Il vero onore era quello di chi, senza nessuna cartolina precetto che lo obbligasse, lottava per la fine della dittatura fascista, per la libertà anche per chi non la voleva, per scacciare il nemico tedesco invasore con cui i fascisti repubblichini collaboravano, combattendo dalla parte sbagliata. E’ la storia ad averli condannati! Si rassegnino, dimostrando di saper accettare i valori democratici che dalla Resistenza e dalla sua lotta al nazifascismo sono nati.

5)      Riportiamo, come esempio, un bando di chiamata al lavoro che i nazifascisti facevano affiggere per reclutare italiani al  loro servizio.

“AVVISO. Il Comando Superiore delle Forze Armate Tedesche comunica: Gli appartenenti alle classi 1910-1925 sono chiamati in servizio del lavoro da parte delle Autorità italiane. Questa chiamata è avvenuta per ordine del Comando Superiore Tedesco. Chi non ottempera in tempo alla chiamata, oppure chi cerca di sottrarvisi in qualsiasi maniera, soprattutto cambiando di residenza, sarà punito secondo le leggi germaniche di guerra”.  I testo del bando, affisso sui muri della città di Roma il 9 ottobre 1943, è tratto da Enzo Piscitelli,I bandi tedeschi e fascisti a Roma e nel Lazio,in “Quaderni della Resistenza laziale”, Roma 1977.    

       A tali chiamate gli italiani si guardavano bene dall’aderire, tanto che i tedeschi procedettero ben presto alle retate                                                             nelle città per reperire la manovalanza a loro utile.

6)      La partecipazione delle donne al movimento popolare della Resistenza fu un fatto veramente rivoluzionario, soprattutto se si pensa al ruolo subordinato che il Italia esse avevano avuto in una società prevalentemente contadina. Durante il fascismo, poi, alle donne era stato riservato il ruolo di fattrici di figli, relegandole in casa con l’ipocrita simbologia di angeli del focolare, mentre la virilità del maschio fascista si manifestava nelle case di tolleranza che il regime aveva fatto istituire.

Sulle donne italiane e la resistenza si possono consultare:  Donne della Resistenza, supplemento del Bollettino Anpi 

8 marzo 1950; Adris Tagliabracci, Le quattro ragazze dei GAP,in “ Il Contemporaneo” ottobre 1964 :n.77, Carla Capponi- n.78 Marisa Musu- n.79 Lucia Ottobrini e Maria Teresa Regard; Gisella Floreanini  Le donne nella Resistenza, in 1945-1975, Feltrinelli , Milano, 1975; B. Guidetti Serra, Compagne. Testimonianze di partecipazione politica femminile, Torino, Einaudi, 1977;Antonio Ricchezza,Le donne italiane nella Resistenza, in “Storia illustrata”, n. 302, gennaio 1983; Simona Lunadei, Sguardi di donne sulla guerra, a cura dell’IRSIFAR (Istituto romano per la storia d’Italia dal fascismo alla resistenza) gennaio 1993.

7)      Il Ministero Parri fu in carica per soli cinque mesi da giugno a novembre del ’45. Ferruccio Parri, da sempre antifascista (aveva subito carcere e confino durante il regime) era stato tra i fondatori del Partito d’Azione e capo della Resistenza, col nome di Maurizio, pertanto, la sua nomina a capo del governo rappresentava la vittoria della Resistenza anche sul terreno istituzionale; era un taglio netto con il passato e con le compromissioni fasciste precedenti. Il crollo del suo governo, grazie all’appoggio che liberali, socialisti e comunisti ormai pensavano di dare a De Gasperi (D. C.), significò la liquidazione della Resistenza, l’esclusione dei partigiani da incarichi istituzionali fondamentali, quali magistratura, polizia, esercito. Insomma si assistette in vece dell’epurazione dei fascisti –come sarebbe stato logico- a quella dei partigiani, e ciò con gravi conseguenze negli anni a venire per la giovane Repubblica italiana, che fu minata in più occasioni dai tentativi di colpi di Stato fascisti, organizzati da quelli che vennero definiti gli “apparati deviati” dello Stato, e che si servivano della manovalanza fascista per porre in atto quella “strategia della tensione” -inaugurata dall’esplosivo che provocò la strage di Piazza Fontana a Milano il 12 dicembre 1969-.

Sulla mancata epurazione dei fascisti e del mancato rinnovamento degli apparati statali nel dopoguerra, citiamo lo storico inglese Paul Ginsborg che nella sua Storia d’Italia dal dopoguerra ad oggi scrive: “L’intera questione dell’epurazione risultò uno dei problemi più scottanti dell’epoca. Chi aveva combattuto nella Resistenza o aveva sofferto sotto il fascismo pretendeva, con qualche giustificazione, che i membri del regime fascista non sfuggissero ad una punizione. D’altro canto, epurare l’amministrazione dai fascisti iscritti significava più o meno chiuderla, dal momento che la tessera del partito fascista era stata obbligatoria per tutti i funzionari statali. L’attività delle commissioni di epurazione riuscì ad abbinare i lati peggiori  di questo stato di cose: lasciò liberi alcuni tra i maggiori responsabili del fascismo, incriminando invece il personale dei livelli più bassi. L’epurazione si risolse in un fallimento completo. La magistratura non ne fu minimamente toccata e quando fu il suo turno di giudicare prosciolse quanti più imputati poté dall’accusa di collaborazione col passato regime… Nel 1960 si calcolò che solo due dei prefetti in servizio non erano stati funzionari sotto il fascismo. Lo stesso era vero per tutti i 135 questori e per i loro 139 vice… Nel giugno del 1946 Togliatti (Era ministro della giustizia nel primo governo De Gasperi. Era trascorso troppo poco tempo dalla Liberazione, per poter emarginare le sinistre, e il partito comunista  i particolare che in essa aveva avuto un ruolo determinante. La Democrazia Cristiana, tuttavia, sempre più pressata dalla Chiesa Cattolica e dagli Stati Uniti, attendeva il momento opportuno. Ciò avvenne col terzo governo De Gasperi il 31 maggio 1947) promulgò un’amnistia che segnò la fine dell’epurazione. Proposta per motivi umanitari, l’amnistia sollevò una valanga di critiche: Grazie alle sue norme sfuggirono alla giustizia anche i fascisti torturatori…I tribunali riuscirono ad assolvere crimini quali lo stupro plurimo di una partigiana, la tortura li alcuni partigiani appesi al soffitto e presi a calci e pugni come un sacco da pugile, la somministrazione di scariche elettriche sui genitali attraverso i fili di un telefono da campo. Per quest’ultimo caso la Corte di Cassazione stabili che le torture” furono fatte soltanto a scopo intimidatorio e non per bestiale insensibilità come si sarebbe dovuto ritenere se tali applicazioni fossero avvenute a mezzo della corrente ordinaria”.

Alla fin fine l’unica effettiva epurazione fu quella condotta dai ministri democristiani contro i partigiani e gli antifascisti che erano entrati nell’amministrazione statale subito dopo l’insurrezione nazionale. Lentamente ma con determinazione De Gasperi sostituì tutti i prefetti nominati dal Cln con funzionari di carriera di propria scelta.

E nel 1947-48 il nuovo ministro democristiano degli Interni, Mario Scelba , epurò con sveltezza la polizia dal consistente numero di partigiani che vi erano entrati nell’aprile del 1945. ( Scelba va ricordato anche per la sua famigerata “celere”, addestrata a caricare i lavoratori e gli studenti durante democratiche manifestazioni)

 

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MEMORIE DELLA STRAGE NAZIFASCISTA ALLE FOSSE ARDEATINE

 

 

 

      

 

 

 

 

 

 

  

 

 

 

Dirigente scolastico, docenti e studenti del Mamiani alle Fosse Ardeatine

 

 

 

 

 

 

 

 

La mia veglia

 

Ma io vorrei morire stasera,

e che voi tutti moriste

col viso nella paglia marcia,

se dovessi un giorno pensare

che tutto questo fu fatto per niente

 

Renata Vigano’

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La Resistenza nelle scuole romane

 

 

 

Fondamentale per il nostro discorso è sottolineare come il tempo intercorso tra il ‘36 e il ‘37 sia uno spartiacque essenziale nella storia dell’antifascismo, portando ad una prima maturazione i dissensi nei confronti del regime.

Proprio tra il ‘35 e il ‘37 infatti, dinanzi al cadere militare e morale-etico delle truppe italiane in Etiopia, molti giovani vedono il volto guerrafondaio della mitica fascista in tutta la sua gravità. Questa gioventù da tali eventi comincia a prendere coscienza.

Nonostante la scuola sia stata il punto principale della fascistizzazione di massa, proprio questa ossessione fa nascere all’interno dei licei romani, Tasso e Visconti su tutti, sodalizi tra alcuni studenti, tra cui quello che unì Alicata e Zevi, Orlando e Perva, allora poco più che adolescenti ma destinati tutti a diventare personaggi di rilievo nella storia dell’antifascismo prima, e, come Perva, nella vita della Repubblica democratica poi.

É importante sottolineare come l’antifascismo si sia mosso nel mondo della cultura, più facilmente confluente nella sinistra o in aree politiche ad esse limitrofe.

Questo poi a maggior ragione in una città come Roma, mai stata forte di una componente industriale. Per quanto sono stati comunque importanti i collegamenti nati tra gli studenti e quei pochi operai ed artigiani. Così i licei e le università diventano fucine dell’educazione all’antifascismo autogestita, sfidando la famigerata polizia segreta del regime, l’OVRA. Nel ‘36-37 nasce il Circolo giovanile di cultura moderna su spinte anticonformiste, che si riuniva abitualmente a casa di Bruno Zevi. ad ogni riunione si discuteva un tema, queste riunioni continuarono fino a quando si venne a sapere che si era infiltrata una spia dell’ OVRA e che sul tavolo della questura arrivavano regolarmente i rapporti delle loro attività. Anche se si discuteva solo di temi culturali, questo germe non conformista aveva messo in allarme il regime, dal momento che questi giovani cominciavano a leggere autori proibiti dal fascismo (Baudelaire, Montale, Marx..); infatti è proprio da spinte anticonformiste al regime e su ispirazioni etiche  e morali che muove l’antifascismo.

D’altro canto gli stessi Littorali, che sono momenti di aggregazione nazionale e di indottrinamento fascista, fungono quasi paradossalmente per l’informazione e la diffusione di motti antifascisti, laddove alle parole d’ordine del regime comincia a maturare e si contrappone da parte dei giovani la critica antifascista.

Come quindi le adunanze dei Littorali del ‘35, ‘36, ‘37 e ‘38 diventano momenti di legami intellettuali di intesa antifascista, anche di carattere cospirativo e organizzativo, perfino in quelle che erano riviste di regime si cominciano a far passare tra le righe messaggi antifascisti nonostante la censura. Un esempio notevole di quello che ho appena detto è la Critica, rivista da Benedetto Croce, intellettuale liberale.

La consapevolezza di doversi opporre cresce esponenzialmente nell’arco di tempo compreso tra le guerre coloniali italiane e la Seconda guerra mondiale.

Nel 1940 si sviluppa un proficuo contatto tra i giovani comunisti romani e i liberal-socialisti, che permette di realizzare un coordinamento dell’azione antifascista. Tra questi spicca la figura di Mario Alicata, intellettuale antifascista, che insieme a Muscetta, diventa nel ‘41 redattore della casa editrice Einaudi. L’unità nella lotta antifascista e antinazista tra gli studenti, si realizza anche (fra il ‘38 e il ‘43) con l’allestimento da parte di Amendola e Orlando di un impianto nell’intercapedine di un villino per la fabbricazione di documenti falsi e con la gestione di contratti quotidiani con militanti di varie organizzazioni clandestine per lo scambio dei rispettivi giornali e bollettini d’informazione che contenevano l’indicazione delle spie e la previsione delle possibile retate. Dal ‘40 in poi si assisté quindi ad una svolta decisiva per la lotta antifascista, condotta all’interno dell’università La Sapienza. Nel ‘42 ad esempio in occasione degli esami estivi, un gruppo di studenti universitari, guidato da Persichetti, non si presentò ostentatamente all’esame di laurea in camicia nera, come era prescritto. La resistenza studentesca si estende fino alle strade; una delle sue prime iniziative è quella di attaccare etichette di protesta al regime per tutta la città, preludio delle grandi manifestazioni studentesche di maggio. In tutta risposta il regime si adopera per repressioni sempre più violente, con l’aumento di arresti e assassinii tra le file dei più impegnati contro il fascismo. Il periodo compreso tra la fine di gennaio e l’inizio di marzo del 1942 è assai duro per la Scuola. Spie e provocatori, infiltrati nelle organizzazioni clandestine, consegnano al nemico la parte migliore della scuola romana.

L’armistizio dell’8 settembre 1943, con la conseguente occupazione nazifascista, segna l’inizio del periodo più nero del conflitto. Nello stesso anno nasce l’ARSI (Associazione Rivoluzionaria Studentesca Italiana) fondata da un giovane studente di medicina, Agnini, che pubblicò un proprio giornale, naturalmente clandestino, La nostra lotta. Grazie all’ARSI sono messi in contatto diretto i dirigenti dei gruppi giovanili comunisti e azionisti, fino ad allora sconosciuti gli uni agli altri. Sempre per mano di appartenenti all’ARSI ci sono più tentativi di distribuzione di armi al popolo, segno questo di una resistenza al regime che si trasformerà in resistenza armata. Nei giorni dall’8 all’11 settembre il Comitato studentesco di agitazione occupa l’università bloccando il normale svolgimento delle lezioni come protesta contro l’occupazione nazista. Conseguenti a questi giorni sono morti e arresti per mano della polizia tedesca e un’estensione dilagante della protesta studentesca, che esce dalle mura della cittadella universitaria per approdare anche alla realtà degli studenti liceali.

Nascono proprio in questo periodo collaborazioni ufficiali tra studenti e professori, come l’USI (Unione Studenti Italiani) sostenuta dai partiti antifascisti e dall’ AIDI (Associazione Italiana Degli Insegnanti). Sono in pochi però quei professori che rispetto alla maggioranza, che aveva giurato al regime, garantiscono agli studenti un appoggio antifascista ed un’educazione libera, presupposto fondamentale di una democrazia. Tra i caduti si contano personaggi di spicco, quali il prof. Gioacchino Gesmundo, nella cui casa aveva sede la redazione del giornale L’Unità, lo stesso verrà poi torturato in via Tasso. In via Tasso infatti si trovava un carcere: un edificio con le finestre murate dentro il quale i prigionieri subivano torture di ogni genere: bruciature, mani perennemente legate dietro la schiena che andavano in cancrena, punte di ferro che stringevano le tempie, continui colpi al basso ventre e tutto quanto la fantasia perversa degli aguzzini inventava. Molti di questi prigionieri saranno poi fucilati alle Fosse Ardeatine. Questo clima continua fino alla liberazione di Roma, il 4 giugno ‘43, da parte degli Alleati e ancora fino all’insurrezione partigiana e alla liberazione d’Italia del 25 aprile ‘45.

 

 

Elisabetta Ragnisco

                                                                                                                                                       Karen Visigalli

 

 

 

 

TESTIMONIANZE

 

Le testimonianze che vi leggeremo sono state raccolte durante un lavoro svolto a scuola nell’anno scolastico. Sono narrate da studenti ex combattenti. Queste che citeremo sono due esempi contenenti dati e informazioni riguardanti tecniche di lotta nelle scuole.

 

MAURIZIO FERRARA

 

Protagonista della prima testimonianza è Maurizio Ferrara, alunno del liceo classico Tasso. Nel periodo di occupazione tedesca della città di Roma organizzò manifestazioni e scioperi di studenti.

Dopo la guerra è stato giornalista e direttore dell’Unità, presidente della Giunta della Regione Lazio e parlamentare del PCI

 

Io nel 1935 avevo solo 14 anni e trascorrevo il tempo libero giocando a pallone: ero portiere nella squadra dei ginnasiali del Tasso. L’unica prodezza antifascista che potei compiere- e ne vado ancora fiero-fu l’aver parato un calcio di rigore,eseguito in verità con scarsa destrezza (me lo tirò in bocca) da un tronfio e prepotente liceale del Tasso,tale Vittorio Mussolini.Fu nel 1940 quando vidi per la prima volta dei comunisti.Mio padre era un avvocato di formazione crociana,antifascista tenace,e difendeva in quel processo Pietro Amendola. L’arringa difensiva fu una vera e propria requisitoria nei confronti del regime. Quel processo fu decisivo per far orientare il mio antifascismo,fino ad allora oscillante tra il liberalismo paterno,l’azionismo di Giuseppe Orlando,il comunismo di Antonello Trombadori.

Nelle file della resistenza romana,nella quale cominciai a lavorare subito dopo il mio ritorno a Roma dal servizio di leva,feci un po’ di tutto.Mi occupai di questioni militari aRoma e nei Castelli ma le emozioni maggiori le ebbi  nell’attività svolta dal dicembre 43 all’aprile 44,quando fui inviato a lavorare tra gli studenti, sotto la supervisione di Carlo Lizzani e Dario Puccini. Fu creato così un CSA -comitato studentesco di agitazione- che diede vita a un comitato tecnico,il quale doveva dirigere le “operazioni”sul campo .L’obbiettivo principale era il blocco graduale del funzionamento dell’ Università e la realizzazione di manifestazioni pubbliche durante l’occupazione militare tedesca.

La prima manifestazione si svolse al Policlinico, presso la facoltà di medicina , il 17 gennaio 44 e durò non più di un quarto d’ora. Fu quella l’occasione nella quale tenni il primo comizio della mia vita , urlando per pochi minuti slogans antifascisti.

La manifestazione prevedeva anche l’interruzione degli esami e ciò diede vita a una rissa con alcuni esaminandi riottosi. Alcuni poliziotti intervennero sparando: uno dei nostri, Gianni Toti, venne ferito. Poiché l’iniziativa ebbe successo decidemmo di continuare: si manifestò nella facoltà di Architettura e di Ingegneria ( anche qui vi furono colluttazioni e revolverate ) .

Il 29 gennaio l’iniziativa investì i licei Visconti, Virgilio, Cavour, Dante. Lo sciopero ebbe risultato positivo. Vivemmo anche momenti tragici : Gigi Silvestri fu arrestato e Massimo Gizio fu ferito mortalmente.

Venne così deciso di costituire un gruppo di protezione armata per le nostre manifestazioni.

Il 16 aprile nella Basilica di S. Maria Maggiore vi furono commemorazioni per gli studenti ed i professori caduti alle Fosse Ardeatine il 24 marzo. Fra gli uccisi Ferdinando Agnini, Romualdo Chiesa, Pilo Alberelli, Gioacchino Gesmundo, Salvatore Canalis, Unico Guidoni, Orlando Orlandi.

Nel periodo da aprile a giugno i partiti antifascisti erano allo stremo; il movimento degli studenti romani però superò la prova di quei difficili mesi a testa alta.

Oggi è tempo di pensare, non solo perché pensare è vivere, ma anche perché bisogna affermare che il fascismo è una concezione di vita, una mentalità, un comportamento.

Chi dice “ sporco ebreo” , “sporco negro” , “sporco comunista” , “sporco barbone” è un potenziale fascista.

Sara Dassa, III D

 

 

 

 

 

MARIA ZEVI

 

Aver scelto la testimonianza di Maria Zevi per parlare della resistenza al nazifascismo significa aver potuto analizzare la storia della resistenza da un punto di vista particolare: Maria Zevi infatti, come donna ed ebrea, ha compiuto una duplice resistenza volta a difendere i diritti dell’umanità e allo stesso tempo ad emancipare la donna, la cui identità era stata relegata dal regime al ruolo di donna fattrice. Maria Zevi costituisce inoltre un caso esemplare nell’ambito della resistenza italiana per quanto riguarda la nostra situazione attuale di studenti: con la sua testimonianza di vita infatti è riuscita a concretizzare quel messaggio che la scuola deve diffondere ovvero l’importanza che la cultura assume per l’esercizio del libero pensiero. La sua resistenza si è svolta infatti nell’ambito universitario, presso la facoltà di Roma di Fisica dove ha conseguito la laurea nel 1940 e dove ha insegnato fino alla sua morte. L’università, come lei stessa ci racconta, ha costituito il luogo di iniziazione al movimento antifascista.

 

Nel 1938 il regime emanò le leggi razziali. Il 2 settembre il Gran consiglio dei ministri emanò il primo provvedimento contro gli ebrei che allora costituivano appena 1% della popolazione italiana: i primi decreti colpirono proprio l’ambito scolastico infatti in base ad essi docenti e studenti furono esclusi dalle scuole e dalle università, ad eccezione degli universitari già iscritti , ed io ero fra  quelli. Vennero espulsi 96 professori ordinari, 195 docenti,4400 bambini,1000 ragazzi delle scuole medie. Il decreto sulla scuola fu accompagnato da una campagna di stampa che utilizzava  slogans come questi ”fuori gli ebrei dalla scuola, gli ebrei avvelenano la gioventù”. A tale provvedimento se ne aggiunsero altri per i quali gli ebrei dovevano essere allontanati dagli impieghi statali, dovevano denunciarsi all’anagrafe, non potevano sposare cittadini di razza ariana. Di fronte a queste restrizioni liberticide l’atteggiamento della maggior parte della popolazione italiana fu quello  di rinuncia  e passività a partire dalla stessa monarchia e del vaticano. Anche i molti ebrei colpiti da tali restrizioni reagirono con una forma di disperazione che chiamerei scoraggiamento. Anche la mia reazione inizialmente fu quella di tanti altri ebrei, avvilimento e scoraggiamento erano i sentimenti dominanti ed erano legati al fatto di essere considerati una razza inferiore. Poi all’università incontrai l’antifascismo che mi offriva la possibilità di reagire in maniera positiva. L’antifascismo ebbe inizialmente il volto di due studenti: Sanguinetti e Radice. Soprattutto quest’ultimo mi trasmise il vero spirito della resistenza. In un periodo in cui volevo emigrare mi convinse a rimanere dicendomi: ”Se tua madre sta male, che fai la lasci sola? Ora l’Italia è dominata da questi delinquenti e non si può abbandonare il campo, bisogna resistere. Ma cosa ha significato la resistenza nella mia vita ? É stata l’esercizio quotidiano del diritto del libero pensiero attraverso la missione didattica della diffusione del sapere. Che cosa facevamo per lottare contro il fascismo? Per prima cosa studiavamo. Leggevamo di tutto, si andava ai concerti, al teatro , alle mostre dei pittori d’avanguardia. Ci sentivamo investiti di una missione solo per il fatto di  portare un messaggio. Con la coscienza di quanto sia stata fondamentale la preparazione culturale per la diffusione dell’antifascismo voglio porre particolarmente l’accento sulle iniziative  legate alle attività intellettuali  che si svilupparono durante la resistenza antifascista: oltre all’università clandestina per gli studenti espulsi organizzata da Castelnuovo, venne istituito un liceo per i ragazzi allontanati dalle scuole e quella che fu da principio  una scelta di carattere eminentemente pratico si rivelò utile anche sul piano politico: infatti il professor Monferrini che insegnò dapprima in una di queste scuole clandestine e poi al Mamiani ha contribuito a formare politicamente intere generazioni di ragazzi. Oggi c’è tuttavia il pericolo che tutto ricominci : appaiono ancora le svastiche, le scritte contro gli ebrei .

 

Al termine della testimonianza di Maria Zevi, interrogandoci sul perché ancora tutto questo non sia finito è possibile trovare una risposta: evidentemente la memoria storica non è ancora patrimonio comune, e proprio per questo, per far si che ognuno prenda coscienza di una storia ritenuta spesso fastidiosa, abbiamo organizzato questa giornata della memoria che contribuisca ad aggiungere un altro tassello alle coraggiose azioni di quanti combatterono anche per la nostra libertà. Ma che la resistenza continui è un dovere prima di tutto verso noi stessi.

Raffaella Barbetti, III D

 

 

Provvedimenti per la difesa della razza italiana

 

R. decreto legge 17 novembre 1938 XVII, n. 1728

 

 

Capo primo. Provvedimenti relativi ai matrimoni.

 

Art.1. Il matrimonio dei cittadino italiano di razza ariana con

persona appartenente ad altra razza è proibito.

 

li matrimonio celebrato in contrasto con tale divieto è nullo.

 

Art.22. Fermo il divieto di cui all'art.1 i, il matrimonio del cittadino italiano con persona di nazionalità straniera è subordinato al preventivo consenso dei Ministro per l'Interno.

I trasgressori sono puniti con l'arresto fino a tre mesi e con l'ammenda fino a lire diecimila.

 

Art. 3 Fermo sempre il divieto di cui all'art. 1,i, i dipendenti delle Amministrazioni civili e militari dello Stato, delle Organizzazioni del Partito Nazionale Fascista o da esso controllate, delle Amministrazioni delle Province, dei Comuni, degli Enti parastatali e delle Associazioni sindacali ed Enti collaterali non possono contrarre matrimonio con persone di nazionalità straniera.

 

Salva l'applicazione, ove ne ricorrano gli estremi, delle sanzioni previste dal l'art.2,, la trasgressione del predetto divieto importa la perdita dell'impiego e del grado.

 

Art.4, Ai fini dell'applicazione degli artt.2 e t 3, gli italiani non regnicoli non sono considerati stranieri.

 

Art. 5. L'ufficiale dello stato civile, richiesto di pubblicazioni di matrimonio, è obbligato ad accertare, indipendentemente dalle dichiarazioni delle parti, la razza e lo stato di cittadinanza di entrambi i richiedenti.

 

Nel caso previsto dall'art. 1 , non procederà né alle pubblicazioni né alla celebrazione del matrimonio.

 

L'ufficiale dello stato civile che trasgredisce al disposto del presente articolo è punito con l'ammenda da lire cinquecento a lire cinquemila.

 

Art.6 , Non può produrre effetti civili e non deve, quindi, essere trascritto nei registri dello stato civile, a norma dell'art.5d ella legge 27 maggio‑VII, n.84

 

il matrimonio celebrato in violazione dell'art. 1.

 

            Al ministro del culto, davanti al quale sia celebrato tale matrimonio, è vietato

l'adempimento  di quanto è disposto dal primo comma dell'art.8 della

predetta legge.

I trasgressori sono puniti con l'ammenda da lire cinquecento a lire

cinquemila.

 

Art. 7. L'ufficiale dello stato civile che ha proceduto alla trascrizione degli atti

relativi a matrimoni celebrati senza l'osservanza dei disposto dell'art. 2 è tenuto a far­

ne immediata denunzia all'autorità competente.

 

Capo Secondo. Degli appartenenti alla razza ebraica

.

            Art. 8. Agli effetti di legge:

 

            a) è di razza ebraica colui che è nato da genitori entrambi di razza ebraica, anche

                        se appartenga a religione diversa da quella ebraica;

            b) è considerato di razza ebraica colui che è nato da genitori di cui uno di razza ebraica

e l'altro di nazionalità straniera;

            c) è considerato di razza ebraica colui che è nato da madre di razza ebraica qua­lora

sia ignoto il padre;

            d) è considerato di razza ebraica colui che, pur essendo nato da genitori di nazio­nalità

 italiana, di cui uno solo di razza ebraica, appartenga alla religione

ebraica, o sia, comunque, iscritto ad una comunità israelitica, ovvero abbia fatto, in

qualsiasi altro modo, manifestazioni di ebraismo

            Non è considerato di razza ebraica colui che è nato da genitori di nazionalità italiana, di cui uno solo di razza ebraica, che, alla data del 1 ottobre 1938‑XVI, apparte­neva a religione diversa da quella ebraica.

 

            Art. 9. L'appartenenza alla razza ebraica deve essere denunziata ed annotata nei

registri dello stato civile e della popolazione.

            Tutti gli estratti dei predetti registri ed i certificati relativi, che riguardano appar­tenenti alla razzi ebraica devono fare espressa menzione di tale annotazione.

            Eguale menzione deve farsi negli atti relativi a concessioni o autorizzazioni della

pubblica autorità.

            I contravventori alle disposizioni dei presente articolo sono puniti con l'ammenda

fitto i lire duemila.

 

Art. 10. 1 cittadini italiani di razza ebraica non possono:

a) prestare servizio militare in pace e in guerra;

            b) esercitare l'ufficio di tutore o curatore di minori o di incapaci non appartenenti

alla razza ebraica;

            c) essere proprietari o gestori, a qualsiasi titolo, di aziende dichiarate interessanti

            la difesa della Nazione, ai sensi e con le norme dell'art. 1 del R. decreto‑legge

 18 novembre 1929‑VIII.n.2488, e di aziende di qualunque natura che impieghino cento o più persone, né avere di dette aziende la direzione né assumervi comunque, l'ufficio di amministratore o di sindaco;

            d) essere proprietari di terreni che, in complesso, abbiano un estimo superiore a

lire cinquemila,

            c) essere proprietari di fabbricati urbani che, in complesso, abbiano un imponi-­

            bile superiore i lire ventimila. Per i fabbricati per i quali non esista l'imponibile, esso sará stabilito sulla base degli accertamenti eseguiti ai fini dell'ap­plicazione dell'imposta straordinaria sulla proprietà immobiliare di cui al R.decreto‑legge 5 ottobre 1936‑XIV, n. 174 3

            Con decreto Reale, su proposta del Ministro per le finanze, di concerto coi Ministri per l'interno, per la grazia e giustizia, per le corporazioni e per gli scambi e valute, saranno emanate le norme per l'attuazione delle disposizioni dì cui alle lettere c), d) e).

 

 

 

 

 

La propaganda fascista per l’applicazione e la divulgazione del RAZZISMO imperialista

 

Vignette di propaganda