
Le testimonianze raccolte in questa pubblicazione costituiscono la
parte conclusiva e fondamentale di un più ampio progetto europeo che ha
coinvolto il Mamiani nel triennio 1998- 2001.
Il progetto è stato proposto e coordinato dalla Spagna ( I.E.S. Francesc
Ferrer I. Guardia- Sant Joan Despi- Barcellona, coordinatrice Eleonor Selles I
Vidal) e ha coinvolto altri quattro paesi europei: 1 'Italia ( Liceo Ginnasio
Terenzio Mamiani, Roma, coordinatrice Talia Bittoni), la Francia (Lyce
G.Pompidou, Castelnau Le Nez, coordinatrice Isabelle Burguera), la Germania
(Neustadt Gynnasium, Bremen, coordinatrice Francisca Ubber-Weiskorn),
l'Inghilterra ( North Shropshire college, Oswestry , coordinatore Philip
Hopwood).
Il progetto è partito dallo studio dell'ascesa ideologica e politica
dei fascismi e della conseguente lotta antifascista in Europa ed ha considerato
la guerra civile spagnola il primo momento di confronto / scontro tra opposte
ideologie.
Gli obiettivi
principali sono stati quelli di:
-raccogliere la memoria storica di donne e uomini che di quegli eventi
sono stati protagonisti e / o vittime;
-favorire la presa di coscienza della cittadinanza europea, attraverso
la conoscenza dell'inizio della sua storia di comune lotta contro le dittature;
-sensibilizzare gli studenti alla tolleranza tra culture differenti,
per una difesa permanente della democrazia e per sradicare ogni forma di
razzismo e xenofobia.
Al progetto
hanno partecipato, in una prima fase, le classi II F, IG, II H,III H, che hanno
sviluppato uno studio storico-letterario e artistico comune, con l'apporto
anche degli insegnanti di lingua inglese e francese; successivamente solo le
classi II H e III H hanno proseguito il progetto, raccogliendo le testimonianze
e partecipando agli incontri tra le scuole europee coinvolte, prima a
Barcellona ( maggio 1999) e poi a Vienna e Mauthausen ( aprile 2000).
Il materiale relativo agli incontri tra studenti e docenti è stato
raccolto in tre bollettini internazionali.
Di fondamentale importanza per lo scambio di esperienze è stata la
conoscenza della lingua inglese che è stata la lingua comune ai 5 paesi
coinvolti.
Interviste-testimonianze
raccolte dagli studenti
Giovanni Abbate
( Formichi , Reginai, Salazar)
Pietro Amendola ( Carmignani, Castelluccio, Ghezzi, Toto )
Giovanni Buonaiuto (
Ghezzi)
Giovanni Gigliozzi (
Berretta, Di Filippo, Maurizi,
Pallottino, Toso)
Pietro
Ingrao (Giorgini, Ministeri, Scaramella, Scougall,Toto)
Carlo
Melograni ( Mazzocchi, Moneta, Valori)
Marisa
Musu ( Della Torre, Manili, Paqssarini, Quattrone,
Senni)
Franca Ottolenghi Terracina ( Aloisi, Starace,Turino )
Piero
Terracina ( Castello,De
Lisi, Elwet)
Modalità di scelta e di
raccolta delle interviste
Il progetto Comenius ha come
sua prima finalità la raccolta di memorie, finalizzata a stabilire un contatto
vivo tra le generazioni, a far conoscere attraverso alcuni dei protagonisti un
momento fondante della nostra democrazia, a far riflettere sul rapporto tra
storia e memoria nell'insegnamento della storia contemporanea.
A tal fine la ricerca degli
intervistanti è partita prima dall'ambiente familiare, tra le persone vicine
agli studenti che hanno "scoperto" storie familiari non sempre
conosciute ( nonno di Gemma Giorgini, nonno di Chiara Formichi, nonno di
Martina Ghezzi, nonna di Marta Turino).
Dall'ambiente familiare la scelta si è allargata a
persone raggiungibili attraverso reti di conoscenze, ma sempre nell'ottica
della vicinanza alla realtà degli studenti.
Le persone intervistate sono più o meno note e più o
meno attive nelle vita politica, ma tutte hanno scelto o sono state costrette a
scegliere di schierarsi contro il fascismo.
Come coordinatrice del
progetto non considero "di parte" la selezione degli intervistati, in
quanto considero fondamentale l'adesione indiscussa a valori che sono a
fondamento della nostra Costituzione.
Gli studenti hanno raccolto
le interviste con il registratore, seguendo uno schema di base molto generale e
lasciando largo margine al racconto dei protagonisti.
Le interviste sono state successivamente trascritte
e divise in paragrafi per consentirne una più facile lettura.
Alla raccolta delle interviste , hanno lavorato
congiuntamente negli anni 1999-2000 le due classi II e III H, che tale lavoro
hanno presentato ai rispettivi esami di maturità come area di progetto.
Tutti gli insegnanti del
consiglio di classe hanno in vario modo
collaborato al progetto, riconoscendone la valenza formativa; in particolare va
riconosciuto l'apporto fondamentale dell'insegnante d'inglese Piera Damaso, che ha curato la
traduzione in inglese di una parte delle interviste.
Si ringrazia Giuseppe Di Pastena per l’elaborazione
al computer.
La coordinatrice del
progetto
Talia Bittoni
Brevi indicazioni biografiche degli intervistati
Abate Giovanni, nato nel 1921 a Catania,
come ufficiale della marina militare combatte in Grecia e, dopo l' armistizio,
passa dalla parte della resistenza greca. Arrestato dai tedeschi viene
deportato in Germania, costretto ai lavori forzati e infine internato nel campo
di Buchenwald. Fugge dal campo e viene salvato dagli alleati.
Amendola Pietro, nato a Roma, figlio di Giovanni Amendola,
noto esponente del partito liberale picchiato dai fascisti e morto a seguito
della violenza subita, diventa antifascita e militante del Partito Comunista.
Viene arrestato e liberato dopo la caduta del fascismo. Dopo 1 'armistizio
partecipa alla resistenza romana. Dopo la Liberazione è stato più volte eletto
deputato .
Buonaiuto Giovanni, nato in provincia di Napoli ne1 1918,
durante la guerra combatte in Bosnia come ufficiale. Dopo 1 'armistizio passa
nella Resistenza in Friuli. Dopo la liberazione rimane in Friuli dove diventa
insegnante.
Gigliozzi Giovanni, nato a Roma ne1 1919, ha
progressivamente maturato la sua scelta antifascista durante l'occupazione
tedesca di Roma. Un suo cugino è tra le vittime delle Fosse Ardeatine, in cui
furono trucidate per rappresaglia 335 persone.
Oggi è Presidente dell'Associazione Nazionale Famiglie Italiane Martiri
( ANFIM)
Ingrao Pietro, nato a Lenola ne1 1915, ne1
1940 aderisce al Partito Comunista. Partecipa alla Resistenza prima in Calabria
e poi a Milano. Dopo la Liberazione diventa uno dei dirigenti più importanti
del partito; eletto deputato più volte, diventa anche Presidente della Camera
dei deputati.
Melograni Carlo, nato a Roma ne1 1924, durante l'occupazione
tedesca era già in contatto col Partito Comunista; nel 1944 si arruola
nell'esercito che si sta ricostituendo e combatte , affiancando gli Alleati, in
Romagna fino alla fine della guerra. Oggi è un affermato architetto.
Musu Marisa, nata a Roma nel 1925, ancora studentessa entra
nell'organizzazione clandestina comunista e partecipa alla resistenza armata a
Roma nei G.A.P. Partecipa alla organizzazione dell'attentato di via Rasella.
Catturata e condannata a morte, è evasa. Dopo la Liberazione ha militato
attivamente nel Partito Comunista e, come giornalista è stata inviata a Praga,
in Vietnam, in Mozambico e in Palestina.
Ottolenghi Terracina Franca, nata a Roma nel 1923,
ebrea, dopo le leggi razziali, viene espulsa dalla scuola. Durante l'occupazione tedesca, si nasconde con la
famiglia in un convento. Con l'arrivo degli Americani, grazie alla sua
conoscenza dell'inglese, trova lavoro presso di loro e tuttora conserva
rapporti con alcuni di loro.
Terracina Piero, nato a Roma ne1 1928, ebreo, a 10 anni
viene espulso dalla scuola in seguito alle leggi razziali. Nel 1944 viene preso
dai tedeschi e deportato ad Auschwitz. Dei 1008 ebrei romani deportati, solo 16
furono i superstiti. Attualmente, dopo anni di silenzio, ha scelto di
testimoniare la sua esperienza tra i giovani delle scuole romane.
Biographical notes of the interviewed
GIOVANNI ABATE,
He was bom in Catania in 1921, he fought in Greece as
a navaI officer and after the annistice he passed on the side of the Creek
Resistance. The nazis stopped him and took him to BuchenwaId.
He escapes from the Iager and is saved by the aIIies.
GIOVANNI-AMENDOLA He was bom in Rome in 1918, he was Giovanni AmendoIa son, a famous
member ofthe LiberaI Party who was murdered by the fascists.After the death of
his father he becomes a member of the Communist Part): He is arrested and freed
after the fall of fascism. After the annistice he .joins Roman Resistenza. After the Liberation he
is elected as a deputy.
GIOVANNI BUONAIUTO
He was bom in Naples in 1918. He fights in Bosnia as
an almy officer, after the annistice he joins the Resistenza in Friuli. After
the Liberation he starts teaching in Friuli.
GIOVANNI GIGLIOZZI
He was bom in
Rome in 1919. During the Nazis occupation he gradual1y became
antifascist. His cousin is one of the Fosse Ardeatine victims, in which 335
people were brutal1y murdered by the Nazis for a reprisal.
PIETRO
INGRAO
He was bom in Lenola in 1915, in 1940 he joins the
Communist Party. He joins Resistenza in Ca1abria and later in Milan. .After the
Liberation he become one of the most important members of the party, he also
becomes the president of the Parliament.
CARLO
MELOGRANI
He was bom in Rome in 1924: During the Nazis occupation
he was yet in touch with the Communist Party. In 1944 he joins the army and
fights with the allies in Romagna until the end of the war .
Today he is a famous architect.
MARISA
MUSU
She was bom in Rome in 1925. She was stilI a student when
she joined the communist clandestine movement and the G.A.P, which was a
movement of armed Resistenza. She participates at the organisation of the
attempt of Via Rasella.
She escapes
from a death sentence. After the Liberation she continued to work with the
Communist Party and as a joumalist she went to Prague, Vietnam, Monzambique and
Palestine.
FRANCA
OTTOLENGHI TERRACINA
She was bom in Rome in 1923. She was Jewish and after
the racial1aws she is expelled from the school. During the Nazis occupation she
hides with her family in a convent. Because of her knowledge of English ; she
starts to work with the Americans, and with some of them he is still in touch.
PIERO
TERRACINA
He
was bom in Rome in 1928. He was Jewish, and after the racial laws at ten years
old he is expelled from school. In 1944 he is deported to Auschwitz. Of the
1008 Roman Jewish deported, on1y 16 survived. Nowadays after a long silence, he
has decided to testify his experience to the Roman young people.
Intervista a Giovanni ABBATE
Non sono dei ricordi piacevoli e inoltre sono passati più di 50 anni.
Gli anni del liceo: i primi contatti con la politica.
lo ero un
ragazzino e i primi contatti che ebbi con la politica mi capitarono al
Liceo Mamiani. quando frequentavo la V
ginnasio, mentre stavo svolgendo un tema di italiano, entrò in classe un
ragazzo che non conoscevo. Gesticolava in modo strano e cominciò a baloccarsi
con il mio vocabolario di italiano, il vecchio Melzi. Ebbi a dirgli, piuttosto
infastidito, che mi lasciasse in pace e, siccome non mi dava retta, alzai la
voce in modo da scacciarlo. Se ne andò sempre facendo dei ghigni e dei gesti
curiosi. Il professore di lì a poco, finendo l'orario di lezione, mi invitò a
restare un momento; "Guarda che con il ragazzo che tu hai cacciato via
bisogna aver pazienza perché se si comporta in una maniera così strana c'è una
ragione, e cioè i fascisti gli hanno ucciso il babbo". 'Come?I fascisti
sono brave persone - risposi io - ma cosa dice professore, i fascisti vanno in giro
ad ammazzare i papà dei miei compagni di scuola?". "Guarda, questo
tuo compagno si chiama Matteotti: i fascisti gli hanno ammazzato il padre e di
più non ti voglio dire". Rimasi incuriosito e nei giorni successivi andai
in una bibliotechina e chiesi in prestito una storia della Rivoluzione fascista
in tre volumi, autore un tale Curcio. E lì trovai i particolari del delitto
Matteotti che fu un delitto di stato, commesso da fascisti con la protezione
del governo fascista, anzi, su mandato di Mussolini che allora era capo del
governo. Matteotti era un deputato a capo dell'opposizione, era un socialista
democratico e con un violento discorso al parlamento aveva accusato il partito
fascista e Mussolini che ne era il capo di brogli elettorali. La risposta fu
tipicamente brutale e criminale: fu rapito da alcuni fascisti, poi
identificati, a due passi da casa mia, sul lungotevere dove adesso c'è una
stele a ricordo del fatto. La famiglia Matteotti abitava dall'altra parte del
fiume, ma sempre in zona. Ebbi da quel libro un'informazione essenziale, anche
se deformata circa la meccanica dei fatti e l'epoca in cui si erano svolti. Mi
trasferii allora all'emeroteca della biblioteca Vittorio Emanuele dove erano
raccolti i più importanti quotidiani degli ultimi decenni; quindi, essendo in
possesso delle date giuste, chiesi quella collezione e lì trovai ricostruito
tutto il fatto dal punto di vista di un giornale d'ordine di blanda
opposizione, ma sempre nell'ambito del sistema, come il Corriere della Sera.
Ricostruì come si fossero svolti i fatti. C'erano le fotografie, orrende, dei
ritrovamento dei cadavere in un bosco, chiamato della Quartanella,_ nella zona
dell'agro romano. Fu ritrovato dal cane di un cacciatore e lì trovarono questo
cadavere rosicchiato dagli animali: le fotografie dei giornali portavano questi
militi della Croce Rossa che cercavano di ripararsi dal fetore con dei
fazzoletti sul viso. Dico questo non perché sia importante ma perché non avevo
nessuna opinione favorevole o contraria al regime fascista: li consideravo
gente di passaggio. La scoperta di questo infame delitto mi indusse a pensare
che non era brava gente e allora avevo esattamente 14 anni.
Chiesi in
famiglia, ero figlio unico, e i miei genitori smentirono tutto, dissero che non
dovevo pensare a certe cose, dovevo pensare a studiare e cose di questo genere.
Allora compii questa indagine da solo e acquistai la ragionevole certezza che
Mussolini era un delinquente, si trattava di un governo e di un regime di
delinquenti. Inoltre, per i fatti che stavano capitando negli anni '30 si
capiva che presto ci sarebbe stato un secondo conflitto europeo e che Mussolini
ci si sarebbe buttato dentro. A quell'epoca si stava già combattendo la guerra
d'Etiopia. Mussolini aveva aggredito questi africani per vendicare la sconfitta
di Adua di 40 anni prima e, poco più tardi, è cominciata la guerra civile
Spagnola con l'insurrezione dei fascisti contro la Repubblica e che doveva
anche quella concludersi con la vittoria dei fascisti, aiutati da italiani e
tedeschi, dopo 3 anni, mi pare di ricordare nel marzo dei '39. Tutti questi
avvenimenti mi indussero a prendere qualche provvedimento per assicurarmi delle
migliori possibilità di sopravvivenza. Infatti praticai diversi sport che
aumentavano la resistenza e l'efficienza fisica: cominciai con il nuoto, poi
con il tiro a segno, la corsa campestre e il pugilato. Praticai un paio di anni
di pugilato alla famosa Borgo Prati Trionfale: questo per quanto riguardava il
corpo; per il resto mi resi conto che se volevo avere qualche possibilità di
migliorare un po' le condizioni dei servizio militare dovevo per prima cosa
accorciare il corso dei Liceo e infatti saltai l'ultimo anno. Nel 1938 sostenni
in anticipo gli esami di maturità classica. Si presentavano due scritti di
latino, un componimento di italiano, uno di greco per quanto riguarda lo
scritto e, agli orali, bisognava portare i programmi di tutti gli ultimi tre
anni di liceo e di tutte le materie. Quindi quell'estate dei '38 la passai a
prepararmi a queste prove di esame che per mia scelta sostenni tra settembre e
ottobre dei '38 e, aiutato dalla fortuna, superai quest'esame con la media dei
sette che non era un gran che, ma tenuto conto che ero avanti di due anni
andava bene.
L'università e l'Accademia navale di Livorno.
Per la scelta
della facoltà ebbi a sostenere alcuni scontri in famiglia perché i miei
volevano che diventassi medico. Non ho né passione né gusto per la medicina,
mentre invece mi interessava avere qualcosa di serio in mano; quindi la spuntai
iscrivendomi, alla fine del '38, alla facoltà di ingegneria. Frequentai il
biennio con tutti i suoi 18 esami; era piuttosto pesante e ci misi anche
qualche corso libero del mio per allietarmi. Nel gennaio del 1941 mi arrivò una
cartolina che mi invitava a presentarmi alla visita di leva che si doveva
svolgere alla capitaneria di porto di Roma. A quell'epoca avevo esattamente 19
anni e 6 mesi, quindi c'era un certo anticipo verso quanto stabilito. Fui fatto
idoneo e dal momento che avevo già dei notevoli risultati scolastici fui
ammesso a sostenere la frequenza all'Accademia Navale di Livorno, allo scopo di
prestare servizio militare in marina in
qualità di ufficiale. Perchè questa scelta? Semplice. In Marina si sta' un po'
più comodi . anche se in caso di naufragio te la vedi brutta Comunque dovetti poi apprendere che chi
aveva la disgrazia di prestare servizio militare nella poderosa Italia
fascista, scopriva molto presto, se finiva sul fronte d'Albania oppure in
Russia, di avere delle scarpe con la suola di cartone e quindi congelamenti
a migliaia. Se invece come me era abbastanza fortunato da prestare servizio
sulle navi del Re, perlomeno aveva da tenersi pulito, poteva farsi la barba,
aveva assicurati i pasti tutti i giorni; era un. servizio però pesantissimo. Praticamente
ti impegnava 17-18 ore la giorno. Ricordo di quegli anni la mancanza del
sonno principalmente e, comunque, per fortuna
in quel periodo non ebbi a soffrire naufragi o altre cose del genere. In
Accademia i corsi prevedevano tutto
quello che mancava a un biennio di ingegneria civile come materie militari,
quindi in pratica, a conclusione dei sei mesi avevamo un bagaglio professionale
equivalente a quello dell'allievo effettivo che frequentava l'accademia per
fare l'ufficiale, non come noi di complemento, ma a vita. A novembre del '41
avendo fatto la mia brava accademia con buoni voti (ebbi 19 e mezzo su 20, che
è una buona votazione), fui imbarcato sulla regia Nave Littorio.
1941: Ufficiale della Marina militare.
Mi imbarcai a Napoli nel novembre del' 41 con il porto sommerso fra la
nebbia bianca degli scoppi delle bombe degli aerei inglesi che venivano a
disturbarci. Feci qualche mese di tirocinio su questa nave che era l'ammiraglia
della flotta italiana, bella nave. Comunque partecipai ad alcuni scontri con l'onnipossente Royal Navy; a quell'epoca
c'era abbastanza equilibrio, le cose andavano male per terra, ma sul mare si
arrivava più o meno a tener testa e anche a segnare qualche colpo. In marina
ebbi a sentire discorsi che sarebbero stati definiti disfattisti. La gente,
soprattutto gli ufficiali, parlavano liberamente ed erano convinti che il
governo fascista stava portando alla rovina il nostro paese. Questa era una
convinzione che già sorgeva nel '41 e l'anno dopo si era diffusa ed era aumentata.
A questo punto si parlava molto liberamente della necessità di uscire dalla
guerra, di disfarsi di Mussolini e di un governo che non faceva certo gli
interessi del paese.
1943: trasferimento nelle isole italiane dell'Egeo.
Nel 1942 a
giugno fui trasferito nelle isole italiane dell'Egeo: le Sporadi meridionali
erano un possedimento italiano abbastanza incongruo perché nessuno aveva delle
colonie in Europa a parte gli inglesi a Gibilterra. E non c'è dubbio che
fossero isole di grande storia, come in genere tutte le isole greche come Rodi
per dirne una, un faro di civiltà, prima ancora che fosse fondata Roma. La mia
nuova destinazione era Lero, un'isoletta ai margini nord dei possedimenti
italiani. Era un'ottima base navale naturale e c'era un officina mista, cioè
genio navale e armi navali. L'officina del genio navale aveva per titolare un
maggiore che voleva rimpatriare per motivi di salute. Comunque non l'ho mai
visto. perché quando sono arrivato era già partito; c'era poi un capitano che
non aveva molta voglia di occuparsi di
queste faccende, quindi mi affidarono la direzione delle officine più
importanti, quella meccanica, quella delle armi subacquee più la corderia e
qualche altra cosa. Nel giugno del '43 ebbi a fare un incontro che modificò le
mie vedute sugli alleati tedeschi che fino ad allora avevo considerato dei
soldati più o meno corretti, soldati anche bravi, magari antipatici, ma non si
era avuto notizia dei comportamenti dei tedeschi nei confronti dei paesi
occupati. Andai per servizio con una piccola scorta, due sottufficiali e un
marinaio specialista in armi subacquee, perché vicino alla costa dell'isola di
Kitnos, Kitnos è l'antico nome poi ribattezzato Itermia dal primo re della
nuova Grecia, un certo Ottone, tedesco che
amava i bagni termali d'acqua calda perché è un'isola termale come
peraltro tantissime altre come Tira e la stessa Creta, c'era da recuperare un
siluro che era affondato ed era un pericolo per la navigazione. Era affondato a
fine corsa in prossimità della costa. II rapporto dell'ufficiale di terra
parlava di una profondità di un paio di metri, quindi a torto, fiducioso delle
capacità tecniche di un ufficiale di fanteria, non avevo portato apparati
subacquei. Mi sono ritrovato su una barchetta con due pescatori greci che remavano
e abbiamo segnato il posto con una boa. Quando sono arrivato nell'acqua
trasparente si vedeva benissimo il siluro, un 533 da sommergibile e poi vedemmo
che era greco; aveva mancato il bersaglio ed era affondato. Mi venne (idea di
recuperarlo invece di farlo saltare e visto che era a una profondità di 8
metri, utilizzai un vecchio sistema che è usato dai pescatori di spugne. Si fa
una bella provvista di pietre e poi ci si butta giù per accelerare la discesa.
Poi curai la disattivazione del siluro: togliere gli acciarini a inerzia e i
detonatori. Per il resto poi il siluro fu portato in spiaggia e rimanemmo in
attesa di un mezzo che ci riportasse indietro. Mi era stato assegnato un
alloggio presso una delle famiglie del posto. Dovendo dormire da solo in zone
dove potevano esserci dei partigiani, non c'erano ma potevano esserci, presi
qualche precauzione come tenere a portata di mano delle armi in caso di
attacco. Però i greci che mi ospitarono furono molto cordiali e l'indomani me
ne andai tranquillamente per i miei adempimenti per il recupero del siluro.
Nella seconda metà della giornata incontrai i miei colleghi che comandavano le
forze di occupazione nell'isola ed erano un italiano ed un tedesco. Mi chiesero
se i miei ospiti mi avessero offerto la colazione, sembrerà un dettaglio poco
importante, ma non è così, mi aiutò molto a capire la sostanza dei rapporti tra
le forze di occupazione e la popolazione greca, popolazione che aveva 4000 anni
di civiltà alle spalle. lo ingenuamente risposi di no, che ero andato a
prendere un caffè al bar. Il giorno successivo ebbe luogo la vergeltung, brutta
parola tedesca, vuoi dire rappresaglia- Vergeltung nei confronti della
popolazione che non aveva onorato adeguatemente la mia modesta persona. Mi
svegliai, la finestra della mia stanza al pian terreno dava sulla piazza
centrale del paesetto, e sentii delle urla bestiali nella lingua teutonica che
per mia disgrazia avevo studiato a scuola. Mi affacciai incuriosito da questo
chiasso, era mattina presto, saranno state le sette, e c'erano quattro civili
che facevano il giro della piazza pungolati da un tedesco che abbaiava nella
sua lingua barbara. Stranamente poi ciascuno dei quattro aveva le mani occupate
da due bottiglie piene apparentemente di un liquido bianco che sembrava latte.
E vidi questi quattro che correvano incitati dal tedesco, non capivo bene cosa
stesse succedendo. In pratica era una cerimonia di riparazione: partecipavano
il padrone della casa dove mi trovavo, come principale colpevole, poi il
sindaco, un altro notabile e il papas
regolarmente vestito con la tonaca lunga che usano i sacerdoti della Chiesa
Ortodossa. Erano persone abbastanza in
là con gli anni, non so quanti giri di corsa gli avessero fatto fare, ma erano
molto affamati. Nel frattempo mi ero vestito ed ero uscito e questi,
avvicinatisi a rispettosa distanza con
grandi riverenze e paroline tipo ouriste, favorite, chiesero perdono e posarono
queste otto bottiglie di latte ai miei piedi. Allora arrivai a capire il nesso
e quella stessa mattina andai piuttosto sdegnosamente a chiedere spiegazioni
all'ufficiale tedesco che aveva ordinato quella cerimonia, e lui mi dette una
bella spiegazione che denotava quale era la mentalità dei tedeschi: "Ma
loro si sono comportati male, mi disse, mein lieben freund, questi sono vivi
perché noi li abbiamo graziati, ma potevamo benissimo ucciderli tutti. Dal
momento che gli abbiamo lasciato la vita -si badi si trattava di civili -loro
sono tenuti a rispettarci e a servirci in tutti i modi. Hanno mancato di rispetto,
non vi hanno portato la colazione. Li abbiamo puniti blandamente con questa
cerimonia di riparazione, d'altra parte noi qui siamo i padroni e possiamo fare
tutto ciò che ci pare e piace". A questo punto mi aiutarono le
reminiscenze del Liceo Mamiani, il colloquio che al primo libro del De Bello
Gallico avviene in una grande pianura che pare sia la pianura dell'Alsazia e
Lorena, in prossimità del Reno, e lì si incontrano Cesare e Ariovisto e
quest'ultimo fa gli stessi ragionamenti: noi siamo venuti qui, chiamati dai
Galli, non di nostra volontà e quindi siamo i padroni e facciamo quello che ci
pare. Però, sono passati 2000 anni, e questi sono sempre allo stesso punto: non
vi è il concetto di Civiltà, di civilitas, del rispetto per gli altri,
soprattutto dei civili dei non combattenti. Allora capii che I'Europa che
sembrava tanto grande era diventata molto stretta per me: non c'era possibilità
di coesistenza pacifica con i crucchi. Da qui il mio divorzio dall'universo
bellico dei tedeschi che fino ad allora avevo più a meno rispettato, perché
ebbi la sensazione che fossero un'organizzazione di criminali e basta.
Cominciai quindi a meditare che forse avrei fatto bene a disertare, ma il
disertare era un passo che rispetto all'educazione che avevo ricevuto mi induceva
molta perplessità. I fatti poi precipitarono, gli Alleati erano sbarcati in
Sicilia, l'avevano conquistata e si apprestavano a superare lo Stretto di
Messina. Nell'estate del 1943 mi trovavo nell'isola di Stros (?) la veneziana
Sira, nella città capoluogo della prefettura delle Cicladi, Ermopulos. Eravamo
arrivati a settembre e io stavo aspettando un mezzo che mi riportasse a Lero.
Mi sentivo a disagio, poco sicuro; c'era una base di Mas italiana, due
motoscafi antisommergibili. Accanto ai Mas c'erano due cannoniere tedesche
brutte, goffe e armatissime ed io guardavo un, poco l'isola, gli abitanti,
parlavo un po' nella biblioteca della prefettura; trovai una copia
dell'enciclopedia francese della seconda metà del XVIII sec. stavano sotto i
turchi e si erano procurati la grande enciclopedia e ancora se la conservavano.
1943: 8 settembre, l'armistizio.
La sera del
giorno 8 settembre ebbi a recarmi alla mensa degli ufficiali, ero sempre in
attesa di un mezzo con i miei collaboratori e, mentre salivo, scese di corsa un
cappellano militare che io conoscevo di vista, che gridava tenendo sollevata la
tonaca: "1a Madonna mi ha fatto la grazia ‑ io non capivo ‑
abbiamo la pace! La pace, io l'ho pregata tanto la Madonna e lei ha fatto il
miracolo, abbiamo la pace!". "Ma come la pace, spiegati un po' meglio
‑ l'ho agguantato per un lembo della tonaca. " Si, c'è un proclama
di Badoglio che dice che abbiamo firmato un armistizio, la guerra è finita.
Veramente la guerra comincia adesso". "Come sarebbe?"‑
scesi la rampa di scale e c'erano i bambini che aspettavano il pane, lo davo a
loro, potevo fame a meno. Mi chiesero il pane e io gli dissi: "Non ne ho
omikroi, anzi ci salutiamo perché non ci vedremo più". Avevo lasciato i
miei pochi effetti personali in una camera d'albergo, ma non li recuperai,
andai invece al comando della sezione dei Mas e trovai la gente a cena. I
sottufficiali da una parte i marinai dall'altra. "Avete sentito la
radio?" "Si, dov'è il comandante?" 'II comandante è in libertà.
Mandate subito a cercarlo, intanto
cerchiamo di esaminare la situazione, avviamo questi due bestioni di navi
tedesche, se rimaniamo fermi ne fanno polpette dei nostri motoscafi, quindi
compatibilmente alla situazione, non è il caso di rivolgersi ai comandanti
italiani che sono filofascisti. Lei che cosa propone?"
La diserzione
"Propongo
semplicemente che tiriamo su i nostri stracci e ce ne andiamo via di qui all'
Isola di Lero, un rifugio sicuro dove nessuno può disturbarci." Fu il
primo discorso politico della mia vita e per fortuna i sottufficiali si
convinsero che la mia proposta era l'unica fattibile. Bene, l'ufficiale in
comando non fu trovato, aveva i suoi affari di cuore con qualche signorina
greca. Più tardi, finita la guerra, ci fu un'inchiesta su questo fatto, sul
rapimento dei due Mas, io mi assunsi ogni responsabilità come del resto avevano
chiesto i sottufficiali; avevo deciso di andare via subito, era una trappola,
c'era un presidio di fascisti che non dava alcun affidamento, due mezzi navali
tedeschi molto più potenti. Siamo andati a Lero dove c'era una grande
discussione sul da farsi e intanto si combatteva a Rodi e i tedeschi erano
riusciti ad avere la meglio, avevano carri armati e artiglieria e si erano
impossessati dell'isola, quindi il comando superstite era quello di Lero.
A Lero con gli inglesi
A Lero dopo abbondanti discussioni. il comandante Mascherpa. che poi fu fucilato dai tedeschi, questi gentiluomini. si mise in contatto con le autorità britanniche e chiese che venissero ad occupare l'isola. I britannici arrivarono molto cerimoniosi, bene educati, arrivarono tre battaglioni di fanteria un po' scalcinati, uno scozzese con i gonnellini. Portarono artiglieria contraerea, niente aeroplani, qualche cacciatorpediniere, uno greco che poi venne distrutto dalle bombe. Di li a qualche giorno arrivarono anche i tedeschi e cominciarono i bombardamenti seri. Da metà settembre a metà novembre si svolse questa battaglia che si concluse negli ultimi cinque giorni con sbarchi di paracadutisti, poi sbarchi navali. lo presi parte a questi combattimenti terrestri.
Rimanendo ferito ad una caviglia che mi procurò un'infezione a tutta la gamba, tanto che un
medico della marina, amico mio, me la voleva tagliare e io risposi che se si fosse ripresentata una seconda volta mi
dovevano sparare: così riuscì a salvarmi la gamba. Mi curai alla
meglio,miracolosamente la gamba guarì.
Lero cade in mano ai tedeschi
Comandava a Lero il generale Tìny che si fece prendere come un topo in
trappola. Dopo circa una settimana io guarii, i tedeschi trucidarono qualche
italiano anche se non riuscirono a fare quello che avevano fatto nell'isola di
Cefalonia dove avevano sterminato
10.000 italiani (un'intera guarnigione); non ci riuscirono perché c'erano 3 o
4.000 inglesi che non potevano essere uccisi, ne potevano sterminarci perché
c'erano troppi testimoni per le strade, quindi ne uccisero solo qualche
centinaio. Il grosso degli italiani e degli inglesi prigionieri di guerra fu
mandato sul continente, io fui considerato indispensabile per la consegna degli
impianti perché ero destinato all'officina. Dopo un po', presi contatto con un
nazionalista greco che insegnava in una scuola italiana dell'isola, era molto
simpatico, parlava italiano e francese, prese una laurea in Italia oltre a
quella presa ad Atene. Gli chiesi, visto che era in contatto con gli inglesi,
come potevo mettermi in contatto con gli inglesi più vicini, io sapevo che
avevano una base in Turchia e lui rispose che anche lui era consapevole di
questo; c'era una base militare inglese proprio sulla costa turca.
Fuga in Turchia
Andai con una barchetta a vela una notte e
giunsi a Butrurn (4.000 abitanti vicina ad Alicarnasso): Ebbi, lì, un'altra
sorpresa: la Turchia era neutrale e lo sarebbe stata fino alla fine della
guerra. Quando sbarcai fui accompagnato dai Turchi nei sobborghi di Butrum.
Parlai con gli inglesi, mi presentai e gli chiesi cosa potessi fare per oppormi
ai tedeschi. Lì c'era un piccolo presidio di militari inglesi e c'era un
responsabile della MOF (Military Organization Form) una sorta di
controspionaggio. Questi mi servirono e riverirono e si congratularono con me
perché mi ero messo in contatto con loro. C'era il maggiore che aveva circa
40-50 anni, con dei baffi formidabili, fu fonte di meraviglie perché con molta
politessa mi chiese cosa poteva fare per me, era disposto ad agevolarmi per il
rimpatrio in Italia (era molto difficile rimpatriare!). Mi propose un tragitto
troppo lungo, quindi chiesi se ce ne era uno più corto. Mi risultava che nelle
isole settentrionali, vicino alle coste turche, c'erano state grosse formazioni
partigiane. II maggiore mi diede un sacchetto pieno di sterline d'oro (300
sovrane sterline in oro): erano per sovvenzionare i partigiani. A quel punto io
gli chiesi se era convinto, se si fidava di me, e mi disse che si fidava
ciecamente: io ero della Marina Militare. Presi i soldi e per la prima volta
ero compiaciuto, avevo capito che stavamo uscendo dal tunnel: gli inglesi si
fidavano di me, credevano in noi, ci affidavano missioni in modo da acquistare
il biglietto per il ritorno perché in un modo o nell'altro noi come governo
italiano, non come paese; ma come governo italiano avevamo offeso gli inglesi:
cercavamo dunque di ricomprarci un minimo di considerazione.
A Samos con i partigiani
E così è iniziato il mio soggiorno a Samos (isola), lì trovai ancora
una banda residua di un centinaio, circa, di Ardantis, che erano dei
partigiani. Erano una formazione che aderiva all'Elas; la resistenza greca, a
differenza di quella che poi sarebbe stata la resistenza italiana, era divisa
in due gruppi: uno di fede monarchica e un'altra comunista, comunisti all'acqua
di rose, comunque comunisti (avevano la stella rossa sul berretto). A me
andavano benissimo i comunisti, mi sembravano meritevoli di grande fiducia,
visto che quelli dell'URSS si adoperavano più attivamente per la rovina di
Hitler. C'era il figlio di un grosso proprietario di pecore. Questi mi disse
con orgoglio che suo' padre aveva 2.000 pecore: sono tante! Mi sembrava un
tuffo nel passato ai tempi omerici, d'altra parte ero molto rispettoso dei samioti
perché Samos aveva dato un enorme contributo alla scienza del mondo antico:
Pitagora era di Samo, Aristarco era di Samo, tanta brava gente! Questi erano
ridotti male, venivano fuori da secoli di dominio turco che aveva depauperato
l'isola Comunque erano rimasti fieri e bellicosi, soldati della libertà. La
formazione era molto composita: c'erano due. italiani, qualche austriaco,
qualche zelandese, un maori tutti persone dolcissime! Siccome io ero l'unico
che avesse fatto una regolare accademia militare, ero quindi abbastanza pratico
di tattiche, strategie, uso delle armi... Ebbi così l'incarico di capo di stato
maggiore, che consiste in quello che predispone un'azione offensiva o
difensiva, che si occupa della tattica, che si incarica e che definisce gli ordini.
Con loro abbiamo fatto qualche battaglia con turchi che stavano a Porto Vati,
capitale di Samos ad 800 metri dalla costa turca. La notte di Natale abbiamo
distrutto un distaccamento, che era un presidio situato dal lato opposto della
Turchia, dall'altra parte. È stato un piano studiato attentamente, portato a
compimento in cinque. Andò tutto benissimo, li abbiamo uccisi tutti,
approfittando della loro sbronza, questi scrupoli come la notte di Natale...
Nel frattempo, l'anno nuovo a Samos, la situazione si era calmata, i tedeschi
ci rispettavano, avevano accettato una trattativa. Loro di solito incendiavano
i villaggi e sterminavano i civili. Le nostre furono delle lezioni di
rappresaglia che i turchi capiscono completamente; l'unica cosa che capivano! A
questo punto capirono anche che gli conveniva venire a patti; questi patti non
prevedevano una sospensione delle ostilità o delle operazioni militari, ma
erano l'impegno di rispettare la convenzione di Ginevra, di rispettare i
civili...C'era anche stata un'altra battaglietta: avevamo attaccato un reparto
che si spostava incautamente verso l'interno dell'isola, mi sembra che fossero
due autocarri di soldati ed io avevo studiato l'evenienza e quindi, quando
abbiamo avuto notizia che stavano arrivando, eravamo informati dalla gente,
abbiamo fatto trovare dietro un gomito (strada cieca!) un'ostruzione fabbricata velocemente di tronchi d'albero
che impedivano il transito. I carri si fermarono e noi li assaltammo
uccidendoli tutti con bombe a mano. Avendo quindi ristabilito un po' la
situazione, io nel frattempo stavo in contatto con il "mio" Maggiore;
mi ricordo che questi mi chiese se mi ero fatto crescere i baffi, perché conta,
anzi viene presa sul serio solo la gente con i baffi!! lo infatti mi ero fatto
crescere i baffi. .
Catturato dai tedeschi.
Mi capitò
però un infortunio perche decisi di girare da solo per prendere informazioni
che non potevo delegare ad altri. Andavo a caccia di carichi importanti e per
radio potevamo benissimo informare di qualche nave che avesse un carico
significativo, Durante questo giro caddi nuovamente nelle mani dei turchi.
Ero
abbastanza travestito, raccontai una storia credibile, confezionata per
l'occasione, ero nell'isola di Pralino. È lì che mi presero. Avevo un po' paura
e pensai ai miei studi classici ed ai consigli che Machiavelli da al principe
quando dice che il vero uomo deve essere "lione per difendersi con la
forza, ma anche volpe per sapersi districare con astuzia'. Raccontai una storia
credibile, mi trasferirono a Lero dove c'era la prigione più importante e dentro al castello mi diedero
tantissime botte. I crucchi locali, anche se non c'erano prove, non si erano
bevuti la mia storia: avevo una fidanzata che stava a Calico e lei mi aveva
invitato; feci la parte dell'italiano che si distingue per la voglia di fare
l'amore, loro non sapevano che avevo una mentalità forse più da tedesco che da
italiano!
Questi in conclusione pensarono che era meglio eliminarmi. Mi fecero, quindi,
scavare una bella fossa nel cortile del castello secondo le loro barbare
tradizioni. Mi chiesero se avevo qualcosa da chiedere ed io risposi
affermativamente. Tirai fuori un bello spazzolino da denti per rassettarmi,
aggiustarmi i baffi. Il tutto davanti a quelli. Ci fu un altro intervento provvidenziale:
si trovava li, di passaggio, un signore che poi si fece conoscere, un kombatten
kapitan; disse che aveva fatto parte della marina tedesca e aveva partecipato
alla famosa battaglia dello Jutland come guardia marina. Mi prese in simpatia,
era un protestante luterano, mi parlava spesso del suo rapporto con Dio, mi
disse che non poteva macchiarsi di nessun peccato, facevamo discorsi teologici-
Insomma, gli avevo fatto un discorso abbastanza normale, loro non sapevano i
veri miei spostamenti, i miei incontri. Questo mi aiutò, evitò di convalidare
la mia fucilazione, ma anzi mi proponeva di collaborare con il grande Reich.
Discutemmo sulla validità e sulla accettabilità della proposta.
Dissi che
quelle non erano cose da chiedersi, non potevano farmi giurare fedeltà al loro
Furher, io avevo già giurato fedeltà al mio re.
L 'esperienza dei lager.
Nel frattempo i tedeschi mi avevano portato
nel lager del Pireo dove partimmo da Atene per arrivare in Sassonia, sull'Elba.
Ci abbiamo messo 22 giorni, gli ultimi 5 non ci hanno dato niente da mangiare.
Quando arrivai a destinazione, in questo campo di concentramento di passaggio,
però ci misero in una delle baracche, ricordo che dovevo assolutamente andare
al bagno. Uscii dalla baracca per soddisfare il mio bisogno e vidi che mentre
facevo la cacca mi usciva tantissimo sangue. Pensai che la mia vita stava
passando. Andammo in un altro campo di concentramento al confine tra Polonia e
Germania; erano i primi giorni del giugno 1944. Da lì ci spostarono verso il
mare, St.Mostelm. in questo altro campo ci fu una grande epidemia di pidocchi e
morirono molti italiani, tra cui amici miei. Mi salvai perché mi lavavo ogni
giorno ( eravamo solo 4 su 10000) nonostante l'acqua gelida. Da lì cominciai a
studiare come evadere. Avevo messo su un piano un po' fecale, ero amico degli
slavi che portavano i carri a trazione animale. l russi venivano a prendere le
feci nostre, ogni giorno. Per fuggire pensai di restare sospeso sotto il
serbatoio delle feci per poi scappare, ma non accadde perché ci trasferivano in
un altro campo, in pochi però, perché gli servivano solo quelli che sapevano
lavorare nelle industrie. Ci spostarono a Wrtzendorff. Premetto che con Hitler
c'era stato un accordo (1944) per cui gli ufficiali, gli internati militari
dovevano essere usati per lavorare.
La fuga.
I crucchi nel
frattempo cominciavano a perdere colpi sul fronte russo. Durante il viaggio ci
fermammo in aperta campagna; così pensai di infrattarmi per scappare, con
l'aiuto della stella polare mi incamminai, non avevo quasi niente con me, a
parte un libro di matematica per ammazzare il tempo, qualche fiammifero. Era
l'ottobre del 1944.
Mi incamminai
di buona lena, cercando di tenermi lontano da strade, fiumi, villaggi, i
paesaggi erano belli, ma molti tristi e cupi. Camminai fuori dalla vista degli
esseri umani, finchè non giunsi in un paese e mi misi sotto un canaletto con
l'intento di giungere in Olanda che era ormai vicina. Pensai addirittura che se
vi fossi giunto mi sarei fatto prete; ricordo che gli alleati erano già
arrivati in Olanda.
Catturato di nuovo.
Mi
addormentai e l'indomani trovai due poliziotti della Kriminal polizei i quali
mi chiesero perché ero lì a dormire. Risposi che ero molto stanco mi chiesero
quindi di
mostrargli il
permesso valido per quel villaggio non lo avevo ovviamente e tentai di fregarli
in qualche modo ma non ci riuscii. Fossero stati SS mi avrebbero ammazzato, ma
fortunatamente non lo erano.
Mi ricordo
che fecero un giro di telefonate, finché mi chiesero se io ero il tenente
Giovanni Abate. Dissi che ero io. Giungemmo a Witzendoiff e mi misero in
prigione secondo gli ordini di Ginevra del 1929. Mi misero in una gabbia
piccola piccola per un mese. Passavo il tempo a giocare a scacchi nella mia
mente, poi pensavo a cosa fare per vendicarmi nel migliore dei modi. Alla fine
del mese mi resi conto che Camus lo scrittore famoso francese, aveva capito che
l'assurdità, il mito dell'assurdo era una grande verità del nostro secolo.
L'assurdo diceva che il militare stava lì, da solo nella gabbia, era assurdo.
Finito il pericolo, ci portarono a Lipsia per farci lavorare in un'industria.
Qui conobbi una ragazza tedesca che mi spiegò quanto la tirannia nazista fosse
efficiente. Lì a Lipsia vi soggiornai un po'. C'erano molti russi, pochi
tedeschi ma tante tedesche che facevano l'orario ridottodi lavoro (12 ore su
24, a differenza mia che ne facevo 14). Qui ebbi un filarino con una ragazza
tedesca: mi resi conto che i tedeschi non erano solo nazisti. Insomma ebbi
questa ragazza che una sera mi portò a casa sua (il padre era un violinista
famoso che ora faceva il tranviere). Mi faceva pena. Pensai che nonostante
fosse un tedesco mi faceva pena! In questa fabbrica organizzammo un minimo di
resistenza, di sabotaggio manomettendo delle viti di collegamento negli aerei
che dovevamo a assemblare Ad un tratto è arrivata la polizia di fabbrica (i
tedeschi avevano tante polizie). E avevano un elenco di nomi tra cui
malauguratamente c'era anche il mio, hanno acchiappato queste persone indiziate
e le hanno portate in prigione, nelle normali prigioni che si usano per i
delinquenti e in questa prigione sono stato picchiato con un metodo
intelligente: c'era una tavoletta di legno duro
macchiata di
sangue di altre persone che ci erano passate, era attaccata al muro e lì
ci dovevi stare in piedi con questa
tavoletta che veniva regolata, perché loro sono meticolosi, a seconda
dell'altezza più alta o più bassa. Fu regolata all'altezza del mio viso
dopodiché cominciarono a darmi delle grandi manate sulla nuca e naturalmente il
naso andava a sbattere contro la tavoletta e faceva un male cane. Hanno passato
molto tempo a prendermi a botte. II giorno dopo pure, finché dopo un paio di
giorni c'è stato un processo ... Siccome stavano alla frutta, i crucchi avevano
inventato un'altra istituzione al posto dei normali tribunali che ci mettono,
come al solito, troppo tempo, avevano escogitato degli organi straordinari di
giustizia detti Tribunali del Popolo.
Questo
tribunale del popolo di Lipsia in fretta e furia ci fece dei processi io avevo
tre accuse:
1)sabotaggio; 2) disfattismo (facevo
propaganda per le idee politiche che mi facevano comodo); 3) tradimento al
grande Reich, non c'erano avvocati, però c'era il diritto alla difesa. Mi
difesi da solo. Ovviamente quelli non volevano sentire ragioni e mi
condannarono, non a morte perché gli servivano i peccatori vivi, non quelli
morti, mi condannarono a venticinque anni di lavori forzati al ché io mi misi a
ridere perché io in quelle situazioni non potevo durare venticinque anni,
neanche venticinque mesi e forse neanche venticinque settimane, quindi i casi
sono due: o voi perdete la guerra subito subito e allora i venticinque anni
arano finiti ragionevolmente o sarei morto.
Poi da li mi
hanno trasferito sotto i bombardamenti che picchiavano bene, oramai gli alleati
avevano raggiunto una grande supremazia e volavano anche di giorno,
tranquillamente e sfacciatamente per i cieli tedeschi, per cui si vedevano
queste centinaia di fortezze volanti così come delle code, volavano ad
altissime quote, 10‑12000 metri; a quell'altezza non c'era la massima
certezza che potesse arrivare e anche la contraerea funzionava poco. Ogni tanto
buttava giù qualche cosa, ma poca roba, tanto quelli disponevano di decine di
migliaia di arnesi da bombardamento e stavano spianando tutta la Germania. Ho
visto distruggere Berlino, distruggere Lipsia e la stessa distruzione di Dresda
l'ho sentita nell'orecchio. Ho sentito questo rumore notturno continuo di bombe
che scoppiassero. Quella notte Dresda è stata distrutta, era ed è una delle
città più belle dell'Europa da un punto di vista artistico, e sono morte più di
centomila persone, di civili. In tutto ciò la guerra stava finendo, non c'era
proprio alcun motivo di distruggerle.
Buchenwald
Poi siamo
stati portati a scontare le pene nei campi di sterminio di Buchenwald, in
Sassonia, e mi spiegarono che questo nome gli era stato dato perché era uno dei
primi campi costruiti dai tedeschi per metterci dentro prima ancora degli
ebrei, gli avversari politici. Li c'era Teimal (segretario del PC tedesco) che
era stato ucciso nel luglio del '44 quando ci fu l'attentato ad Hitler.
Buchenwald aveva un aspetto spaventoso: c'era una bella batteria di forni
crematori, un puzzo nauseante delle ossa degli ebrei calcinate, in questo
grasso. Tutti sapevano cos'era questo odore; la gente veniva trattata con il
Siclan (un gas venefico) e poi c'era una cosa tutta fatta industriale: un piano
inclinato dove i cadaveri senza neanche essere toccati venivano portati da qui
nei forni crematori che venivano accesi e tutto veniva distrutto.
Eravamo nel
febbraio del '45, naturalmente venivamo usati per lavorare in una dependance di
Buchenwald situata ad Ariestadt, una cittadina graziosa popolata da nazisti (le
ragazze non ci guardavano per niente), qui c'era una fabbrica di aeroplani
decentrata nella quale ci avevano messi a fabbricare aeroplani. Questa
dependance era governata da nazisti rumeni scappati dalla Romania occupata dai
sovietici, gente senza patria che non poteva più tornare in Romania e non
poteva andare da nessun altra parte. La cosa più piacevole che ti dicevano
era:" Non vi rallegrate perché il grande Reich sta in difficoltà, prima
che finisca il grande Reich finirete voialtri perché vi uccideremo tutti".
Eravamo convinti di questo, ormai non avevamo più niente da perdere. Gli
americani erano sulla riva destra del Reno e il Reno non dista da Buchenwald
più di 250 chilometri. Nel frattempo noi uscivamo poi vi dico come, e andavamo
incontro agli americani che nel frattempo avanzavano così nessuno ci poteva
ammazzare, noi non avevamo fretta di recuperare la libertà, bensì di metterci
al sicuro.
La fuga
L'ultima
prodezza che abbiamo combinato è stata quella di procurarci qualche attrezzo in
fabbrica; abbiamo visto che c'era una porticina chiusa con un lucchetto ed una
catena nella recinzione, quindi abbiamo tolto la catena e l'indomani mattina
siamo usciti sul
retro del
campo e siamo corsi verso una di quelle belle foreste. Dalle torri un paio di
rumeni hanno sparacchiato con armi automatiche,però noi da soldati esperti
correvamo a zig-zag non regolare, quindi fu difficile beccarci. Praticamente
siamo riusciti a raggiungere la salvezza nel bosco, tranne un compagno che ha
preso un colpo nel braccio che gli si è spezzato. Appena fu possibile glielo
fasciammo in modo tale da poter
proseguire (era un abbruzzese questo compagno che aveva uno zio farmacista a
Roma). Eravamo in quattro: io ero il più anziano, quindi ero il capo del gruppo
(due nordici, io romano e questo abruzzese, i due nordici non erano male, uno
di Milano, un certo Sara, e l'altro non mi ricordo, comunque lombardo).
Quest'ultima avyentura si è conclusa così: siamo andati di corsa per questi boschi, poi abbiamo incrociato un piccolo corso
d'acqua; io gli ho detto di camminare sul letto (tanto di acqua ce n'era poca)
e di andare verso la sorgente perché avevamo sentito che ci venivano dietro con
i cani (e i cani lupo sono una brutta bestia!); allora abbiamo risalito il
corso e poi abbiamo continuato, siamo scesi
dall'altra
parte, però i cani dovevano perdere abbastanza tempo per ritrovare la tracce (le tracce nell'acqua
non si trovano facilmente!).
L 'arrivo degli Alleati
Inaspettatamente
quella stessa mattina andando in direzione di Weimar abbiamo visto in
lontananza dei Carri armati, tanti, che non erano tedeschi, piccolini... allora
ho pensato che fossero americani e ho
pensato cosa fare. La situazione era delicata: gli americani avevano
l'abitudine di sparare (abbondantemente) su ogni cosa che vedevano muoversi
senza chiedersi che cosa potesse essere. Infatti cominciarono a sparare, anche
se non molto. Allora noi ci siamo spogliati diligentemente, abbiamo recuperato
delle magliette bianche e le abbiamo legate a dei rami d'albero e poi abbiamo
cominciato a sventolare bandiera bianca. Ci siamo avvicinati a loro e hanno
smesso di sparare. lo che sapevo parlare inglese chiesi loro informazioni sulla
loro provenienza. Lì ebbi la mia ultima lezione sulla guerra e sul diverso modo
di sentire e praticare le arti marziali: questi americani erano come marziani,
avevano un modo diverso di sentire la guerra. L'ufficiale che comandava questo
raggruppamento mi chiese notizie sulla distribuzione dei tedeschi. Gli risposi
che ce n'erano alcuni sulla collina. Mi chiese quanti erano e risposi che erano
circa cinquanta, erano armati di mitragliatrice, erano per lo più giovani
soldati. Ciò che mi gelò fu la considerazione che fece l'ufficiale americano il
quale disse, nonostante avesse tre carri armati e la fanteria, che i tedeschi
erano in tanti. Chiamò, quindi, il suo sottoposto e parlarono dicendo di
chiamare l'aviazione. Questa fu la mia penultima avventura. L'ultima fu nella
città di Gota in Sassonia; nella periferia della città c'era un complesso
industriale abbandonato, e quindi io con altri tre amici decidemmo di entrare
per cercare qualche cosa da mangiare, armi. ..Entrammo quindi in una di queste
palazzine che poi si rivelò come la sede dei pompieri di fabbrica, arredata
secondo lo stile del secolo precedente. Entrammo in una stanza ché doveva
essere del capo, deserta e così cominciammo a frugare per trovare qualcosa. Nel
vano della porta si è visto un ufficiale tedesco, ben vestito: aveva
un'uniforme nuova fiammante stivali nuovi fiammanti, aveva il binocolo, era
perfetto, a differenza di tutti noi italiani, tedeschi, americani che alla fine
della guerra eravamo tutti mal vestiti, disordinati; sporchi e trasandati. lo
vedendolo mi preoccupai perché pensai che un capitano non poteva essere solo.
L'ufficiale cominciò a gridare e tentò di tirar fuori la pistola goffamente,
però non era abituato a fare queste cose, quindi si era impicciato
maledettamente. II mio amico che era fuori dal suo campo 'visivo si gettò ai
piedi dell'ufficiale come bravo giocatore di rugby quale era. Prima ancora che
si buttasse. io avevo lì vicino un pessimo calamaio (forse di epoca
guglielmina) e glielo tirai addosso mentre il mio amico gli si gettava ai
piedi. A quel punto io saltai il
tavolino e mi. buttai addosso al tedesco `ormai sdraiato per terra.tentai di
ucciderlo, ma non avevo né armi né oggetti contundenti, quindi gli tolsi
l'elmetto e cominciai a
sbattergli la testa sul pavimento. Gli sbattei la testa per terra così tante
volte fino al punto di rompergli le ossa craniche; ed avevo quindi tra le mani
sangue e materia cerebrale ed ero completamente fuori di me e pensai che quella
era la fine, finalmente! Il mio amico, un pacifico milanese, mi prese per
spalle e, mi disse:"Ma Giovanni, non lo vedi che è morto!" ed io
risposi "Ah, è morto!? Bene allora vediamo cosa ha in tasca!" Gli
abbiamo preso il portafoglio che ancora ho: l'ho tenuto per scaramanzia! Grazie
a delle carte trovate abbiamo appreso che era stato richiamato al servizio
militare qualche giorno prima, era un bancario di professione, si era fatto la
guerra a casa insieme a moglie e figli: Gli presi anche la pistola: era
bellissima e in mano a lui non aveva più senso. Uscimmo dalla stanza e andammo
in altre stanze dove trovammo un po' di cibo. II giorno dopo arrivarono gli
americani, sempre in quella zona perché era l'unica un po' sgombra.
Questi americani che noi incontrammo, fortunatamente erano italiani di
Brooklyn, che non parlavamo italiano ma i loro dialetti: insomma ci capivamo!
Questi americani ci rivestirono con le giacche a vento che usavano come divise.
A quel punto noi avevamo bisogno di un camion e questi l'indomani mattina ci
fecero trovare un Ford con un motore a stella potentissimo e dei bidoni di
benzina.
II
viaggio di ritorno
Nel frattempo
a Gota si era organizzato un raduno di prigionieri di guerra di varie
nazionalità, io vi partecipai e presi contatti con i francesi e quindi decisi
di andare in Francia però raccomandai loro di non dire al confine che eravamo
italiani: dovevamo entrare dicendo che eravamo francesi, poi avremmo potuto
svelare la nostra cittadinanza, però almeno potevamo entrare. Detto fatto, i
francesi vennero con noi. Arrivammo al treno, fermandoci a pernottare a Magonza
dove ho assistito a brutte esperienze. Svegliandoci il giorno dopo vidi tutti i
prigionieri francesi che si erano schierati lungo il perimetro del campo
d'aviazione e c'era un gruppo di giovanetti, ragazzini (16‑17 anni) che
avevano le divise tedesche, e i segni di abbondanti percosse. Questi francesi
li avevano riconosciuti come SS francesi (perché i tedeschi arruolavano SS un
po' ovunque). Questi ragazzini furono un po' maltrattati dal gruppo di
francesi. Questo a me non piacque e lo dissi ad un ufficiale che stava lì. Ma
non mi ascoltò, tanto che i ragazzini furono fucilati.
Poi successe un'altra cosa, non ricordo né dove né quando. Comunque
c'era un tale, un interprete, e i francesi si erano incaricati di farne
vendetta. Anziché sparargli i francesi lo
tenevano al primo piano di un edificio con il pubblico sottostante e ogni tanto
quest'uomo veniva esposto al pubblico, sempre più rovinato dalle torture finche
non lo uccisero. Tutto questo mi ha fatto capire che la psicologia francese
risente moltissimo dell'antico comportamento dei capi. A loro piace veder
soffrire.
Comunque insieme a questi francesi giungemmo a Thionville,1ì ci siamo fatti conoscere come italiani e
l'ufficiale francese mi disse che non era un problema, al massimo non avremmo
avuto i soldi... Ed io gli dissi che il nostro intento era quello di giungere a
Marsiglia per poi trovare un mezzo
per andare in Italia visto che le comunicazioni terrestri ancora non c'erano
(la guerra ancora non era finita!). Ci dissero di andare a Nancy, alla Maison
d'ltalie, dove trovammo dei collaboratori italiani, prigionieri volontari che
organizzavano spettacoli di intrattenimento per gli americani. Il colonnello
italiano ci diede dei soldi, gli spiegammo la situazione, ossia che eravamo
degli evasi e volevamo tornare a casa per proseguire la guerra contro i tedeschi,
ma disse che non poteva fare altro.
Ci disse che a Parigi c'era Saragat (l'Ambasciatore) che forse poteva
aiutarci in qualche modo. Arrivammo a Parigi in treno e andammo da Saragat.
Saragat mi chiese se avevamo notizie, non ci offrì niente, neanche un bicchiere
d'acqua, nonostante gli avessimo spiegato la situazione.
Voleva solo
informazioni su come la pensavano i prigionieri italiani che stavano nei campi
di concentramento in Germania. Chiesi spiegazioni. Allora Saragat mi chiese se
eravamo a favore della Repubblica o della Monarchia. Risposi che non eravamo ne
per la repubblica di Mussolini ne per quella di Salò: eravamo ufficiali del Re.
"Purtroppo" non ci intendemmo. Quando uscimmo, facemmo consiglio di
guerra e decidemmo di andare in giro per comandi alleati raccontando la nostra
storia, indossando stracci, e quelli ci rifocillarono, in particolare gli
inglesi. Poi vendemmo le divise alleate al mercato facendo un po' di soldi, di
cui avevamo bisogno. In un comando avevamo trovato un ufficiale americano che
ci aveva presi in simpatia, perché lui era sposato con una italiana che viveva
in America, e ci aveva organizzato un viaggio lussuosissimo sulla Parigi-Lione
in prima classe, a scompartimento riservato. Salimmo sul treno e quando
arrivammo capimmo che tra americani e francesi (nonostante alleati) non
scorreva buon sangue. Infatti lo scompartimento era vuoto, avanzavano due posti
(noi eravamo in quattro) e nel corridoio c'erano tante donne (anche incinte)
francesi: ci sentimmo a disagio.
Inoltre, era un po' che mangiavamo meglio (io non
pesavo più 39 chili come quando avevo ucciso il tedesco) quindi abbiamo fatto
sedere le signore ma la polizia militare americana aveva cacciato via le donne
perché i francesi lì non potevano starci. Arrivammo a Marsiglia. Siccome
eravamo in quattro nell'unità inglese e quattro in quella americana, mangiavamo
doppio. Questo' significava tornare a casa in modo decente (vestiti e nutriti),
avemmo passaggio su un transatlantico requisito ai francesi, dove ognuno aveva
la sua cabina. Sbarcammo a Taranto qualche giorno dopo.
Abbiamo organizzato un viaggio ognuno per le proprie
destinazioni: ci lasciammo. lo me ne sono andato a Roma passando per Napoli
dove rividi un vecchio amico. Ci misi due giorni di treno per fare Taranto‑Napoli
e ventiquattro ore per fare Napoli‑Roma. Arrivavo a Roma senza sapere
niente dei miei genitori, se erano vivi o morti. Arrivai alla Stazione Termini‑alle
3.30 di notte, avevo uno zaino pesante, ero stanco. Chiesi se c'era un mezzo
per Piazza Mazzini, ma mi dissero che non ce ne erano fino al giorno dopo.
Contro il loro volere mi avviai a piedi verso Piazza dei Cinquecento e arrivai
a casa. Arrivato a casa vidi ancora il portiere che c'era prima, gli chiesi dei
miei e lui mi rispose che erano vivi. Gli dissi di chiamare mio padre senza
dire niente a mamma (non sapevo fino a che punto avrebbe retto moralmente
l'impatto). Mio padre scese e poi insieme andammo dalla mamma.
Questa è la mia storia, nonostante abbia tralasciato
qualche particolare per renderla meno pesante.
Intervista a Pietro
Amendola
L'affermarsi
del fascismo e la morte del padre
La mia esperienza del fascismo inizia presto,
essendo io del `18, e ancora ne serbo ricordi, sebbene quando morì mio padre
avessi solo 8 anni. Ricordo con esattezza quale tensione si sentiva in casa per
via dell'ascesa al potere dei fascisti: mio padre, che era stato ministro
dell'ultimo governo prefascista, essendo il capo dell'opposizione
costituzionale si schierò con i partiti popolare, socialista unitario e
socialista nazionalista,e per breve tempo con il partito comunista, dando luogo
a quella che sarebbe passata alla storia come la secessione dell'Aventino.
Mio padre era inizialmente un liberale
conservatore, ma negli anni tra il '10 e il '20, con la guerra, avendo
constatato che, sostenuto del conflitto il peso più grave, i ceti popolari
entravano alla ribalta nella vita politica nazionale, soprattutto attraverso i
partiti socialisti e popolare, fu perciò persuaso di come fosse necessario
conquistare le masse alla democrazia, e che la democrazia liberale non poteva
poggiare solamente sui ceti medi e assai spesso sui loro notabili, come nel
mezzogiorno, dove essi, ora da una parte ora dall'altra, erano sempre stati
governativi ( e sarebbero poi divenuti fascisti).Per tale motivo,fu d'altra
parte un fenomeno quasi generale, nelle zone bracciantili e contadine ' anche
gran parte dei capi elettori passarono al fascismo. Ma ritornando alla tensione
che si sentiva in casa, essa dipendeva particolarmente dall'attualità della
violenza fascista e ancor più squadrista. Come ad es. nel giorno di S. Stefano
,il 26 dic. '23, quando mio padre fu aggredito
in via Capo le Case. Egli scendeva da casa in via di Porta Pinciana verso la
sede del giornale Il Mondo, in via della Mercede, di cui mio padre era il
massimo esponente, mentre il suo direttore era Alberto Cianca. Fu aggredito da
quella che venne chiamata "banda del Viminale " la stessa che in
seguito rapì ed assassinò Matteotti e si mise in luce, in genere, con altre
aggressioni e atti di violenza. Io lo ricordo benissimo a letto, con le bende
insanguinate ... ... ... ..
In occasione soprattutto degli attentati al duce
arrivavano sotto il portone a vociare, urlare, minacciare, senza contare che
"invasioni", c'erano già state, come nel caso di Francesco Saverio
Nitti, al quale mio padre era stato particolarmente legato in quanto esponente
più moderno e capo, mio padre, dei liberali democratici. Nitti aveva un villino
in Prati: entrarono e devastarono tutto, cosicché Nitti, in verità un po'
prematuramente, se ne andò in Svizzera. Avvenimenti simili si verificarono
anche nei confronti di altri esponenti antifascisti. Per tali situazioni di
tensione avevamo il nostro cameriere e sua moglie, che dovevano portare via a
dormire altrove me ed Antonio, mio fratello. Tornando a mio padre: fu aggredito l'ultima volta il 20 Luglio
1925 nei pressi di Montecatini e poco mancò che gli squadristi ras agli ordini
di Carlo Sforza lo finissero sul posto. Carlo Sforza era il capo, cosiddetto
ras dei fascisti della Lucchesia e fu poi
nel 1943 l'ultimo segretario del partito fascista. Furono arrestati dopo la
liberazione gli aggressori che avevano causato la morte prematura di mio padre
dopo pochi mesi dall'attentato. Scorza latitante in Sud America fu condannato
come mandante e ugualmente furono condannati gli autori materiali
dell'aggressione. Dopo qualche anno ad essi fu applicata la cosiddetta amnistia
Togliatti, improntata dalla presunta necessità(ai tempi freddi dei due blocchi
U.S.A.‑U.R.S.S), di una pacificazione nazionale.
Essi tornarono tutti in libertà ma avendo
fatto alcuni anni di carcere. La morte di mio padre fu per la famiglia un
dramma: dovemmo trasferirci a Napoli, e un fratello di mio padre dovette
assisterci come tutore, e la memoria dell'accaduto in quegli anni alimentò in
noi, suoi figli ancora piccoli, un odio sempre più intenso verso gli assassini,
un desiderio pungente che si facesse un giorno giustizia. Fu in quel periodo
che mio fratello Giorgio, di estrazione liberaldemocratica, imboccò la via del
partito comunista, alla quale successivamente l'altro mio fratello Antonio ed
io ci trovammo inizialmente avviati quasi per motivi di forza maggiore:
volevamo fare qualcosa e, divenuti grandi, pur essendo clandestina, trovammo in quella comunista l'unica
struttura antifascista organizzata, con ranghi ristrettissimi alla quale si
aggiunse più tardi, con la parola d'ordine del terrorismo liberale, quella
rispettabile e qualificatissima di Giustizia e Libertà. Gli altri esponenti e
militanti antifascisti, compresi i socialisti, si erano rifugiati a Parigi,
oppure erano rimasti, sistemandosi in maniera indolore. Per un giovane che
volesse agire questa dei comunisti era infatti una strada obbligata. Dunque l'antifascismo
precedette il comunismo.
Preciso che alcuni esponenti antifascisti che
rimasero si chiusero in un silenzio senza compromessi né sottomissione così,
come B. Croce, che, attraverso i suoi libri e la rivista, continuò in un certo modo
a influenzare il dibattito culturale .Non bisogna però dimenticare che molti
tra questi avevano contribuito all'affermazione del fascismo, vedendo in esso
un movimento in grado di restaurare quell'ordine dei benpensanti che tra il `19
e il'22 era stato turbato da fin troppi disordini ai quali la borghesia fu
felicissima di trovare una soluzione, quale che fosse, se si pensa che B. Croce
ed altri, anche dopo il delitto Matteotti nel '24 continuarono a votare la
fiducia al governo Mussolini ,se anche in seguito si sono riscattati, le loro
precedenti responsabilità sono innegabili.
La
scuola e l'attività politica
Sempre in clandestinità avvenne l'ingresso in
politica sulla base dell'antifascismo e poi dell'esempio: se il
"fratellone", ha scelto quella strada, beh, doveva essere quella
giusta. Anche la scuola ebbe la sua influenza, infatti in III liceo, al
Visconti, a Roma, trovai dei prof. antifascisti di vecchia data: il prof. di
storia e filosofia, Gigli, e sua moglie, docente di lettere antiche prof.ssa
Moscarini; il prof. di storia dell'arte Rivosetti ed uno strano mantovano,
sempre col fiocco nero, un tipo piuttosto anarchico, l'insegnante d'italiano
Cirillo Berardi. Era il primo giorno di scuola dell'Ottobre 1935, e quando
entrai in classe il professor Gigli stava facendo l'appello. Mi domandò: lei è
parente di Giovanni Amendola? ‑ si, il figlio‑ Lei porta uno dei
nomi italiani più gloriosi. Naturalmente questo attrasse l'attenzione dei
compagni di scuola, particolarmente di Paolo Bufalini, che in seguito, come
forse saprete, è stato segretario della sezione romana del partito, senatore
per molte legislature ,e segretario di mio fratello alla Presidenza del partito
dopo la Liberazione.
Allora, lì al liceo, i ragazzi non erano proprio
fascisti, ma piuttosto indifferenti; visti i professori, però, molti ragazzi
dal Visconti uscirono antifascisti.
Quando a mio fratello il confino di polizia a
Ponza fu commutato in ammonizione, e tornò a Roma per tagliare poi subito la
corda e espatriare nuovamente, io ero studente universitario. Fu all'università
che incontrai altri studenti, con i quali si fondò una cellula del P.C.I., in
un giorno del marzo 1937: la lettura ed il commento del Manifesto dei Comunisti
di Marx ed Engels fu il primo compito che ci assegnammo. Oltre a ciò contattare
e coordinare liceali ed universitari e laureati e professionisti su un unica
base antifascista richiese un intenso lavoro. La propaganda aveva un importante
ruolo nella nostra attività. Per ragioni di prudenza il partito ci ordinò di non dare a vedere la nostra posizione
ufficiale di comunisti. Però avevamo legami con gli operai comunisti del
quartiere di Testaccio a Roma e con i compagni comunisti abruzzesi di Avezzano;
dopo due anni di lavoro eravamo arrivati ad essere un centinaio. Tra le nostre
iniziative concrete mi limito a ricordare che raccogliemmo dei soldi che
facemmo arrivare come nostro contributo agli italiani volontari garibaldini
nella guerra di Spagna. Nel febbraio‑marzo del `38 avvenne l'annessione
dell'Austria alla Germania, ma mentre al primo tentativo di Hitler Mussolini
aveva preso sotto sua protezione l'Austria mandando due divisioni al Brennero,
la seconda volta, in seguito agli stretti legami creatisi in Spagna con la
Germania nazista non si mosse, fece una tale figuraccia! Quando sentimmo la
notizia dell'annessione alla radio francese noi contattammo il maggior numero
di appartenenti alla nostra organizzazione e inscenammo all'università, durante
i prelittoriali di politica estera, le selezioni preliminari ai littoriali, una
manifestazione di protesta: fu una manifestazione di forza che aveva come
bersaglio immediato Virginio Gaida, creatura di Mussolini ,e direttore del
giornale d'Italia, ma soprattutto genero del Duce. Gaida quel giorno presiedeva
i prelittoriali e noi innanzitutto spingemmo abilmente avanti nella
contestazione dei fascisti in buona fede dissidenti, tra i quali c'era un certo
Ruggero Zangrandi, ex compagno di classe ed amico per la pelle del figlio del
Duce Vittorio Mussolini. Mandammo avanti Ruggero, che iniziò a fare domande via
via più imbarazzanti a Gaida. Questi rispondeva imbarazzato e sempre più
malamente e infine con minacce: successe un putiferio e quei prelittoriali
furono interrotti. Di quest'avvenimento si parlò nella stampa estera, e dopo 24
ore era risaputo addirittura a Parigi.
Quando si parla dell'incompatibilità tra
comunismo e libertà alle volte, purtroppo, effettivamente è esistita, però
bisognerebbe distinguere tra i singoli casi: ad esempio senza l'intervento
della Germania e dell'Italia Franco in Spagna non avrebbe fatto molta strada,
ma contro di lui si schierarono ufficialmente solo i comunisti dell'URSS, che
fornirono aiuti efficaci mentre le democrazie occidentali tirarono fuori la
scusa del non‑intervento e tradirono la causa della libertà. Lo stesso
atteggiamento fu assunto verso l'espansione nazista: le democrazie occidentali
svendettero prima la Cecoslovacchia, poi la Boemia, e si mossero solo con
l'attraversamento dei confini polacchi delle truppe tedesche, che reclamavano
la restituzione di Danzica (Hitler ne parlava già nel Mein Kampft): ci fu prima
un tentativo di accordo militare con l'Unione Sovietica, che però andò per le
lunghe; dato inoltre che la Polonia, nonostante tutto negava di passare per il
proprio territorio ai russi, fu infine stipulato il famoso patto Molotov‑
von Ribbentropp (Agosto '39). Questo evento mise tra noi e Roma un po' di
maretta: molti lo vedevano come un cedimento ingiustificato, altri come una
mossa di altissima politica, che avrebbe messo gli imperialisti gli uni contro
gli altri, altri come un provvedimento fatalmente necessario all'auto difesa, a
dirottare la direzione dell'espansione tedesca. Ci fu amarezza, che però poi fu
superata, prima dell'aggressione del `41, ma continuammo comunque a fare
propaganda.
L'arresto
e il carcere
Fu in quel periodo, il 9 dic. `39, che ci
furono i primi arresti: prima ad Avezzano da dove i compagni venivano a Roma
per diffondere volantini, poi altri a Testaccio, dove pare ci fosse una spia. L'ultimo
ad essere arrestato fui io, il 6 gennaio. Il giorno della befana andavo da mio
zio all'Aventino, davanti san Saba, comprai le sigarette a un bar e, uscito,
due tipi mi abbordarono e dissero ‑ il commissario le vuole parlare; mi
misero in un taxi e mi portarono in questura, che a quel tempo era a piazza del
Collegio Romano.
Ero accusato sulla base d'intercettazioni, pedinamenti (m'avevano
seguito alla posta mentre mandavo un telegramma a Avezzano, un po'
convenzionale, con un nome falso)e informazioni estorte a altri arrestati con
le buone o con le cattive. Mi buttarono per terra e alcuni mi menarono ben
bene. Il processo ci fu proprio nei giorni del crollo della Francia; eravamo
imputati secondo alcuni articoli delle leggi speciali del novembre '26, che
prevedevano lo scioglimento di ogni partito, dei sindacati, dei giornali, di
tre reati per un unico fatto: per aver creato, realizzato, programmato, diretto
un'organizzazione rivolta a sovvertire
violentemente l'istituzione dello Stato.
lo me la cavai con 10 anni:
5 per essere stato uno dei fondatori, direttore e presidente, a cui si
aggiungevano 2 per aver appartenuto al gruppo, e 3 per aver fatto propaganda.
Gli altri, soprattutto quelli di Avezzano, arrivarono fino a 20 anni.
Ad Avezzano c'era uno che ,
seguendo la politica dell'infiltrarsi, era diventato capo manipolo e un altro
che era capo del G.U.R(Gruppo Universitario Fascista), e c'erano traditori qua
e là. Subito dopo l'istruttoria potemmo stare tutti insieme e, avvenuta la
condannaci spedirono a Civitavecchia. Stare tutti insieme voleva dire anche
poter fare scuola di comunismo per i detenuti. Lì a Civitavecchia c'era la
maggiore casa penale per quanto riguardava la detenzione di prigionieri
politici, ed anche la più moderna. I cameroni in cui eravamo divisi normalmente
erano di condannati che si erano dichiarati appartenenti al P.C.I. (anche
parecchi che in seguito sono stati dirigenti del P.C.I.) o supposti membri di
partiti socialisti; io invece mi trovai nell'ultimo camerone, che era una specie
di fritto misto: nel senso che noi comunisti avevamo la maggioranza relativa
dei quaranta che stavano lì, poi c'era un gruppo di Giustizia e Libertà, (tra
l'altro sono stato per tre anni nello stesso camerone con Vittorio Foa),
c'erano anche gli anarchici, i troskisti (cioè ex‑P.C.I.), alcuni sloveni
irredentisti, testimoni di Geova, un socialista e un democristiano.
In carcere eravamo organizzati sulla base collettivista, nel senso
che tutto si metteva insieme: chi riceveva soldi o pacchi da casa, c'era chi li
aveva e chi no, chi ordinava la spesa, dovevano poi dividere in parti uguali,
era una scuola di solidarietà. Per quanto riguardava il lavoro da svolgere
c'era disciplina: pulire il camerone, la latrina, spazzare. Ma l'incombenza che
si espletava volentieri era quella di fare scuola: una politica discutendo, ma
talvolta anche con alcuni testi di quel tempo che tenevamo nascosti; la seconda
era per coloro che arrivavano semi‑analfabeti, a cui bisognava insegnare
un po' di storia, geografia e italiano. Nel mio gruppo eravamo in due a
occuparcene: io, che mi ero laureato il 6 dicembre, e un napoletano. Però
bisognava stare attenti perché altrimenti, anche se non facevi discorsi
politici, quando venivi acchiappato ti davano punizioni. Infatti fra le guardie
c'erano delle carogne. Il capo era un massimalista, che poi, quando a Massa
Carrara , durante la ritirata, gli sequestrarono il figlio minacciandolo di
ammazzarlo se non avesse liberato dei prigionieri, fece un po' come Javert de
"I Miserabili": liberò i partigiani e poi si sparò. Dunque, c'erano
delle guardie buone e delle guardie venali che in cambio di un pacchetto di
trinciato forte con delle cartine, magari con l'aggiunta di una saponetta, si
facevano pagare: eravamo in tempi di lotte per qualsiasi cosa. C'era anche il
pericolo che il superiore venisse ad ispezionare; quindi non si poteva neanche
leggere apertamente seduto sulla branda perché il camerone era sempre
illuminato, bisognava architettare tutto uno stratagemma per farlo: sdraiati sulla
branda, coperti fin quasi alla fronte, facendo mille acrobazie per voltare
pagina sotto la coperta. Facevamo così, io e quell'altro compagno napoletano,
ma il guaio era che quello lì si dimenticava quanto aveva letto e quindi
venivano tutti da me, pignolo, preciso e ordinato, per farsi riferire le
notizie più importanti.
In seguito ai bombardamenti su Civitavecchia, che colpirono anche il
carcere, arrivò da Roma l'ordine di smistarci, ed io andai a finire a S.
Gimignano; fino al 19 agosto del '43, il giorno della mia liberazione, rimasi
in un vecchio convento dove c'era una lapide a ricordare che G. Savonarola era
stato lì, quando predicava.
Fu un vero viaggio da incubo: dalla stazione di Civitavecchia, dove
eravamo stati portati ammanettati, prendemmo un treno fino a Grosseto, poi
cambiammo per Siena, e infine di nuovo per Poggibonsi, visto che a S. Gimignano
non c'era la stazione. Dunque, a Grosseto eravamo rimasti chiusi da fuori in un
vagone cellulare, c'erano le sbarre ai vetri, quando cominciarono a suonare le
sirene, a cadere sui binari le bombe; quei disgraziati dei carabinieri si
ripararono sotto una tettoia, lasciandoci lì, ma poichè cominciammo ad urlare
come pazzi " siamo prigionieri politici, liberateci!" la popolazione,
già non più tutta fascista, si indignò coi carabinieri, che tra una bomba e
l'altra furono costretti a liberarci.
Allora il carcere era carcere, non come quello di oggi, che se non
fosse per via del sovraffollamento, della grossa percentuale di
tossicodipendenti e malati di AIDS non farebbe tanta impressione come allora.
Oggi ai detenuti danno tutti i giorni colazione pranzo e cena, mentre noi
facevamo una fame nera, ci davano ogni giorno solo una pagnotta,... una
pagnotta sola ( e a un certo punto presero pure ad imbrogliarci sul peso); poi
c'era una brodaglia, e quando talvolta dentro i fagioli c'erano i vermi noi
scherzavamo " eh, ci hanno dato pure la carne". Da ultimo, poi, si
trovavano solo cipolle lesse e lupini, per condirli mi portavano da casa
dell'olio di fegato di merluzzo; mi feci mandare anche 1' ovomaltina da mettere
nell'acqua calda.
Questo alla parete (indica) è il mio foglio matricolare del carcere di
Civitavecchia, c'è scritto tutto di me: nullatenente, istruzione superiore,
dottore in legge, cattolico (ero stato battezzato), i motivi della reclusione
e, naturalmente, il numero di matricola: 9432; in carcere il cognome non
esisteva più, esisteva il numero : "9432, venite al colloquio con la
famiglia", e così via .... Il direttore era un certo Donato Carretta, che
fu poi trasferito a Regina Coeli, e che firmò la consegna dei detenuti per le
Fosse Ardeatine. Dopo la liberazione di Roma fu chiamato a testimoniare a un
processo e quando una donna lo vide cominciò a inveire "assassino";
tutti cominciarono a gridare, il disgraziato scappò e scese le scalette del
Tevere, si buttò in acqua, ma fu acciuffato e chi calci, chi pugni...: insomma,
fu linciato. Comunque il carcere era pesante anche per il freddo: non c'erano
riscaldamenti, e d'inverno avevamo tutte le nocche con i geloni. Quando uscii
dal carcere ero calato di 20kg.
La libertà
Dopo il 25 luglio esitarono parecchio a metterci fuori, perché il re
cominciava ad aver paura di Hitler e dei tedeschi. L'entusiasmo popolare giunse
poi a tal punto che il governo Badoglio fece sparare sulla folla, e i morti
furono tanti. A noi non ci volevano mettere fuori : misero fuori un
democristiano, un liberale, uno di Giustizia e Libertà, ma i comunisti no. Le
cose andavano per le lunghe, e ci furono alcuni che 1'8 settembre erano ancora
in carcere, come il mio amico Carlo Cianca. Poi sono arrivati i `repubblichini'
ed i tedeschi e se non era poi per i partigiani, alcuni sarebbero sicuramente
finiti in Germania nei lager. In questa situazione si creò un certo nervosismo.
Durante lo sciopero per la pace in Alta Italia infine, fra le richieste degli
scioperanti c'era anche la liberazione di tutti i detenuti politici. Insomma ci
furono molte sollecitazioni, anche scritte, tanto che un giorno si decisero a
metterci fuori. Complessivamente infatti, almeno l'80% dei prigionieri
condannati al tribunale speciale erano comunisti. Fui liberato il 19 agosto del
'43 e, visto che sul giornale era uscito l'annuncio "il figlio di Amendola
uscirà domani...", uscii camminando tra le ali di popolazione festante e
acclamante. I carabinieri ci infilarono in una camionetta per evitare che
questi entusiasti potessero provocare disordini in paese. Ci depositarono a
Poggibonsi, dove prendemmo il treno proveniente da Empoli e diretto a Chiusi,
per prendere poi la coincidenza per Roma. Alla stazione di Poggibonsi c'era
gente in attesa che arrivassimo, la voce si era sparsa in fretta. Fu lì che un
nostro compagno , che si chiamava Treves, ci invitò da lui a mangiare e
dormire: c'erano certe tagliatelle con il sugo toscano, dei polli ruspanti,
patate e vino Chianti, non ci eravamo davvero più abituati! Quindi tornammo a
casa. A Roma sono stato per alcuni giorni segretario personale di Giuseppe Di
Vittorio, che era commissario per i lavoratori dell'agricoltura, uno dei
commissari dei sindacati, ex confederazione fascista..
L'otto settembre, l'occupazione e la resistenza a
Roma.
Per pochi giorni feci il segretario di Di Vittorio (che voleva dire
rispondere alle telefonate, scrivere lettere, . . . ) perché poi ci fu
l'armistizio. La sera dell'otto settembre rincontrai il mio vecchio compagno di
università Mario Alicata, il quale era uno dei tre direttori del giornale
"Il lavoro fascista", di cui si doveva affrettare l'uscita. I
direttori erano esponenti di diversi partiti: un comunista, un socialista e un
democristiano. Alicata mi dette l'incarico di scrivere un corsivo contro Roberto
Farinacci, un gerarca fascista che da Radio Monaco in Germania parlava agli
italiani. Con Renato Guttuso e altri compagni poi ci recammo a fare un servizio
a proposito della famosa battaglia sulla via Ostiense. Ma non ne vedemmo la
fine...
Dopo di che avvenne il patatrac e con l'occupazione tedesca di Roma fui
costretto a iniziare la via crucis degli alloggi. Praticamente erano i
cattolici comunisti a procurarci gli alloggi, tra cui Franco Rodano: fui
ospitato per un po' di giorni al convento della Minerva con Luigi Longo, solo
che in seguito divenne pericoloso perché c'erano molti ebrei, troppa gente, e
le voci giravano; così preferimmo saggiamente cercarci un altro posto, ed è
stato un lungo giro...
La città era divisa in otto zone, divisione che fu poi ripresa da altre
formazioni, sia antifasciste che monarchiche. La quarta zona era quella
centrale: andava da piazza del Popolo a piazza Venezia, e comprendeva via
Nazionale e corso Vittorio Emanuele; io fui il capo zona politico, per il
partito comunista, della quarta zona. Tra i capi militari eravamo in cinque,
accanto a me c'era il capo militare di zona. La mia attività principale era
quella di organizzare il partito: molto tempo era impiegato a spiegare 1'abc
elementare, tenere riunioni, e diffondere "L'Unità" clandestina.
Questo durò per alcuni mesi, fino allo sbarco di Anzio. Con lo sbarco
di Anzio ci fu l'illusione che gli alleati sarebbero arrivati presto a Roma e
allora la parola d'ordine era quella di insorgere al momento dell'avanzata,
come avevano fatto a Napoli, e in questa prospettiva ci slanciammo a fare cose
che prima non facevamo: per esempio rompere il coprifuoco, fare scritte di
palazzo in palazzo. In vista dell'arrivo degli alleati avevamo istituito i
comandi di zona, quello a cui appartenevo io stava a due passi dalla Camera,
nella vecchia tipografia della Guardiola, e lì ci incontravamo ogni sera:
eravamo io, il capo zona militare, il raccordo con il comitato cittadino
militare, due staffette, tuttora viventi. Ogni giorno c'era un mio appuntamento
con i capi dei quattro settori della mia zona (ogni zona era divisa in più
settori): il settore di corso Vittorio, quello di corso Umberto, quello di via
Nazionale e quello di Tritone‑via Veneto. Un giorno successe che non si
presentò all'appuntamento il capo del secondo settore (quello di corso
Vittorio), Guido Rattoppatore, il giorno appresso anche quello del settore
centrale, Antonio Bussi, che abitava in via degli Uffici del Vicario, il terzo
giorno scomparve anche Antonello Trombadori, il collegamento col comitato
cittadino militare. Qualche giorno dopo un comunicato sui giornali fascisti
informò che Rattoppatore e Bussi insieme ad altri compagni erano stati fucilati
a Forte Bravetta, mentre Trombadori finì a Regina Coeli e si salvò miracolosamente
dai 335 delle Fosse Ardeatine.
Ma io intanto ero stato dirottato alla quinta zona, che andava da
piazza Bologna, a piazza Indipendenza, a S. Lorenzo, al Tiburtino.
Evidentemente poi c'è chi nasce fortunato e chi nasce sfortunato. Io .
sono nato fortunato.
Una mattina, poiché stavamo organizzando una manifestazione per le
donne, ci riunimmo in una trattoria vicino a via degli Uffici del Vicario, il
padrone e i camerieri erano compagni, per fortuna sono andato via prima di
mezzogiorno perché poco dopo arrivarono a colpo sicuro le SS e portarono via
tutti e tre, per poi finire alle Fosse Ardeatine.
Un'altra volta, dopo che ebbi dormito presso un compagno, che si
chiamava Caracciolo, e me ne ero andato via di buon'ora, vennero le SS e lo
arrestarono per atti e dichiarazioni densi di contenuti anarchici, per poi
finirlo alle Fosse Ardeatine.
Avendo noi del P.C.I. una lunga esperienza. dei comportamenti da tenere
nelle attività cospirative clandestine, avevamo pochissime cadute nelle
formazioni sia come partito, sia come formazioni partigiane
"garibaldine", mentre i socialisti, i sindacalisti, gli azionisti,
Bandiera Rossa non essendo abituati alla vita clandestina, che significava
soprattutto rigorosa disciplina, contavano numerose cadute. Così come durante la
guerra di Spagna... come potevano pensare gli anarchici di fare una guerra
senza disciplina!?
Un altro esempio della mia fortuna fu quando,
non essendo a conoscenza del tentato omicidio nei confronti di un console della
milizia; andai ad un appuntamento a piazza della Croce Rossa, ma fui fermato da
una pattuglia dell'ex polizia ausiliaria italiana che faceva servizio di ordine
pubblico (che se da una parte lo faceva sul serio, dall'altra invece lasciava
correre); mi chiesero i documenti, che noi normalmente avevamo falsi (infatti
anche mio fratello Giorgio ne aveva uno falso quando cadde a Parma nelle mani
dei tedeschi, i quali lo lasciarono andare senza accorgersi di niente),
figuravo come un certo Paolo Aruta, sfollato da Napoli, nato nel 1915, ecc... Mi
si ghiacciò il sangue, tanto più che il documento era nuovo, ma quelli della
P.A.I. non se ne accorsero o finsero di non accorgersene.
Un'altra volta venivo da piazza Indipendenza
per prendere il tram, in quel periodo abitavo da quelle parti, per una menomazione
che avevo ed ho al piede destro, non feci in tempo quando il tram si fermò. Il
tram svolta e BOOM!, esplode, era stato centrato in pieno dalla bomba di un
aeroplano. Lì per decenni ci sono stati mazzi di fiori di quelli che si erano
salvati, di amici e di parenti.
Mala cosa più impressionante fu questa: un
giorno venni contattato da un questurino, che mi invitò a seguirlo ad un'auto,
dove c'era seduto niente meno che il dottor Romeo Ferrara, che era. stato il
capo ufficio politico della questura di Roma, ed era lo stesso che in tale
veste aveva stilato la denuncia al Tribunale Speciale, a me e ai miei compagni,
ed era ora ancora in servizio con la Repubblica Sociale. Dopo un po' di
convenevoli il commissario mi porta con sé in un appartamento in via Cola di
Rienzo, in verità io ero un po' spaventato dall'idea di poter fare una brutta
fine, ma il dottor Ferrara mi consegna un pacco di lettere anonime intercettate
da lui e da altri ‑non so se lo facesse per amor di patria, ma certamente
era un uomo intelligente e si rendeva ormai bene conto di come sarebbe finita
la guerra ‑ le mise sul tavolo e lessi una serie di delazioni: "in
tale casa, al terzo piano, si trovano partigiani..., ricoverati alleati in
un'altra, ...ebrei...". Ora, tramite l'organizzazione cittadina politica e
militare che accomunava tutti i partiti e le formazioni militari, riuscii ad
avvisare in fretta e furia sia i padroni di casa sia gli ospiti delle case
stesse, poiché i delatori, delusi, non vedendo i risultati della loro denuncia,
avrebbero questa volta avvertito direttamente i tedeschi. Il dottor Ferrara
concordò con me che ci saremmo periodicamente dovuti incontrare io e, se non
lui, qualcun altro per lui, per non dare nell'occhio, nella sagrestia della
chiesa di Cristo Re, dove mi avrebbe fatto avere altre lettere intercettate. E
così avvenne. Poco tempo dopo, quando ero stato "comandato" a reggere
la sezione del P.C.I. di Salerno, una mattina me lo vedo comparire chiedendomi
di dichiarare, nero su bianco, quello che aveva fatto per salvare la vita di
tanti italiani e di tanti stranieri. E io ritenni dignitoso rilasciargli questo
attestato di benemerenza e certamente giovò soprattutto dopo l'uscita delle
sinistre dal governo e il 18 aprile '48 al prosieguo della sua carriera.
Un altro che pure riuscì a far fruttare bene benemerenze dell'ultimora
fu l'ultimo direttore del confino di polizia dell'isola di Ventotene, dove tra
gli altri era stato anche Sandro Pertini. Il dottor Guida era stato
indubbiamente un carognone fino al 25 luglio, poi invece si era preoccupato per
qualche settimana di procurare il cibo ai confinati e agli abitanti di
Ventotene, un'impresa veramente encomiabile, in quanto a causa della situazione
bellica a Ventotene non approdava nessun natante. Dopo la liberazione fece
carriera, e che carriera... Immaginatevi Sandro Pertini, eletto nel 1968
presidente della Camera dei deputati, nel suo primo viaggio a Milano, alla
stazione chi trova ad ossequiarlo accanto al prefetto, nella veste di questore
di Milano? . . .Il dottor Guida! ! . . . E siccome Sandro aveva un
caratteraccio, quando lo vide, disse: "Come si permette!!! . . . Si
vergogni!!!..."
La liberazione.
Durante il primo governo Badoglio, detto prima di Brindisi e poi di
Salerno, fu stabilita l'intesa tra il C.L.N., a Roma, e gli alleati, per cui un
certo numero di formazioni, tra le quali la mia, sarebbero state riconosciute
come polizia ausiliaria.
La tarda sera del 4 giugno Roma fu liberata, con l'arrivo degli alleati
ci riversammo fuori e per prima cosa, nella mia zona, andammo a occupare un
villino disoccupato. Ci insediammo lì durante la notte e organizzammo attività
di informazione per arrestare i fascisti più pericolosi, quelli che avevano
aiutato i tedeschi, e dare la caccia ai gestori e profittatori del mercato.
Tutti gli arrestati poi li passavamo ai carabinieri o agli alleati, a seconda
dei casi, ma immancabilmente venivano sempre rimessi in libertà. Tra i miei
collaboratori c'era anche il compianto regista Giuseppe De Santis, il quale
riuscì a mettere le mani su un tale D'Alonzo, trovato in possesso di radio
trasmittente e ricevente, l'unico che gli alleati non rimisero in libertà.
Ma dopo qualche giorno appena, prendendo a pretesto alcuni eccessi e qualche
malefatta da parte di estremisti di Bandiera Rossa, gli alleati, tramite i
carabinieri , ci revocarono la patente di polizia ausiliaria e occuparono i
vari comandi che avevamo apprestato.
Nel mio comando si verificò un fatto che accrebbe la mia convinzione
sulla mia buona stella: io sostavo nel giardinetto sottostante la villetta
occupata e c'era qualche carabiniere che riposava seduto sul muricciolo, ed
ecco che dal fucile di uno di questi parte inavvertitamente un colpo e il
proiettile mi sfiora sbruciacchiandomi l'orecchio, bastava qualche centimetro
per passare a miglior vita!
PIETRO AMENDOLA dopo la liberazione è
stato segretario della sezione del P.C.I. di Salerno negli anni `44‑'46,
redattore e in seguito vicedirettore del quotidiano "La Voce" di
Napoli negli anni `46‑'48. Successivamente fu eletto deputato per il P.
CI. al parlamento, nella circoscrizione Salerno Avellino‑Benevento
durante le prime cinque legislature. Attualmente fa parte del consiglio
nazionale dall 'A.N.P1 (associazione nazionale partigiani italiani) ed è
segretario generale dell 'A.N.P.P.I.A. (associazione nazionale perseguitati
politici italiani antifascisti
Intervista a GIOVANNI BUONAIUTO
l'infanzia e l'adolescenza
"Sono nato il 2 gennaio 1918 a San Gennaro Vesuviano in una
famiglia benestante. Sono il settimo di otto figli, a casa mia c'era sempre un
via‑vai di gente: a tavola eravamo quasi sempre più di tredici, perché
oltre a noi fratelli, c'erano i genitori, i nonni, lo zio prete e qualche
commare e commarella. Mio padre era, diciamo, un libero pensatore, un seguace
di Amendola, che era un liberale, ma molto avanzato: la libertà innanzitutto,
poi i problemi sociali. A casa nostra, a volte, si riunivano mio padre e altri
che in paese non si identificavano con il fascismo, per bere, mangiare qualcosa
e fare quattro chiacchiere. Diceva,, mio padre, che il fascismo favoriva
"gli opportunisti e i testoni" e lo odiava perché aveva soppresso le
libertà. Odiava anche i comunisti, infatti quando il figlio di Amendola,
Giorgio, tornò al paese, chiedendo di incontrare i vecchi conoscenti del padre,
disse di essere malato e quindi di non poter andare a salutarlo. Sai che scena:
è arrivato con una macchina decappottabile ‑a quel tempo c'erano solo
macchine scassate, con le gomme cucite, a carbonella insieme alla moglie,
veramente una bella donna, e la popolazione gli ha fatto una festa enorme,
perché era ben vista la famiglia di Amendola a Sarno, e l'hanno accompagnato
cantando la famosa canzone: ". . . è il popolo `e `na vota, gente semplice
e sincera...", e lui seduto in macchina salutava cordialmente tutti.
Mentre mia madre stava sempre in mezzo ai preti, mio padre era
anticlericale, ma aveva un grande rispetto per lo zi' prete, un vecchio
garibaldino. Mi ricordo poche cose: per esempio quanto restai male quando io e
mio fratello fummo esclusi dalla sfilata della Nazionale Balilla in paese,
forse per ripicca a mio padre, mi piaceva l'idea di indossare la divisa e il
resto!
Mi ricordo che la guerra d'Africa fu vista con grande piacere perché si
pensava che fosse l'unico modo per risolvere il problema della disoccupazione,
bisognava che gli italiani non fossero più considerati inferiori!
Quando ci fu la guerra di Spagna tentai di arruolarmi, per una
questione, diciamo, d'onore, ma non me lo permisero perché ero troppo giovane.
A quel tempo facevo il liceo..., poi andai all'università, dove mi laureai in
filosofia, e già dal secondo anno iniziai un corso teorico per ufficiali.
La
guerra
Divenni ufficiale a Spoleto alla fine dell'agosto '41: il primo
settembre fui spedito a Latisana, in Friuli‑VeneziaGiulia, da dove
raggiunsi il 26° fanteria della divisione Bergamo in Bosnia, a Glamog.
Svernammo lì nella neve: lo chiamavano "mala Siberia"(piccola
Siberia), e pensare che c'erano soldati senza scarpe o con gli scarponi di
cartone! Avemmo qualche scontro con i partigiani di Tito, e una volta
incontrammo gli ustascia, quando vennero a prelevare i viveri. L'anno dopo fui
spostato sulla costa a sud di Spalato. Fui ferito al fronte il 19 marzo '43, e
mi ricoverarono all'ospedale di Mostar, distante 10 km. Da lì partiva una
ferrovia che portava fino a Ragusa, dove mi sono imbarcato su una nave‑ospedale,
la Gradisca, e mi ricoverai di nuovo a Bari.
La convalescenza
Andai a passare i due o tre
mesi di convalescenza a casa. Intanto era caduto il fascismo ...Il 28 agosto mi
presentai alla visita medica a Napoli: non si capiva niente perché era una
continuazione tra i bombardamenti, allarmi veri, allarmi fasulli, e non
funzionava nulla, si viveva alla giornata; dopo una serie di indicazioni,
riesco a farmi visitare da un maggiore che, con mia enorme sorpresa, mi dà il
servizio incondizionato, nonostante non riuscissi né a piegare né a poggiare la
gamba. Tornai a casa e mio fratello, antifascista, pur avendo lavorato per
incarico delle autorità fasciste nelle attività commerciali, già contrario alla
guerra, mi dice: -Tu sei matto, la guerra sta per finire e tu parti di nuovo?;
- C'era già stato lo sbarco in Sicilia: si vedevano arrivare i profughi, gente
senza armi, senza arti, senza niente...
‑Come faccio, mi
faccio dichiarare disertore?
Io in vita mia ho sempre preso le cose pensando che si dovessero
rispettare le carte e i documenti. E così dopo un giorno o due presi il treno;
giunti a Cancello, dopo un treno e l'altro siamo arrivati a Cassino, dove
avremmo voluto visitare l'Abbazia, ma decidemmo di passarci a ritorno,
perdendola per sempre. Con altri mezzi arrivammo a mezzanotte a Roma: il
viaggio è durato dalle 6 del mattino a mezzanotte. Mentre io, con altri due
soldati del mio paese, con cui tra l'altro ero stato a scuola, ci eravamo
buttati a terra, lì alla stazione, venimmo a sapere dello sbarco americano in
Calabria. Era il 3 settembre quindi. I due ragazzi allora mi dissero:
‑Noi siamo soldati, ce ne torniamo, tu sei ufficiale e sei tenuto
ad andare! ‑Voi scherzate! Siete disertori, ci passano per le armi!
Loro tornarono a casa e io proseguii. Così arrivai a Latisana il 5 settembre.
Molti degli amici che avevo lì, soldati, tra i quali anche imboscati che non
avevano i mezzi per partire, mi consigliavano, visto che sapevano come
effettivamente stavo male, di presentarmi a fare la visita medica e ritornare a
casa; ma non seguii quel consiglio, purtroppo. Avrei dovuto, avendo la gamba
malata, raggiungere la prefettura di Pola e dirigere il servizio censura della
stampa; infatti con la caduta del fascismo abbiamo avuto un governo militare,
restavano le stesse leggi del fascismo, solo che in più l'amministrazione era
passata in mano dei militari e i civili dovevano stare ai loro ordini.
Avrebbero mandato me a dirigere l'ufficio censura quindi, ma il giorno dopo ci
fu l'armistizio.
dall'8
settembre al maggio `44
Stavamo davanti a un caffè con il mio colonnello di battaglione, anche
lui ferito, quando la sera abbiamo avuto l'annuncio dell'armistizio. Io
naturalmente, essendo militare e sentendo profondamente il mio dovere, rimasi
male e mi ricordo che dissi:
‑Ci si aspettava da Badoglio
che facesse una porcheria del genere!
Il colonnello mi ha guardato così ferocemente che capii che doveva
essere antifascista. Tentammo di scappare, salendo su un furgoncino, in
borghese: i vecchi erano preoccupati, i giovani non capivano. Ma dopo aver
fatto un po' di strada vedemmo i tedeschi che prendevano e portavano via tutti,
quindi siamo tornati a Latisana. Il colonnello in seguito riuscì a scappare, ma
morì poi alle Fosse Ardeatine. A Latisana c'era un'atmosfera impressionante:
una cappa di timore incombeva, nessuno aveva la minima fiducia in quello che
potesse succedere. La gente iniziò a rubare anche alla caserma finchè non
arrivarono i tedeschi. Proprio quel giorno in cui falli la fuga incontrai la
donna che sarebbe stata mia moglie, la quale durante il lungo periodo che
passai a Latisana ebbi modo di conoscere meglio.
Mi presentai allora alla visita medica: mi visitò un tedesco, che
dirigeva il reparto, questi credeva che fossi un impostore che simulava una
malattia, ma alla fine mi dette 40 giorni di licenza. Se me ne avesse dati 60
sarei potuto tornare a casa, perché, sommati a quelli precedenti, avrei
raggiunto quei sei mesi di licenza che poi ti davano diritto al congedo; invece
rimasi bloccato, dipendente dall'esercito, che poi divenne della Repubblica di
Salò. Io non aderii, ma rimasi a Latisana a insegnare all'istituto tecnico, che
in seguito fu chiuso e spostato per i bombardamenti.
Non potevo tornare al sud perché non riuscivo a camminare bene, inoltre
dopo poco l'Italia sarebbe rimasta divisa in due. Passati i 40 giorni non mi
presentai più alla visita medica rischiando di essere dichiarato disertore. Ma
il rischio era minore perché dal Tagliamento in poi il territorio era sotto il
controllo diretto di un gauleiter, non degli italiani.
Io comunque non aderii alla Repubblica di Salò innanzitutto perché
stavo sbandato con la testa, non sapevo cosa succedeva, cosa non succedeva; poi
gli americani avevano occupato la Sicilia in un mese, in due mesi, tre al
massimo sarebbero arrivati ‑ pensavo ‑, nessuno immaginava che il
fronte si sarebbe stabilizzato sulla linea Gotica e che quel frangiflutti di
Cassino avrebbe potuto bloccare per un anno le truppe di Clark. Invece
arrivarono più tardi, abbiamo avuto 20 mesi
tra tedeschi, partigiani, bombardamenti, per cui non si sapeva per mano di chi
si dovesse morire!
L'esperienza
nel movimento partigiano
Racconto adesso come entrai a far parte del movimento partigiano: un
tardo pomeriggio del maggio '44 insieme a Giuseppina, la mia futura moglie,
ci dirigevamo verso un cascinale della campagna latisanese dove, insieme alla
sua famiglia, si era sfollati per i bombardamenti; nell'attraversare una
frazione, abbiamo notato nella piazzola di fronte al sagrato della chiesa degli
esponenti di spicco del movimento partigiano, per di più numerosi. Capimmo che
sicuramente stavano aspettando qualcosa di importante. Giunti a 400 m ci sorse il dubbio che non fossimo
noi l'oggetto di una tale attenzione. Due robusti giovanotti fermarono infatti
il calesse e mostrandoci la pistola aprendo la giacca, dissero:
‑Lei è stato
condannato a morte!
Per fortuna mi suscitò stupore ma non paura e terrore tali da
confondermi, e chissà come ebbi la forza, che ordinariamente manca in me, di
affrontare il problema del discorso con una certa disinvoltura, che non è
facile con due pistole puntate contro, e soprattutto sulla base di argomenti
abbastanza giustificati. Forse la mia salvezza fu la semplicità e la precisione
con cui risposi, mettendoli di fronte alle loro responsabilità:
‑Voi vi battete per un mondo di giustizia, nuovo, democratico,
libero e notificate una sentenza di morte a uno sconosciuto, senza neanche
avere indicato le ragioni di questo tribunale o chi ha deciso!
‑Questo è anche vero!
E il discorso ha proseguito un po' su questo argomento, finchè non mi
dissero il motivo della sentenza:
‑Voi siete una spia.
‑Ah, se è per quello io sono tranquillo, non ho mai fatto queste
storie e mai in vita mia arriverò a fare il delatore ....
Risposi così, forte della mia onestà e innocenza. Quelli allora mi
concessero 24 ore per provare la mia
innocenza, e si concluse la discussione.
Intanto la casa era in subbuglio: mio suocero era quasi moribondo,
mentre sua moglie che aveva la testa sulle spalle mi fece presente che Mario
Peloso, un parente, direttore di banca, e suo cugino era a capo di un gruppo
partigiano, quindi sarebbe stato possibile chiedergli un consiglio.
Allora, Mario Peloso faceva parte di una delle famiglie
"patrizie" di Latisana, proprietario di terre, palazzi, e ben visto
da tutta la popolazione. Lo trovai seduto su un tronco mentre si arrotolava una
sigaretta ‑di contrabbando‑ ; quando gli feci presente il problema,
Mario mi rispose con noncuranza. E anche dopo che ebbi ribadito che quello che
mi aveva condannato a morte era Franz, il capo dei partigiani della Bassa, dove
c'erano stati tantissimi morti ...non gli dette importanza e mi consegnò un
biglietto, su cui c'era il timbro della Osoppo e la firma di Candido Verdi, il
suo capitano. Io conoscevo questo movimento patriottico, che prendeva nome dal
forte di Osoppo, cittadina del Friuli famosa per la resistenza opposta agli
Austriaci nel lontano 1848‑49; e
sapevo anche che dipendeva dal comitato di liberazione provinciale, da cui
dipendeva anche la formazione Garibaldi, a cui era a capo Franz. Quindi tornai
all'appuntamento, l'indomani, con Franz, il quale , visto il biglietto, un po'
innervosito mi disse:
‑Va bene, siete un
compagno partigiano, ma voi dell'Osoppo siete tutti fascisti!
Loro erano comunisti e spesso tendevano certe insidie... ammazzavano
uno, l'altro , ma non c'erano esiti nella conduzione della guerra nella nostra
zona, lontana dalle retrovie del fronte. Spesso io mi limitai a fare la
staffetta, portare notizie e avere informazioni.
Una volta fui incaricato, insieme a un certo Ettore Pavolini, capo
della Osoppo a Latisana, di prendere contatti con questo Franz, per svolgere
delle azioni in comune o almeno scambiarsi delle informazioni. Siamo stati 2 ore a parlare in una stradella di
campagna: Franz ci raccontava di tutti quei fascisti o ex‑fascisti che
avevano colpito, mentre io e Ettore non aprimmo bocca. Alla fine chiesi a
Ettore perché mai, essendo il capo, non avesse detto niente. Questo mi rispose:
‑Ma dove hai la testa? Hai visto cosa ha raccontato? Quello ci ammazzava
anche a noi! Bisogna dire che qualunque fosse l'esito delle azioni a Latisana i
bombardamenti avvenivano lo stesso da parte degli alleati, perché era un punto
importante, avendo il ponte sul fiume Tagliamento. Latisana è stata vittima di
bombardamenti di ogni tipo: dalle fortezze volanti ai picchiatelli. Mi ricordo
il bombardamento del 19 maggio '44, quando si vide arrivare una formazione di
fortezze volanti larga 4 o 5 km e profonda 2: ci furono un centinaio di morti ,
chi si salvò quella volta fu fortunato! Durante un bombardamento dei primi di
settembre 500 apparecchi , liberator, ognuno con bombe da tonnellate, e non
intelligenti, oscurarono il cielo e colpirono la zona intorno a Pertegada, dove
eravamo sfollati noi. Scappammo quindi, e ricordandomi di un incontro avvenuto
nel ferragosto del '44 con un ufficiale dell'esercito meridionale, quando,
venuto a dare disposizioni ai capi partigiani, aveva annunciato che la
vendemmia nell'Italia del nord si sarebbe fatta con gli alleati, ricordandomi
di questo, pensai che con un tale dispiegamento di forze, gli alleati stessero
preparando lo sbarco sulla spiaggia. Mi sbagliavo. Preso un sacco di farina,
siamo partiti per Aviano, poi abbiamo raggiunto un paese a mezza costa,
Dartago, dove incontrammo il dottor Peloso, un medico che curava i partigiani
su in montagna, fratello di Mario Peloso, capitano dell'Osoppo nella Bassa.
Questo ci disse di scappare perché i partigiani avevano ammazzato un Tedesco in
paese. Lasciai gli altri scappare verso la montagna, io presi la bicicletta e
mi fermai in una casa. Si aveva paura dei rastrellamenti perché ammazzavano 10
per ogni tedesco, prendevano i capi famiglia e li uccidevano. Mi chiedo perché
quella volta non abbiano agito...
Comunque... ‑Alt!‑ fecero i tedeschi. Non ebbi neanche idea
del pericolo che corsi... ‑Papirer! papirer!
Gli mostrai il nuovo documento, con un fascio rinascente dietro e con
scritto "partito fascista". Quando ebbero letto che ero professore di
filosofia, si misero a parlare con me e io improvvisai su Federico Nietzsche,
sullo Sturm und Drang, su Schopenhauer ....Gente colta i tedeschi, sempre!
‑Vada a scuola, vada a
scuola professore!
Così riuscii a sfuggire e, paura o non paura, per 50 m non mi fermai
mai con la bicicletta. Hai visto il barone di Munchausen come vola sulla palla
di cannone?, Io volavo più di quella bomba!
Quando lo raccontai a Mario
Peloso mi disse: ‑Tutte `ste fortune hai tu?
Un'altra volta trovammo un soldato tedesco morto nel campo, un ragazzo
giovanissimo. Ci assalì una paura terribile perché c'erano molti tedeschi ,
ormai quasi sconfitti. Lo seppellimmo in un campo e dopo la fine della guerra
spedii i documenti alla famiglia: era un italiano del Sud‑Tirolo.
Era già la fine della guerra, era tutto distrutto. In mezzo a delle
case diroccate c'era una riunione partigiana. Dopo il '45 c'era stata una mezza
fusione tra la Osoppo e la Garibaldi, per modo di dire perché poi ognuna faceva
quello che voleva. .. Comunque a questa riunione alcuni della Garibaldi insistevano
per attaccare. A questo punto intervenni dicendo che i tedeschi avevano ancora
in mano una zona strategica e, se avessimo agito, non avremmo avuto rinforzi
,né una valvola per ritirarci... Mi dettero ragione , ma due insistettero per
attaccare un presidio tedesco: arrivarono urlando arrendetevi , ma non ebbero
il tempo di fare altro perché i tedeschi spararono e li uccisero. Poveri
ragazzi, a quei tempi erano altre storie...
Era il 24, 25, 26 aprile, i tedeschi erano ormai con l'acqua alla gola:
vedemmo andare verso Latisanotta una colonna di tedeschi, con i caschi e le
reti in testa, il giaccone a mezza gamba mimetico, gli stivali, l'ufficiale era
in mezzo a loro ai margini della strada, erano tutti seri. Quella è la
posizione che bisogna avere quando ci si trova in uno stato nemico, pronti
subito ad agire! Ci vennero subito i brividi; ma l'ufficiale ci fermò solamente
per chiedere un'informazione e, quando ebbe la risposta da Mario , se ne andò
ringraziandoci...
Intervista a
GIOVANNI GIGLIOZZI
L'infanzia
Io mi chiamo Giovanni Gigliozzi e sono nato il 13 giugno 1919; mio
padre era appena tornato dalla grande guerra, malato, e come una spada di
Damocle, sarebbe morto di lì a pochissimo, nel 1926: io sono stato considerato per
questo orfano di guerra. Ho attraversato tutto il periodo del fascismo, essendo
nato nel '19. Ho conosciuto il fascismo abbastanza bene. Ora sono il presidente
dell'Associazione Nazionale famiglie italiane dei martiri caduti per la libertà
della patria, che raccoglie tutti i familiari di tutti coloro che sono stati
vittime di stragi fasciste. Cos'è stato vivere nel fascismo? E' stata
un'esperienza terribile, basterebbe leggere il libro "Il lungo viaggio
attraverso il fascismo" di Zangrandi. In effetti io facevo la seconda
elementare o forse la terza quando mi fecero disegnare per la prima volta il
fascio ...Tutti eravamo fanatizzati da questo fenomeno del Duce; uno come me,
che il padre non ce l'aveva e che aveva una grande nostalgia di padre, considerava
Mussolini anche come una figura paterna, perché come tale lui si presentava;
era uno che la notte teneva accesa la lampada del suo studio e vegliava su di
noi. Cantavamo "giovinezza " e il Duce diceva a noi bambini che erano
rinati gli italiani per la guerra di domani ed ora mi sembra veramente atroce
far crescere i bambini, educarli a diventare uomini per prepararli per la
guerra di domani. Prepariamoli per il lavoro di domani, per la pace di domani,
per il progresso di domani, prepariamoli per le scoperte di domani e non per la
guerra di domani. Indubbiamente il fascismo non era nato cosi' in Italia, c'era
proprio una retorica che nasceva dal fatto che Roma era stata un grande impero.
Basta che pensiate al Carducci, al D'Annunzio. Rendetevi conto che si preparava
la strada all'ideologia fascista. Io ricordo la mia prima divisa da balilla,
perché mia mamma non era una donna colta e allora quando io dovevo finire le
elementari dovevo cercare di studiare, mi iscrisse alla scuola che era più
vicina a casa che era una scuola di avviamento al lavoro di tipo commerciale,
dove mi insegnavano la stenografia, la merceologia, tutte cose che non mi
interessavano, per cui ero uno studente cosi' cosi'... Mi ricordo il preside
che era veramente un fascista con la tessera. Allora mia madre prese una
vecchia mantella di mio padre da soldato e ci fece i calzoni, ma troppo stretti
perché mi davano fastidio. Poi prese una camicia bianca, la mise in una tinta
che si chiamava Iris, la tinta del diavolo, e la fece diventare nera; prese poi
il medaglione con il ritratto di Mussolini in metallo, poi il fazzoletto
azzurro, poi la fascia, tutte cose che per i bambini erano una grande gioia. Mi
ricordo che ci fu un'adunata a piazza Venezia e tutti inquadrati ci portarono
lì perché parlava il Duce; faceva caldo, mi ricordo un gran sole, si sudava, e
mi accorgevo che i miei compagni ridevano "perché ridono?" mi
domandavo. Perché con il sudore la tinta della camicia si squagliava . Dopo
un'ora e mezzo, due ore, questa tinta mi aveva intossicato e mi risvegliai in
una farmacia all'inizio del Corso. Comunque, questo fu un incontro sfortunato,
ma non è che tutto fosse fatto male. Insomma in vent'anni di fascismo qualcosa
di buono l'hanno fatto, salvo poi farlo distruggere durante la guerra. Hanno
fatto anche cose giuste ma c'era una cosa sbagliata in partenza: si toglieva la
libertà. Ha ragione Cavour: "E' molto meglio una pessima camera che
un'ottima anticamera". Tutto quello che c'era di buono era viziato da
questo fatto che non c'era la libertà. lo mi ricordo che c'era un giornale che
si chiamava "Il becco giallo". Ad un certo punto uscì questo giornale
con un lucchetto sul becco perché il fascismo aveva tolto l'opposizione. Ma un
bambino non capisce queste cose, un bambino vede il Duce e l'accetta. Dopo uno
ci pensa, pensa che abbiamo fatto la guerra contro le mosche, la lotta contro i
dialetti, la lotta per il "voi", queste stupidaggini qui.
L'adolescenza
Passando in età più matura, io ebbi tanti amici poi andai
all'università ma già prima cominciai ad aprire gli occhi durante gli esami
della scuola. lo, dopo questo infelice apprendistato, feci un esame integrativo
di latino e andai al corso magistrale dove cambiò tutto. Avevo degli amici e
tra questi c'era un amico ebreo: Giuseppe Esdra. Ad un certo punto nel '38
sentimmo dire: "no, sono una razza inferiore"; beh, questo mi fa
riflettere. Noi continuammo a vederci. Fino a due mesi prima andavamo a cantare
le stupidaggini: gli inni del regime perché ci portavano alla palestra del
"Gioberti" perché noi non avevamo una grande palestra. E lì ci
facevano cantare queste canzoni retoriche………. Noi avevamo delle materie a
scuola assurde: cultura fascista, cultura militare; io imparavo tutto a memoria
e prendevo sempre otto. Per "cultura militare" c'era un fucile e
dovevamo imparare a tenerlo, smontarlo, ma era un fucile anteguerra per cui si
è capito come mai in Russia se ne siano prese tante come in Grecia: perché
eravamo armati in questo modo.
Tornando alle leggi razziali pensavamo che in fondo Mussolini non
avrebbe portato a estreme conseguenze la sua campagna razziale; pensavamo che
l'avesse fatto per compiacere Hitler. Poi c'è stato un altro fattore: la Chiesa
ha sostenuto il fascismo tantissimo. Mi ricordo che ci fu una festa del
Concordato nel '29: misero un arco di trionfo a ponte Garibaldi e sopra c'era
scritto "Trastevere brilli di nuova luce, la Madonna in Luce che veglia su
te". Abbastanza retorico e di cattivo gusto. Una notte un trasteverino
intraprendente ci scrisse "smorzate la luce, voglio restare scuro,
pigliatevela nel culo". C'era veramente opposizione, sotterranea, ma
c'era. Che poi si estrinsecasse nelle barzellette, per esempio. Storace che
diceva: "salutate il Duce, padrone dell'Impero". Ma non riusciva a
dirla se non se la scriveva sul palmo della mano. In fondo ci si illudeva,
altrimenti molti sarebbero scappati prima dall'Italia. Pensate a Monaco, quando
Mussolini si presenta come il Pacificatore, quello che porta la pace insomma.
Mentre invece si preparava alla guerra. In fondo fu con le leggi razziali che
si capì il vero significato del fascismo: caccia via tutti i professori ebrei,
gli alunni ebrei e poi depaupera il patrimonio scientifico italiano in modo
spaventoso, basti pensare a quelli che se ne vanno.
L'università
Poi io feci l'università, ma non ero molto bravo a scrivere, ma siccome
il fascismo era molto sensibile a certe cose, io pure partecipai ai Vittoriali
per il teatro e scrissi una commedia che fu rappresentata ed ebbe come
protagonista Giulietta Masina. Ebbe successo ed allora mi offrirono di
collaborare al giornale e con me collaborava tanta gente. Noi ci occupavamo di
teatro, anche di lirica. In realtà eravamo già fuori dal fascismo senza
saperlo, eravamo arrivati a delle conclusioni che andavano contro l'ideologia
fascista. Noi collaboravamo ad un giornale che si chiamava "Cinema"
che era diretto da Vittorio Mussolini. Salvo quelli più avveduti che avevano in
casa antifascisti che gli aprivano gli occhi, noi ragazzi in fondo, io che non
avevo il padre per esempio, difficilmente potevamo arrivare a capire. Poi
capimmo quando il Duce dichiarò guerra all'Inghilterra e alla Francia, quando
la Francia stava perdendo: neanche un bellissimo gesto, poi... E allora capimmo
...Poi la guerra, i tedeschi, Hitler...
Il lavoro
Tornando alla mia vita, io avevo fatto l'università e andò abbastanza
bene, diventai infatti assistente di storia con il prof. Mariani. Intanto, dopo
questa commedia, che ebbe successo, feci molte cose per la radio e 1'E.I.A.R.
mi propose di assumermi ed io accettai e stavo bene. Però l'idea di andare a
fare l'assistente di storia dell'arte mi sorrideva di più. Pensate,
all'E.I.A.R. prendevo mille lire al mese ed erano tante. Però andai a fare
l'assistente e siccome avevo fatto il corso magistrale, feci un concorso per
andare ad insegnare in una scuola elementare. Ed andai ad insegnare in una
delle zone più disastrate di Roma, come Tor Bella Monaca oggi.
Tutti gli alunni abitavano
in casermoni degradati. Ma in fondo fu un'esperienza straordinaria perché mi
mise in contatto con una realtà cruda, brutale. Intanto era scoppiata la guerra
ed io ero con quei ragazzini e mi ricordo che, siccome li avevo abituati ad
essere molto sinceri, loro avevano dei libri molto lontani dalla realtà, dove
c'erano dei papà che la sera facevano il teatro con le marionette. In realtà i
papà si ubriacavano, picchiavano la mamma: avevano una realtà molto triste
questi bimbi. Molti per esempio erano bambini che avevano padri che avevano
preso delle malattie veneree e ne risentivano le conseguenze. A me capitò una
classe che dicevano di deficienti: erano quelli con la candeletta al naso, che
andavano vestiti male, con i pidocchi e anche con le cimici. ...Mi ricordo
c'era un ragazzino che non combinava niente ed io andai a chiamare la madre che
vedevo sempre seduta al bar, ad un caffè, tutta avvolta come una mongolfiera.
Allora le dissi: "Guardi, questo ragazzo non combina niente". Lei lo
prese e cominciò a picchiarlo: "Non è mio, non è mio, me lo hanno scambiato
in maternità". Allora capii e glielo strappai di mano; ad un certo punto
sentii le braccette di questo bambino che mi abbracciavano; andammo in classe e
si mise seduto sulla pedana della cattedra e lo fece per molti giorni; non
parlava mai, ma un bel giorno disse: "Signor maè, me dà un colore?".
Il giorno dopo gli portai una scatola di colori: cominciò a scrivere, ma sulla
pedana. Scriveva male e quindi cominciai a spostarlo al primo banco, al
secondo... Cominciai ad allontanarlo da me poco a poco. Dopo la guerra mi arrivò
una cartolina da Regina Coeli e allora andai a trovarlo ed era lui. Aiutando
questi bambini mi sembrava di restituire qualcosa, perché io avevo avuto
un'infanzia difficile. Bisognava insegnare a questi bambini come si leggeva un
giornale, come si scriveva una cartolina postale e poi raccontare perché dopo
la seconda elementare non avrebbero più fatto niente. Per quanto riguarda il
regime, i bambini cantavano le canzoni, gli inni patriottici cambiando le
parole e prendendo in giro: io facevo finta di non sentirli, che dovevo fare?
Un giorno dalla radio della scuola facemmo sentire( perché dovevamo) ai bambini
un discorso del Duce. Mentre il Duce parlava cominciò a non sentirsi più
niente; andammo a chiamare il tecnico e cosa era successo? Una cimice s'era
infilata nel circuito e aveva interrotto la comunicazione: la chiamammo la
"cimice rivoluzionaria"
L'occupazione
tedesca e la scelta antifascista
Il periodo tremendo dell'occupazione tedesca fu duro. Io ricordo che
stavo a casa e vidi mia madre tornare con la borsa della spesa vuota: non si
mangiava! In fondo alla borsa c'erano dei chiodi a tre punte che servivano a
far scoppiare le ruote ai camion tedeschi e allora qualche chiodo l'ho buttato
anch'io! Con dei ragazzi poi trovammo un prato, il nostro prato, al quale si
arrivava tramite delle scalette: quando bisognò nascondere gli ebrei questi
pertugi erano l'ideale. La vita era dura, alle 17:00 c'era il coprifuoco, si
mangiava poco; noi vivevamo con degli ebrei nascosti; mamma aveva scoperto un
modo per avere delle tessere false fatte malissimo, quindi per non dare tempo
al negoziante di vederle bene, fingeva di essere incinta e di sentirsi male e
ogni volta cambiava negozio. Anche la radio dove lavoravo era controllata dai
tedeschi, quindi mi diedi malato di tubercolosi, aiutato da un medico di
famiglia. Ero diventato un dissidente dichiarato. Il medico che lavorava al
Coelio mi ricoverò e fece figurare che avevo una gamba rotta in tre punti del
ginocchio; mi ingessò la gamba con un gesso che si poteva togliere ed era
comodissimo perché ci mettevo dentro tutti i giornali clandestini.
L'attentato di via Rasella e l'eccidio delle Fosse
Ardeatine
Un giorno mi venne in mente di andare a trovare mio zio a via Rasella,
ci andavo spesso; erano circa le 14:00 del pomeriggio quando mi avvicinai alla
via, attraversai corso Umberto e pensai che forse stavano mangiando e siccome
lui doveva sempre fare una predica, mi dico: "Forse è meglio che non ci
vado". Arrivato all'angolo sentii un botto: stavo precisamente a Galleria
Marcello e, all'angolo di via Collegio Romano, me ne andai. Poi seppi della
bomba; non so se la sera del 23 o 24 Marzo arrivarono a casa mia lo zio e mio
cugino Benedetto, gonfi di botte: i tedeschi li avevano presi e portati al
Quirinale per interrogarli, ma mancava Romolo, l'altro fratello. Noi credevamo
che fosse stato portato a Regina Coeli, anche perché non si sapeva dell'eccidio
delle Fosse Ardeatine. Io invece mi salvai per quella voce che mi sentii dentro
e che mi fece tornare indietro. Noi abbiamo saputo della morte di mio cugino
con una cartolina che i tedeschi inviarono scritta in tedesco, senza. farci
sapere dove, quando, ma dicendoci solamente che Romolo era stato fucilato. Poi,
dopo ci fu un riconoscimento, ma solo qualche tempo dopo che erano arrivati gli
Alleati. La popolazione in un primo tempo ebbe un sentimento ambivalente, anche
deviato dal potere; si dava un po' la colpa ai partigiani che avevano fatto
l'attentato senza tener conto che era pur sempre una guerra. La solidarietà
c'era, ma c'era anche chi metteva sullo stesso piano i partigiani e i tedeschi;
poi la leggenda che questo battaglione era d'italiani che suonavano
l'orchestra... ! Quelli erano italiani che avevano accettato d'andare coi tedeschi
delle SS. Oltretutto Roma doveva essere città aperta, ma di fatto non lo era:
c'erano carri armati da per tutto. Io ricordo che sotto Natale con un mio amico
mi venne il desiderio di andare al cinema Quirinale; poi uscimmo e sentimmo
urlare: "I tedeschi, i tedeschi !". Ci avevano circondato e ci
avrebbero presi tutti e portati via; allora siamo entrati in un bar che era
pieno di tedeschi ubriachi, fino a che il barista ci disse: "Dove
andate?", e noi: "A casa", perché non c'era altro da fare.
Dopo la
liberazione
lo ho fatto una scelta di libertà non iscrivendomi al partito
comunista, dal momento che avevo già avuto un padre: Mussolini ed inoltre, in
quanto cattolico, c'era anche il papa ...Se ci mettevo pure Stalin erano in
troppi! Sono stato socialista per un certo periodo di tempo. Per molti anni ho
fatto la critica teatrale sull' "Avanti!',. Io, se devo dire la verità, ho
una carta fondamentale: il Vangelo, che è lezione di libertà straordinaria, poi
certo, quando si tratta di votare, scelgo in base ai programmi e lì sono guai
Mi sono quindi dedicato all'Associazione famiglie dei martiri. La vera tragedia
delle Fosse Ardeatine era delle vedove, degli orfani. Allora ci riunimmo e
facemmo questa associazione in Campidoglio, con il compito di diventare una
grossa famiglia per l'assistenza; bisognava dare da mangiare a queste persone:
poi col tempo l'assistenza è finita e noi abbiamo continuato per preservare la
memoria. lo posso inginocchiarmi sulla tomba di un caduto di Salò, forse è
caduto per la fede, non so, ma è un morto come quelli delle Ardeatine, però la
motivazione fu ben diversa. Se avessero vinto i tedeschi, aiutati da quelli che
avevano combattuto per Salò, ora, che ne sarebbe stato dell'Europa? Bisogna
impedire che le Ardeatine diventino un museo, bisogna tenerle vive per
ricordarci che la guerra è uno sbaglio enorme: è per noi che dobbiamo andare
verso l'unità e la libertà. Quando sento parlare di Priebke e sento dire:
"Ma quello ha 84 anni...". lo dico: "C'è chi ne aveva 12 e quanti
anni in meno ha vissuto?
Quanto amore non ha potuto ricevere ?
Intervista a PIETRO INGRAO
Sono nato a Lenola nel 1915, in un paesino a metà strada tra Napoli e
Roma. Sono cresciuto in un ambiente contadino e poi il liceo l'ho fatto in una
città che si affacciava sul mare, Formia. Qui ho avuto la fortuna di incontrare
degli insegnanti anche forti, interessanti e aperti, e due di questi qui li
voglio ricordare, lo faccio per dovere, ma anche dettato da grande amore:
questi due insegnanti sono Pilo Albertelli e Gioacchino Gesmundo. Erano tutti e
due professori di storia e filosofia e tutti e due sono stati ammazzati alle
fosse Ardeatine, quel grande massacro fatto dai tedeschi nel cuore del 1944. Da
loro ho cominciato a sentire le prime parole, le prime notizie che mi parlavano
di lotta antifascista e della grande questione sociale che era aperta e che ha
dominato tutta la mia vita e il mio secolo, cioè la lotta tra il movimento
operaio e le classi possidenti, la borghesia capitalistica. Albertelli pronunciò
per primo il nome di Lenin, capo comunista che aveva guidato la Rivoluzione che
cambiò il volto della Russia nel 1917. Gesmundo in seguito, eravamo in terzo
liceo, non solo mi faceva leggere i testi di Croce che non era certo un autore
amato dal fascismo; mi parlò di antifascismo, di lotta contro il fascismo e
anche lui mi evocò il tema del comunismo, anche se il suo era un comunismo,
direi, così, anarchico. Portava infatti una grossa cravatta a farfalla, una
sorta di fiocco, che era un emblema tipico degli anarchici.
Devo dire che io da giovane, da adolescente, ho partecipato alle
organizzazioni giovanili del fascismo e in particolare ho partecipato a quelli
che erano i gruppi universitari fascisti. Si trattava di organizzazioni
obbligate; però devo dire che in quei primissimi anni '30, quando ho cominciato
a ragionare sulla politica e sulla vita dell'Italia, ho creduto nel fascismo.
Mi piaceva scrivere delle poesie e ho scritto una poesia su un evento
singolare, tipico del fascismo: il regime fascista mise in atto la bonifica
delle paludi Pontine, una zona tra Roma, Formia e Gaeta che era allagata e
paludosa. Lì fu fatta un'opera di bonifica che aveva anche i suoi meriti e le
sue qualità e fu una grande occasione per il fascismo di fare una grande apologia
di se stesso. La cosa mi colpì e scrissi questa poesia; una poesia breve,
scritta veramente non secondo i moduli della cultura fascista, perché era
scritta un po' imitando e portando il segno di quella che era la nuova poesia
italiana del tempo e dell'ermetismo, che seguiva D'Annunzio. Però pure in
questo stile ‑ che parlava già un linguaggio diverso da quello ufficiale ‑
aveva questo tema. Ho partecipato con questa poesia ai "Littoriali"
che erano delle gare che faceva il regime in cui ebbi l'occasione di conoscere
per la prima volta la gioventù del mio tempo. Partecipai anche ai
"Littoriali" di Firenze e arrivai anche al terzo posto nella gara di
poesia; incontrai vestito da giovane fascista un poeta che fascista non era,
Eugenio Montale. Questi è diventato famoso (ha preso il premio Nobel); lo
incontrai in un caffè di Firenze, " Giubbe rosse", caffè famoso della
letteratura nuova che sorgeva allora nel nostro paese e cominciò così il mio
contatto con il mondo più vasto dell'Italia. Prima ero infatti un piccolo
ragazzotto di provincia, ai bordi lì del mare. E però questo incontro con la
gioventù del mio tempo, a Roma, e gli stessi "Littoriali", mi
portarono in contatto con il "Fascio della gioventù", giovani più
meno della mia stessa età, che cominciavano a riflettere sui guasti, le rovine,
i danni che portava il regime fascista, regime che comportava la cancellazione
delle libertà politiche e anche di pensiero.
Qui cade un evento che per me fa tappa, fa tappa nella mia vita ma
credo che faccia tappa anche nella storia degli anni'30, ed è la guerra di
Spagna. Era sorta questa giovane repubblica spagnola, la Spagna nuova aveva
cacciato la monarchia, pessima monarchia, regime reazionario, legato ad un
costume e a un dominio clericale. Era sorta la Repubblica democratica spagnola,
in cui c'erano in prima fila le forze della libera]‑democrazia e le nuove
organizzazioni, partiti e sindacati del movimento operaio che cresceva allora
in tutta Europa. Una speranza legata anche ad una fioritura di una nuova cultura
‑ penso che voi abbiate sentito il nome di Gargia Lorca, grande poeta
della nuova letteratura spagnola. II colpo di stato di un generale reazionario,
Franco, attacca il regime repubblicano, scatena la guerra e vanno al soccorso
di Franco, prima Mussolini e il regime fascista italiano e poi anche Hitler.
Questo fu un fatto che per me, ma per parecchi della mia generazione segnò una
rottura con il regime fascista; quando c'era stata l'aggressione dell'Italia
all'Etiopia - voi sapete quel paese dell'Africa che fu occupato da truppe
italiane del regime fascista - beh …….ancora io avevo avuto un'esitazione, un
dubbio che mi fossi sbagliato, ma poi in fondo quando c'era stata la vittoria,
ero andato a Piazza Venezia dove c'era stata la manifestazione. Ci fu infatti
una grande esaltazione da parte del regime.
Stavolta la guerra di Spagna
mi portò ad altri pensieri, conobbi allora giovani della mia età, alcuni erano
figli di un grande antifascista, Giovanni Amendola, ammazzato dal fascismo,
erano Pietro e Antonio Amendola, carissimi compagni miei da cui ho imparato
tanto. Altri erano giovani come Aldo Natoli, come Lucio Lombardo Radice,
fratello di quella che sarebbe diventata mia moglie, che si erano formati in
famiglie antifasciste, ma erano arrivati ad una convinzione antifascista per un
cammino loro, aiutati soprattutto da una figura singolare e viva, un giovane
triestino, che era figlio di un grande industriale, dell'industria alimentare,
Arrigoni, e che aveva cominciato un suo cammino antifascista e comunista andando
a studiare prima in Belgio e poi in Francia. C'erano questi fermenti che
venivano da diverse parti; l'altro giorno ho rincontrato in un convegno alla
"Protomoteca", un anziano come me, Bruno Zevi, grande architetto
italiano che partecipò a quegli incontri; poi potrei citare il nome di Mario
Alicata, Paolo Bufalini. Una generazione tra i 20 e i 25 anni che cominciò a
partecipare ad una lotta contro il fascismo.
Per tutto un periodo ‑
anni ‑ che facevamo noi? Ci riunivamo, però era singolare che ci riunivamo
tutti giovani più o meno della nostra età. C'era un insegnamento che ci veniva
da lontano, dalle generazioni precedenti e soprattutto dai partiti cacciati dal
fascismo e che stavano nell'esilio, però ci fu anche una maturazione nostra,
una parte di nuova generazione che scese in campo.
Quale fu la reazione dell'opinione pubblica prima
verso l'attacco di Franco nei confronti della repubblica spagnola e poi verso
gli aiuti di Mussolini e dei suoi alleati?
La maggioranza, la grande maggioranza del popolo italiano stette col
regime. Si schierò anche a favore dell'impresa fascista in Spagna. lo sto
parlando di una piccola minoranza, bisogna anche pensare che c'era un regime di
"cappa", cioè non c'era la libertà di parola e di confronto. Quindi
la verità che veniva dall'alto passava facilmente; però ci fu in quegli anni
un'adesione reale. Bisogna pensare che questi sono gli anni dove avanza sulla
scena anche Hitler e il nazismo in Germania, che, come dire, si presentano
subito con una terribile carica aggressiva e entrano in campo e in parte
conquistano e in parte spaventano la gente. C'era una grande questione in
Europa: Dove va il mondo? Dove l'Europa? Però ci fu un'adesione sostanziale
della nazione italiana e del popolo italiano.
Adesione passiva o attiva?
In buona parte passiva, ma ci fu anche una parte attiva. Ci fu anche
una parte che andò volontaria a combattere in Spagna contro la repubblica
spagnola. Ci fu una parte dell'antifascismo, una parte della gioventù che andò
a combattere nelle file della Repubblica spagnola. Ecco, quindi sono anni in
cui nazismo e fascismo avanzano, vincono, sembrano i nuovi grandi attori; però
sono anche gli anni in cui nasce la convinzione che bisogna prepararsi allo
scontro. Anni in cui tra mille difficoltà, cresce un'ondata nuova, di
antifascismo che non a caso vede in campo, noi che eravamo, per dirla con un
termine romanesco, dei "pischelletti"
.
....E gli intellettuali con un nome ed un cognome?
Insomma... Qui bisogna fare il nome di Croce, ed è l'uomo a cui il
gruppo di cui io facevo parte pensò immediatamente, perché era il grande
filosofo che era stato contro Mussolini. Fu mandata dal gruppo a cui io poi
aderii una lettera a Croce, chiedendogli cosa si poteva fare, come poteva
aiutare a fare qualcosa contro il fascismo.
Quindi
ancora non era entrato in contatto con il partito comunista e Togliatti ....
Già c'era un contatto di una parte, adesso bisogna differenziare, per
quello che riguarda me, io ci arrivo gradualmente, qui devo parlare della cospirazione.
Però ci sono alcuni che già nel '36 erano attivi, parlo del gruppo composto da
Pietro Amendola, Lucio Lombardo Radice, Aldo Natoli, Bruno Sanguinetti e ancora
altri che già cominciavano una loro cospirazione ed erano già abbastanza
autonomi da mandare, prendere l'iniziativa, di mandare una lettera al grande
filosofo napoletano. Egli rispose: "Studiate", rispose con un corsivo
sulla sua rivista, dicendo: "Studiate". Noi invece cercavamo una via
d'azione, insomma, i primi germi di una lotta. Bisogna pensare che tutto questo
poi, dopo, si sviluppa mano a mano; anche le posizioni dentro questo gruppo di
giovani non sono tutte di uno stesso tipo. Poi precipita, come a dire, si forma
un gruppo dichiaratamente comunista e io ne faccio parte, ma all'inizio ci sono
dei liberali, persino un monarchico che poi diventa ambasciatore a Londra,
Roberto Ducci. Ci sono dei liberai‑socialisti come Calogero, e ci sono
dei comunisti. Ci sono "pezzi" di comunisti che non sono pro Urss,
che sono trotzkisti. E' un magma che si forma e comincia questo lavoro
difficile di cospirazione.
Quando arriviamo al 1939, si compiono due eventi: il primo, il grande
evento che si scatena, l'attacco, Hitler e la Polonia, che poi provocherà la
seconda guerra mondiale. Nel nostro piccolo gruppo noi viviamo allora un
dramma: voi ricorderete che nel momento in cui Hitler attacca la Polonia e
quindi dà il via alla seconda guerra mondiale, l'Unione Sovietica fa un patto
con Hitler, di non aggressione. Rompe il fronte antifascista, anche di fronte
alle esitazioni, alle debolezze dei inglesi e dei francesi e cerca di salvare
se stessa con questo accordo con Hitler. Lì si apre una discussione molto forte
nel nostro gruppo clandestino, noi eravamo già comunisti dichiarati, quindi
grandi amici dell'Urss, che era come un faro, però lì una parte di noi fu
critica, si schierò.
Mi ricordo che scrivemmo un documento di condanna, un'altra parte
invece difende l'URSS; questa disputa viene poi a essere superata in qualche
modo per il fatto che, nel '39, una parte di questo gruppo comunista romano
finisce in carcere, in galera: Aldo Natoli, Lucio Lombardo Radice, un gruppo di
comunisti che vivevano nel Fucino ad Avezzano. Questo, però, per noi che
restiamo fuori, diventa un grande impulso a continuare, a prendere il loro
posto, a fare anche a nome loro, e comincia il lungo cammino in cui, piano
piano, questo gruppo romano poi passa attraverso arresti, lotte, fino a quando
ci sono gli eventi del '43.
Qual era il suo giudizio sugli Stati Uniti?
I giudizi sono completamente diversi; per il tutto il periodo della
lotta contro il nazifascismo, io, comunista, avevo un grande amore per
l'America. Lo vedevo come un paese di modernità, e da cui ci venivano tante
cose anche molto belle: per esempio il cinema che amavo profondamente, una
grande letteratura; e poi ricordo anche dei grandi eventi di libertà che ci
erano stati in America. Quando è uscita nel 1938‑39 un'antologia curata
da Vittorini che si chiamava "Americana" e raccoglieva i grandi
autori americani, io che allora ero già comunista e antifascista attivo, la
lessi avidamente.
Quale fu la forma di resistenza che adottaste?
Be', insomma, noi parliamo di resistenza e sembra che facciamo chissà
che, poi quello che riuscivamo a fare era solo un po' di proselitismo.
Scrivevamo dei testi che davamo in lettura, ci incontravamo con operai,
cercavamo di mettere in piedi una cospirazione anche in mezzo agli operai,
abbiamo avuto dei momenti anche di iniziativa esterna: per esempio nel '37 nel
corso dei "Littoriali" che si tenevano a Roma: (era l'anno in cui
Hitler aveva invaso l'Austria e l'aveva annessa alla Germania dando un colpo
molto duro all'Italia), una parte, diversi gruppi di giovani ‑ o già
antifascisti o comunisti com'era il mio gruppo, oppure dissidenti del fascismo ‑
in una di queste riunioni dei pre‑littoriali", attaccarono Virginio
Gaita che era un grande giornalista del regime, e fecero una manifestazione
antifascista contro Hitler ma anche contro il fascismo che aveva permesso
quest'evento, che non a caso fu poi uno di quelli che accelerò lo scoppio della
guerra mondiale.
Gli anni che vanno dall'autunno del '43 al maggio del '45 sono i grandi
anni in cui non si parla più della piccola resistenza di gruppo che facevamo
noi, ma si sviluppa nel paese il grande movimento che, secondo me, vi
dovrebbero far studiare sin da piccoli a scuola. E' quella che si chiama la
Resistenza italiana, fatta di lotte in montagna e lotte nelle città, e che
coinvolge decine e decine di migliaia di combattenti di diverso colore; è il
modo con cui l'Italia cerca di guadagnarsi la libertà e l'indipendenza e di
riscattarsi dalla servitù del fascismo. Credo che questa, insieme con la
Resistenza europea, sia una delle pagine più alte di coraggio e anche di amore
per la libertà che siano state conosciute al mondo.
Ci può raccontare la sua esperienza da partigiano?
Vado per alcuni giorni nella casa del famoso regista Visconti, che mi
ospita perché la polizia mi cerca, e poi vado clandestino a Milano, dove prendo
contatto con alcuni compagni, e comincia la mia esperienza di vita clandestina;
sono nascosto prima nelle campagne di Milano, poi addirittura vado a
nascondermi nelle campagne della Calabria, in Sila, nelle capanne. Siamo nella
primavera del 1943.
lo vi ho detto che a Roma c'erano stati arresti nel mio gruppo, nel
1942. La polizia mi cercava; io scappai; sono in quel momento il primo del mio
gruppo, noi ci aspettavamo un arresto della polizia, e invece siamo cresciuti,
passa il tempo, e io scappo. E mi spediscono in questa regione del sud che non
conoscevo per nulla, la Calabria, dove c'era una cellula comunista. lo arrivai
in treno, mi ero fatto crescere i baffi, avevo un passaporto falso e avevo una
parola d'ordine. Scendo così nella città di Cosenza. E vado a un garage, da un
garagista e avevo una parola d'ordine, poniamo, per esempio: "lo mangio
fichi". Lui sente la parola d'ordine e capisce che sono io quello che deve
venire da Milano. E mi nascondono, perché la polizia mi cercava, i notiziari
della polizia avevano impresso la mia fotografia, come ricercato. Prima mi
nascondono in montagna alta, a 1300‑1400 metri, in una capanna di
boscaioli. Poi lì cominciano ad esserci delle voci, i carabinieri cominciano a
insospettirsi e mi nascondono allora un po' più a valle. Ho trascorso due mesi
abitando in una capanna, assolutamente solitaria. La capanna era una capanna
dove si arrostivano le castagne; c'era un piccolo muretto, ma piccolissimo, di
pietra, poi sopra un tetto di paglia; dentro un asse di tavole a una certa
altezza: sotto accendevano il fuoco, sopra mettevano le castagne e facevano
così le castagne secche, come venivano chiamate, un cibo di contadini. L'unico
che vedevo ogni giorno era un vecchietto contadino, padre di un compagno,
Cesare Curcio. Era un vecchietto che aveva passato i 73 anni e arrivava con un
asinello ogni mattina e veniva a zappare il suo piccolo orto. lo mangiavo con
lui, mangiavamo patate, soprattutto, e un pezzettino di formaggio. Alla sera,
però, alle cinque, lui se ne andava via; io mi ricordo queste sere molto belle
nella montagna silana, in cui calava l'ombra, lui saliva su questo asinello,
uomo di una grande gentilezza, e rimanevo io solo nella capanna. Andavo alla
fontana, c'era una fontana vicino, e mi prendevo l'acqua per la notte. Poi
mangiavo ed era lunga la sera, non finiva mai; mi mangiavo un pezzetto di
cacio, un tocco di pane. Al pane bisognava tagliare la prima fetta, perché i
topi la mordevano, quindi bisognava eliminare la prima fetta. Ed erano dei
grandi topi che tra l'altro abitavano dentro la capanna. Ho detto che quando
era al tramonto andavo a prendere una caraffa d'acqua, ho detto che c'era una
fonte. E rimanevo assolutamente solo nel silenzio di questa capanna e mi
preparavo per la notte. In quella capanna mi avevano fatto un lettuccio molto
semplice e mi ricordo che c'erano questi topi enormi che salivano sul letto. E
la cosa era un po' sgradevole! E poi facevano un grande chiasso, allora io
dovevo ricorrere a questo espediente: accendere il fuoco sotto, ma non che ci
fosse il focolare, c'era una parte dove si accendeva il fuoco, perché la fiamma
spaventava i topi che stavano sopra e li azzittiva, li faceva star zitti. Prima
mandavano grandi stridi, io non capivo: giocavano a pallone o facevano la
guerra di Troia?! . Poi, a un certo punto, dovevo spegnere il fuoco, non lo
potevo tenere sempre acceso. Però il fuoco faceva anche grande fumo e allora io
dovevo aprire un po' la porticciola, che era molto piccola, per far entrare
l'aria, che era molto fredda, e fare uscire il fumo. E in questo breve tempo
dovevo riuscire ad addormentarmi, prendere sonno. Ma se ero al limite di
addormentarmi, i topi salivano sul mio letto, venivano anche così a
passeggiare; però io avevo un sonno buono allora, non quello che ho adesso, fino
a che si faceva l'alba e tutto quanto cambiava. E' questo il mio ricordo più
forte della lotta contro il fascismo, non sto tanto a ricordare le bombe che ho
vissuto a Milano, a metà agosto ‑ quelle su cui Quasìmodo scrisse una
celebre poesia ‑ in cui proprio Milano dagli angloamericani fu ferita a
morte e io stavo là e sentivo la bomba che cadeva a fianco a me ... non è tanto
la paura delle bombe e nemmeno l'altra paura, che è stata quella di parlare con
la polizia. Sono tra l'altro l'unico del mio gruppo che è riuscito a salvarsi e
ad evitare l'arresto, proprio perché sono entrato in clandestinità. Ho avuto
una grande fortuna: non sono stato dentro un carcere e invece altri ci sono
stati. II fratello di mia moglie, fu carcerato a Civitavecchia, e lì la paura
maggiore che uno aveva era quella che, una volta arrestato, sotto tortura tu
dovessi parlare e rivelassi i nomi degli altri compagni; questa era la paura
più grande. Tutto quello che noi temevamo di più era questo: m'arrestano,
m'ammazzano, ma non devo parlare.
C'è stato un giovane che anche mia moglie ha conosciuto, Gianfranco
Mattei, che s'è impiccato per la paura di parlare, di non reggere alla polizia.
Non era tanto l'arresto quindi: venivi arrestato, andavi in carcere, il carcere
era quello che era, però oramai era anche una legittimazione, potevi anche dire
che eri comunista, mentre prima dovevi fingere. Però la paura era che da
arrestato, se parlavi, potevi nuocere ai compagni e alle compagne.
Si aveva poi paura anche per la famiglia. Con il fascismo non è che
colpissero la famiglia, questo non posso dirlo. Però al tempo dei nazisti tu
avevi anche paura per la tua famiglia, perché c'erano le rappresaglie.
Poi dopo la clandestinità in Calabria ‑ scusate la parentesi
riguardo alla polizia, ma mi
Sembrava importante ‑torno a Milano e lì dove sono clandestino
c'è l'evento del 25 luglio: quando il fascismo sta perdendo la guerra,
l'esercito angloamericano ha invaso la penisola e il re fascista caccia
Mussolini, e comincia il periodo famoso che va dal 25 luglio all'8 settembre.
lo in quel periodo vivo a Milano, nascosto sempre, è un agosto tragico, ci sono
i grandi bombardamenti americani che vogliono mettere in ginocchio l'Italia
fascista, fino a quando viene I'8 settembre in cui il governo del re rompe con
Hitler e Mussolini e si schiera con le forze alleate, però abbandonando Roma, e
a Roma comincia la resistenza della città, organizzata dai partiti non più da
gruppi piccoli come il mio, dai partiti antifascisti che comprendono la
Democrazia Cristiana, il Partito Liberale, Socialista, il Partito Repubblicano,
il Partito Comunista. Così comincia tutta la storia della resistenza Romana:
gli attacchi alle truppe tedesche fino all'episodio tragico di via Rasella,
quando un gruppo di partigiani getta delle bombe in via Rasella, distrugge un
reparto tedesco che occupava Roma e viene la terribile, spaventosa rappresaglia
dei tedeschi, che ammazzano alle Fosse Ardeatine più di 330 persone prese nelle
carceri, il grande massacro.
La lotta clandestina continua fino a quando si arriva al giugno del '44
con le truppe alleate che arrivano a Roma ricacciando in su le truppe tedesche.
A Roma liberata si crea un governo legittimo, diciamo così, antifascista. lo
allora vado nell'esercito di liberazione, che è sotto Badoglio ma che lotta
contro i tedeschi.
Intervista
a Marisa Musu
Sono nata a
Roma nel 1925, ho vissuto a Roma durante il periodo fascista e , essendo molto
giovane, studiavo ancora.
Sono nata e cresciuta
in una famiglia di antifascisti: i miei genitori, tutti e due intellettuali,
erano immigrati a Roma dalla Sardegna nel 1915, durante la prima guerra
mondiale.
Nel 1935-36,
durante la guerra di Abissinia, per costruire l'impero, i miei genitori, nonostante
fossero antifascisti convinti e condannassero questa guerra, sentivano comunque
l'importanza della patria con la "P" maiuscola.
All'epoca
avevo 10 anni ed ero una fascista convinta come tutti i bambini della mia età;
mettevo persino le bandierine sulla mappa dell'Etiopia, che mi ero fatta
comprare insieme alle figurine.
Le cose sono
cambiate completamente con la guerra di Spagna, lo stesso anno, perché la
guerra di Spagna è stata vissuta, particolarmente da mia madre, che era la più
politicizzata dei due genitori, come una guerra tra fascismo e antifascismo.
Arrivati a questa conquista politico-ideologica, ci si augurò la sconfitta
delle truppe italiane in quanto fasciste, quindi direi che la guerra di Spagna
ha segnato un cambiamento di qualità molto significativo, il non identificarsi
in alcun modo con l'Italia. Prima si diceva: "purtroppo è fascista ma è
l'Italia", adesso "l'Italia è fascista e quindi vorremmo che fosse
sconfitta".
Collegato con
questo era il fatto che alcuni amici di mia madre erano in Spagna a combattere,
in particolare mia madre era molto amica di
Pacciardi, un repubblicano. In quel momento il collegamento con i
"rossi" in casa mia era completo; preciso che non essendo una famiglia
di comunisti, per "rossi" si intendeva repubblicani.
Io ero
bambina ma queste cose me le ricordo chiaramente; sicuramente non vivevo la
guerra di Spagna con lo stesso spirito con cui
avevo vissuto quella di Abissinia.
La scuola
Sono andata
al Mamiani in terza ginnasio , per scelta di mia madre e trovai
come insegnante di lettere una antifascista molto attiva, Ida Tumulini; anche
il preside, il famoso Salaris, non era un fascista, era una scuola dove
l'ambiente era abbastanza eccezionale. La scuola quindi mi ha aiutato. Le cose
sono cambiate molto nella quarta e quinta ginnasiale perché capitai con
un'insegnante famosissima al Mamiani, Gemma Caso, una fascista sfegatata.
Fascita nel senso più negativo del termine: incitava gli alunni a denunciare i
genitori qualora fossero stati antifascisti, o si offriva di denunciarli
personalmente.
Dopo questi
due anni brutti mia madre, in primo liceo, mi cambio' sezione, dove alcuni
professori erano antifascisti; comunque era un ambiente dove non si faceva
propaganda fascista. lo ovviamente avevo già rifiutato il fascismo da quando
avevo 11 anni, ero diventata, secondo me, seriamente antifascista, e mi
collegavo già li' a scuola con una serie di compagni con i quali pensavo che si
potesse fare qualche tipo di attività. Tenendo conto che in quel periodo
bisognava stare molto attenti, non si poteva parlare apertamente del proprio
antifascismo, il Mamiani mi ha dato molte possibilità di legami con altri
antifascisti. In primo liceo io decisi con la mia compagna di banco, figlia di
un professore molto noto, Iemolo, anche lei un'antifascista, che era venuto il
momento di smettere di essere solo antifasciste e che era il caso anche di
lavorare per far cadere il fascismo. Naturalmente nessuno ci si filava, perchè
avevamo 15 anni, ma decidemmo, pur non sapendo assolutamente nulla, che avremmo
militato nel partito comunista. Questo per una ragione molto semplice, perché,
da quello che sentivamo dalle nostre famiglie, i comunisti erano gli unici a
fare qualcosa, che non si limitavano a chiacchierare, diffondevano stampe e volantini,
avevano una rete illegale che faceva attività clandestina,' noi facemmo una
scelta assolutamente pragmatica, scegliemmo gli unici che facevano qualcosa. Ci
mettemmo dunque a cercare un aggancio a questa rete illegale; fu una cosa non
facile perché, essendo un'attività clandestina, nessuno ne parlava
esplicitamente. Ma bene o male ci riuscimmo, e dicemmo che noi volevamo
lavorare con loro. Probabilmente questa nostra proposta alla rete illegale del
partito comunista, che nel 1941 era ancora molto debole, era stata accolta con
stupore, per via della nostra giovane età. La loro risposta ufficiale fu che
non ammettevano nella loro rete clandestina studenti che non frequentavano
ancora l'università. Io e la mia compagna non potevamo aspettare 3 anni, e siccome
eravamo tutte e due brave a scuola, decidemmo di saltare il secondo liceo cosi'
ci avrebbero preso dopo un anno. Era giugno, e avvertimmo i nostri genitori
della nostra decisione, premettendo che non gli avevamo riferito il motivo,
cosa che lascio' i nostri genitori esterrefatti, perché la cosa non aveva
alcuna logica, essendo noi già avanti di un anno. Però, vedendo la nostra
determinazione, non ebbero scelta e ci dettero il permesso di tentare senza
però alcun loro appoggio economico. Allora tutta l'estate ci mettemmo a
studiare come pazze. L'esame andò bene e finalmente nell'autunno del 42
entrammo all'università e il partito ormai non ci poteva più respingere.
L'attività clandestina
Dall'ottobre
del 42 iniziò la nostra attività clandestina. In addizione alla nostra vita da
studentesse si aggiungeva quest'attività' clandestina, che praticamente
consisteva nell'essere utilizzate per fare la staffetta; andavamo in bicicletta
per Roma portando messaggi clandestini utili per non fare incontrare i veri "grandi"
militanti, che era pericoloso. Poi più tardi usci anche un giornale clandestino
che noi distribuivamo. Facevamo un lavoro utile ma di scarsissima
soddisfazione.
Questo ci
porta alla caduta del fascismo al quale arrivammo io e la mia amica con I' organizzazione
comunista praticamente distrutta perchè erano stati arrestati quasi tutti. I1
25 luglio 1943 caduta del fascismo, 45 giorni di semi‑libertà e 8
settembre che mi trova già normalmente inquadrata in una formazione politica e
di lotta contro i tedeschi nella quale io feci, per i primi mesi ,!a staffetta
del comando militare, cioè continuavo sempre a portare messaggi, ma a questo
punto mi stufai.
I G.A.P.
Chiesi al
comando di passare nei GAP , cioè nelle formazioni alleate. Per fortuna la mia
domanda fu accolta subito positivamente perchè serviva collaborazione. Questi
GAP centrali erano 16‑17 persone alle quali serviva il fatto che ci
fossero delle ragazze. In un primo momento pensarono che essere affiancati
durante gli attentati da una ragazza sarebbe stato meno sospetto; ma questa
prima visione salto' immediatamente nel senso che dal primo giorno che entrammo
noi ragazze in questi reparti armati assumemmo un ruolo pari a quello dei
ragazzi. Quindi ho fatto tutti questi mesi la lotta armata a Roma.
L'attentato
di via Rasella
Via Rosella
e' stata concepita da noi come una delle tante azioni militari contro i
tedeschi. Uso la parola 'azione' e non 'attentato' perchè l'attentato da l'idea
di un signore che mette una bomba e se ne va, mentre questa e' un'azione
militare fatta da sedici persone che erano tutte partecipi. II perchè di
quest'azione e' molto semplice: in gennaio erano sbarcati gli alleati ad Anzio
e poco dopo avevano mandato a tutti i comandi militari un messaggio dicendo
"abbiamo bisogno d'aiuto" ai partigiani, che loro attacchino, i
tedeschi ad ogni modo, e questo si capiva, perchè Roma serviva da centro
militare, più noi mettevamo in pericolo questi comandi militari più
alleggerivamo il fronte. Quindi e' ovvio che, vedendo passare a Roma, che
dicevano essere città aperta, tutti i giorni questi militari del battaglione
Bolzen armati fino ai denti, era normale che bisognasse cercare di far capire
ai tedeschi che Roma era pericolosa, affinché' non la utilizzassero come il
loro centro organizzativo, cosa che aiutava il fronte. Quindi noi abbiamo fatto
questa azione unicamente spinti da questa necessita': ricordate che due giorni
dopo l'azione di via Rosella e' uscito un comunicato tedesco che diceva che
d'ora. in poi a Roma non sarebbero più passate le truppe, quindi loro avevamo
recepito il messaggio, e questo significava diminuire o far scomparire a Roma i
bombardamenti aerei che hanno fatto migliaia di vittime. Durante tutti i nove
mesi gli alleati hanno continuato a bombardare e ad ammazzare.
Le
osservazioni tipo: "non stuzzicare un can che dorme" son fuori luogo
perchè il cane non dormiva, ricordate che dopo la razzia del 16 ottobre sono
stati arrestati e portati nei campi di sterminio altri mille e cento ebrei, che
i tedeschi continuavano a arrestare e ammazzare.
Ricordiamoci
che e a Roma e' stato circondato il Quartiere del Quadraro e alle 4 del mattino
sono stati presi tutti gli uomini settecentocinquanta, e senza alcuna azione
sono stati presi e portati in Germania, e ne sono tornati trecento, sono morti
350 uomini incolpevoli. Quindi non e' che i tedeschi non stessero facendo
niente L'azione e' stata fatta e l'unico avviso dei tedeschi e` stato quello
del 24 marzo in cui dicevano che i comunisti Badogliani avevano attaccato un
reparto tedesco e loro hanno risposto fucilando dieci ostaggi per ogni morto,
quindi prima non c'è stato nessun avviso. Di fatto al processo contro Kappler e
Kesserling alla domanda del giudice "avete fatto un avviso ai responsabili
dell'azione?" tutti e due hanno detto di no. Kappler ha spiegato che se
l'avesse fatto ciò avrebbe portato alla rivolta. Avevano ricevuto l'ordine da
HitIer di finire la rappresaglia entro le 8 di sera del giorno dopo. Ma
precisiamo che anche se ci fosse stato l'avviso e' chiaro che non ci saremmo
presentati, eravamo un reparto combattente. Primo, perché' ci avrebbero
torturato per farci parlare e sarebbe saltata tutta la rete clandestina a Roma
, secondo perchè non avrebbero detto che ci eravamo presentati e ci avrebbero
uccisi. Era una guerra, fino a quel momento a Roma c'erano state 30 azioni
armate e non c'era stata nessuna rappresaglia. Se accetti il ricatto che
l'azione partigiana comprende una rappresaglia allora non fare la lotta
partigiana. Pero' non fare la lotta
partigiana significa consegnare una popolazione inerme nelle mani dei tedeschi.
II discorso che non deve passare e' che se non ci fosse stata la guerra
partigiana i tedeschi sarebbero stati tranquilli a Roma.
Il carcere
I primi di
aprile, siamo già nel '44, durante un'azione in città, ci prendono spariamo
alla polizia ,ma per una serie di circostanze veniamo catturati in 3:2 gappisti
e io .Siamo stati catturati dalla polizia italiana non dalla polizia tedesca.
In un primo momento la polizia italiana ci arresto' perché mentre noi stavamo
andando ad ammazzare una persona, loro aspettavano dei rapinatori per una
soffiata e aspettavano che i ladri tornassero sul posto; insomma ci fu un
imbroglio di cose per cui la polizia quando ci arrestò, sparando loro ,sparando
noi, fu convinta di avere arrestato dei rapinatori. In un primo momento le cose
a noi apparivano incomprensibili e anche la polizia si accorse che qualcosa non
tornava, avevano preso due studenti di famiglia molto buona e una ragazza di
ceto medio, insomma era chiaro che non erano i borgatari che loro si
aspettavano. La polizia che non era politica, ma criminale, venne avvisata dal
CNL che aveva arrestato dei gappisti e quindi si trovo' disperata perché non
voleva affatto arrestare dei gappisti. La polizia politica era venduta ai
tedeschi, mentre questa garantiva quel minimo di ordine ed aveva tutto I' interesse a 'collaborare con la
resistenza anche perché voleva far carriera. C'era già la legge tedesca per cui
chiunque fosse stato preso armato sarebbe dovuto essere fucilato subito, e la
polizia quindi si trovo' nella difficoltà' di metterci in salvo. Escogitarono
una cosa assai complessa: ai due Ragazzi fecero confessare di aver voluto fare
una rapina e di me fu detto che ero la ragazza di uno dei due. Anche se la cosa
era poco credibile, permise alla polizia di farlo passare come un normale fatto
di polizia interna e , siccome eravamo ad aprile , si sperava che gli alleati,
fermi ad Anzio, sabbero arrivati
presto. Noi quindi stavamo in carcere abbastanza tranquilli, quando fu
arrestato un gappista, un quarantenne poco raccomandabile che, in cambio di
soldi e dell'impunità , ci denunciò alla polizia tedesca, particolarmente
accanita dopo l'attentato di via Rasella.
La fuga
A questo
punto fu allarme rosso perché sapevamo che poche ore dopo sarebbero venuti i
tedeschi a prenderci; allora il CLN decise di preparare per noi un piano di
fuga.: i due ragazzi furono nascosti in una clinica psichiatrica e a me venne
trasmesso un ordine preciso di fuga. Le suore che mi sorvegliavano erano
collegate con la Resistenza e mi trasmisero il messaggio attraverso un thermos,
ma esattamente nel punto in cui c'era scritta la data della fuga ci cadde una
goccia di caffè e quindi tirai a indovinare, sbagliando. Dovevo far finta di
avere delle coliche fortissime e
infatti fui portata in ambulanza al Santo Spirito dove dovevano esserci dei
medici compiacenti, ma avendo sbagliato giorno, i medici mi rifiutarono. Il poveretto dell'ambulanza mi portò in un
altro ospedale, l'attuale San Camillo, dove i medici stavano per operarmi di
appendicite. Per fortuna in ospedale c'era un medico anarchico che avevo
conosciuto e che riuscì a far rinviare l'operazione, mentre un poliziotto mi
piantonava, pronto a riportarmi in carcere. Per fortuna eravamo molto vicini
all'arrivo degli americani; tu avvicinato il poliziotto molto velocemente, e
gli tu detto che tra dieci giorni sarebbero arrivati gli americani e gli fu
chiesto di aiutarmi. Durante la notte io e il poliziotto fuggimmo, lui sedette
alla clandestinità e io mi nascosi in un convento in Via Gaeta; per una decina
di giorni fui chiusa li' dentro e poi arrivarono gli americani e cosi' e'
finita la mia guerra partigiana.
II dopoguerra
Queste scelte
hanno condizionato il resto della mia vita, io al momento della liberazione
avevo quasi 19 anni é avevo scoperto un modo di vivere attivo, che non faceva
centro sulla propria persona, sulla carriera etc... le dimensioni dei problemi
erano altre. Mi affascino' subito la situazione di Roma subito dopo la
liberazione, la partecipazione delle masse popolari. Cominciai ad andare nelle
borgate, a conoscere e a lavorare con gente di ceti che io non conoscevo
assolutamente: popolani, operai, le grandi lotte per il lavoro. Ho continuato a
fare politica attiva, mi sono sposata con un comandante partigiano che era
siciliano, mi feci tutta la lotta per l'occupazione delle terre in Sicilia, poi
tornai e ho continuato a fare politica attiva per tutta la vita. Mi sono
ritrovata a essere parte attiva di altre cose che per me erano molto
importanti; sono andata in Vietnam durante la guerra del Vietnam, sono andata a
Praga durante l'invasione dell'esercito polacco; sono stata a lungo in
Mozambico; ho vissuto tre anni in Cina durante il regime di Mao Tze Tung; sono
stata più volte in Palestina durante l'Intifada. La mia partecipazione alla
Resistenza mi ha portato a seguire un tipo di vita più attiva nel politico e
nel sociale che nell'individuale. Sono stata giornalista e lo sono ancora.
Intervista a Carlo Melograni
Nato nel Gennaio 1924, ha oggi 75 anni. Nel
43 44 aveva 20 anni ed era già in contatto con il Partito Comunista fin dal 42.
Frequentò liceo classico al Tasso, nel 41 si iscrisse alla facoltà di
architettura.
La
Guerra di Spagna
Nel 36 avevo 12 anni e non ricordo molto
della guerra di Spagna (in ogni caso, nonostante la stampa ne parlasse, era
sempre controllata dal governo fascista) anche se ne è chiara 1' importanza.
Proprio in quegli anni entrò in casa mia la radio, comunque potete immaginarvi
cosa potesse essere l'informazione a quei tempi.
La Guerra spagnola segnò un momento di
chiarificazione, fu il preludio della guerra mondiale. All'inizio qualche
equivoco sul fascismo poteva esserci: molti Italiani vi aderirono con la speranza.
di un rinnovamento. Ma dalla guerra di Spagna e dalla campagna d'Etiopia i
fatti cominciarono a chiarificarsi: sanzioni contro l'Italia, ravvicinamento
tra Italia e Germania, provvedimenti contro gli Ebrei.
Le leggi
razziali
Nel 38, avevo 14 anni ed eravamo al mare.
Siccome seguivo le vicende alla radio, sentii a proposito dei primi
provvedimenti contro gli ebrei e andai da un livornese che era lì (a Livorno
c'era una comunità ebrea cospicua) e gli comunicai la notizia. Egli trasecolò.
Nei mesi precedenti uscì un'ignobile rivista chiamata "La difesa della
razza", sulla quale però scrissero anche personaggi eminenti come Nicola
Pendi che era un medico molto noto.
Seguii molto da vicino la triste vicenda dei 50
chilogrammi d'oro che non riuscirono ad evitare il rastrellamento del ghetto in
quanto avevo una cugina che aveva sposato un ebreo che in quei giorni stava a
casa nostra. Gli ebrei che riuscivano a dimostrare di avere degli ascendenti
non ebrei avevano un attributo che ora non ricordo, e questo marito si trovava
in questa posizione di favore.
La seguii direttamente anche perché gli Ebrei
sono piuttosto fusi nella popolazione. Una comunità molto estesa facente parte
di quella nazionale. Sono quasi più separati oggi che all'epoca. Con
l'olocausto la comunità ebrea si è chiusa in se stessa, ma prima erano
pienamente integrati. A piazza Quadrata dove abitavo c'era, ad esempio, un
negozio di ebrei che fu ovviamente subito fatto chiudere.
La
scelta antifascista
Riguardo all'ideologia devo confessare di non aver
avuto delle convinzioni prettamente ideologiche, anche le mie scelte furono
dovute a fatti pratici.
A 18 anni (nel 42) in seguito all'insofferenza
riguardo a molti aspetti del regime e al desiderio di contribuire al movimento
antifascista ,mi capitò di avere contatti col PC ma senza averlo scelto.
Mio cugino aveva due anni più di me e gli ero molto legato, era in una
classe, sempre al Tasso, e faceva parte di un gruppo di ragazzi molto
"vivaci" da questo punto di vista (tra cui c'era anche Dario Puccini
che è guarda caso un ispanista e che fu arrestato, e il regista De Santis).
Facevano proselitismo e così presi contatto anche io. Ma nelle mie decisioni ho
sempre cercato di vedere più che altro la realtà.
C'era un'attività di pre-resistenza che consisteva nel leggere e
distribuire la stampa clandestina, riunirsi per discutere e cercare di
procurarsi materiale. Ad esempio io andai a casa di un amico di mio padre che
era un ex socialista per procurarmi dei libri che all'epoca non si potevano
leggere. Il Manifesto del Partito Comunista fu pubblicato in quegli anni da
Benedetto Croce che l'aveva posto in appendice ad un libro di Antonio Labriola
intitolato "La concezione materialistica della storia". Tutti lo acquistarono
per l'appendice... ovviamente.
Doveva essere ai primi di novembre e delle delegazioni di studenti (tra
cui anch'io) sono andate a trovare dei professori per invitarli a
"collaborare'; in un certo senso. Anche da quelli fascisti. Mi ricordo che
andai dal preside del Tasso che mi conosceva e che era anche un grande
fascista. Reagì facendo buon viso a cattivo gioco. La scuola antifascista a
Roma era il Visconti. Il Mamiani è diventato famoso nel 68...
Caduto il fascismo ci furono i 45 giorni di Badoglio e la situazione
cambiò radicalmente. L'attività propagandistica si era svolta principalmente
all'università che fu chiusa in seguito ad una serie di manifestazioni. Furono
tre: la prima al Policlinico, la seconda alla facoltà di Architettura (ma fu un'azione
di intermezzo svolta da poche persone), e poi quella conclusiva molto forte
alla facoltà di Ingegneria. Non furono ovviamente le sole manifestazioni. I
rischi si facevano sempre di più con l'andare del tempo.
L'occupazione
tedesca
La sera dell'8 Settembre, al tramonto, fu divulgata la notizia. I pochi
giorni seguenti ci fu l'episodio di porta S Paolo. Furono giorni di incertezza
in cui non si capiva chi comandava, di chi fosse la responsabilità. C'erano dei
gruppi dell'esercito che non si sciolsero e che rimasero accampati a villa
Borghese. Per qualche giorno ognuno si è regolato per conto suo, poi i tedeschi
appena liberato Mussolini cominciarono ad agire.
Un mio amico era andato alla città universitaria, dove oggi ci sono le
segreterie, all'epoca c'era la casermetta della milizia universitaria. C'era
un'organizzazione antifascista e lui prese un fucile e se lo portò a casa!
Roma ha vissuto in una condizione molto diversa dalle altre città. lo
abitavo a piazza Quadrata (piazza Buenos Aires). Lì c'era un edicola e quando
arrivò il giornale il 10 settembre (dopo il famoso otto settembre) ci fu una
ressa spaventosa, tanto che l'edicolante dovette distribuire i giornali da un
appartamento. il giornale dichiarava che ormai gli Americani erano sulla
fettuccia di Terracina (un tratto dell'Appia). Insomma, sia dopo lo sbarco di
Salerno, che dopo quello di Anzio, i romani si illudevano: c'è sempre stata
un'attesa, come se l'occupazione dovesse finire da momento all'altro. Questo ha creato delle condizioni meno
pesanti: intanto molti fascisti se ne erano andati al Nord; poi ha influito la
presenza del Vaticano, le persone continuarono a svolgere attività normali,
resistendo. La vita si sospese per nove mesi durante i quali si visse di
espedienti. Molte attività comunque si interruppero, come la stessa Università.
Ma la Liberazione arrivò molto dopo le aspettative.
I tedeschi avevano altro a cui pensare; alle questioni politiche ci
pensavano i fascisti. Ma è più nella pianura Padana, al di là degli Appennini
che c'è stato un rapporto politico diverso e l'attività partigiana era molto
più presente. A Roma formazioni partigiane non ce n'erano che andassero a
combattere sulle montagne, v'erano più che altro gruppi.
Nei 45 giorni tutti i detenuti politici uscirono dalle carceri (tra cui
anche lo studente di cui vi parlavo, Dario Puccini; che uscì il 25 Luglio).
Tutti tranne alcuni che avevano accuse particolari. Ad esempio Emilio Sereni
che era un grosso dirigente comunista accusato di spionaggio (cosa che non era
vera).
L'atmosfera particolare che regnava a Roma rese possibile lo sviluppo
della Resistenza in quanto gli apparati statali e polizieschi in certi casi
hanno chiuso tutti e due gli occhi. Amendola stesso, mi pare, racconta di aver
incontrato più volte per strada il commissario che l'aveva interrogato prima
del 25 Luglio che ha fatto finta di non vederlo.
La Resistenza viene chiamata "movimento minoritario", ma io
non lo definirei così. Forse in confronto alla popolazione complessiva può
essere definita in questa maniera, ma fu un movimento importante. Vi fu una
solidarietà diffusissima. Anche la Chiesa diede il suo contributo, nei conventi
vennero nascosti personaggi di ogni tipo, anche di grande rilievo.
Sicuramente qualche prete fascista ci sarà stato, ma nella stragrande
maggioranza la Chiesa fu di grande aiuto, specialmente il clero minuto come i
parroci. Certo non i vescovi. Qui a Roma anche il Vaticano ha aiutato. Ancora
oggi ci sono delle sedi qualificate "extraterritoriali", ovvero che
non fanno parte dello stato italiano ma dello stato vaticano (come San Giovanni
in Laterano) e lì c'era nascosta parecchia gente.
L'attentato di via Rasella
Il 24 Marzo 1944 ci fu l'attentato di via Rasella. A cui seguì
l'eccidio delle Fosse Ardeatine. Il giorno dell'attentato io ero da quelle
parti e udii anche le esplosioni. Ma non sono di quelli che dicono che sia
stato uno sbaglio. C'è qualcosa che, mi rendo conto, per voi adesso è difficile
comprendere se non impossibile, ovvero che a quei tempi il valore della vita
era un altro. In guerra sono morte milioni di persone
Sono passati 55 anni, il Sud d'Italia ha delle ragioni storiche che
motivano le sue differenze dalle altre parti d'Italia, anche l'assenza della
Resistenza. Gli alleati sbarcarono lì. Roma si trova a cavallo tra Nord e Sud.
Rischiava di apparire una città che non partecipava alla lotta da cui è poi
nata la Repubblica Italiana. Era ovvio che non ci si poteva consegnare per
l'attentato altrimenti ogni azione di guerra avrebbe perso ogni significato.
Come dice Brecht: "beata l'epoca che non ha bisogno di eroi". Fu un
fatto che non ebbe eguali se non Marzabotto, Civitella ValdiChiana (dove ci f'ù
un eccidio mostruoso). Si discute molto sulle motivazioni di tali avvenimenti,
ma in guerra certe cose accadono. Roma, con l'attentato di via Rasella, diede
un segnale. Pagato a caro prezzo.
Ci fu poi una manifestazione
commemorativa di tre professori di scuola media: Pilo
Albertelli, uno del convitto
nazionale e un terzo. Si svolse a Santa Maria Maggiore.
Alla manifestazione
intervenne un fascista che voleva bloccare tutto, ma gli spararono.
L'arruolamento
nell'esercito
Ciò che incise di più nella mia vita accadde dopo la liberazione di
Roma (4 Giugno '44, fine della guerra‑25 Aprile '45), subito dopo il
Natale del '44. Eravamo un gruppo di circa una dozzina e ci siamo arruolati
nell'esercito che si stava ricostituendo. Combattemmo in Romagna, dai dintorni
di Ravenna fino al Po, fino alla fine della guerra. E' stata un'esperienza
molto formativa ma in ogni caso io ho vissuto in una condizione di relativo
privilegio, appartenendo ad una famiglia agiata e anche abitando in una grande
città come Roma.
Della realtà italiana si sapeva poco, l'autonomia dei giovani era molto
limitata a causa anche della difficoltà di "comunicazione" nonché di
spostamento: fare un viaggio in periodo di guerra non era semplice né sicuro.
Io ero soldato semplice e mi sono trovato per la prima volta a vivere
in una condizione "inferiore" anche a persone che potevano essere
anche contadini. Gente che se la sapeva cavare molto più di me che non sapevo
fare praticamente niente, ero solo uno studente di scarsa manualità. Ma ho
scelto di andare e nel mio grippo c'era anche quel mio cugino, nonché quello
che oggi è un famoso psicanalista (Mario Trevi) che era ebreo. Egli ne capiva
più di noi e scelse di fare il radiotelegrafista, mansione che era a rischio
molto più delle altre. 1 soldati uscivano di pattuglia (di notte o di giorno)
più o meno una volta ogni quattro giorni, c'erano dei turni. Invece il
radiotelegrafista non faceva parte di un reparto, di un plotone specifico,
stava al comando di battaglione e veniva distaccato ad ogni uscita o quasi.
Veniva aggregato ad ogni pattuglia che uscisse. Credo che abbia fatto questa
scelta per non sparare, anche se non l'ha mai ammesso. Era impegnato anche più
degli altri, ma non voleva ammazzare nessuno. lo per fortuna, non per scelta,
facevo il portamunizioni e contribuivo al mio massimo.
A titolo informativo, quand'ero soldato l'organizzazione della fanteria
era tale: tre plotoni formavano una compagnia, ogni plotone aveva una trentina
di persone. La squadra aveva 10 persone. Tre compagnie formavano un
battaglione, tre battaglioni un reggimento e così via.
C'era un sottotenente che
aveva due anni più di me.
I1 reparto dove eravamo stati mandati era una divisione che stava in
Corsica. Divisione che 1'8 settembre non si è dissolta. Pensate al film di
Alberto Sordi "Tutti a casa", dà un po' l'atmosfera di quei giorni.
Questa formazione era composta di soldati che non ne potevano più e i
volontari, specialmente gli studenti, erano proprio odiati. C'era anche una
differenza sociale e di atteggiamento nei confronti della guerra che portò
anche contrasti.
C'erano degli ufficiali vecchi e di nomina recente. Ebbene questo
sottotenente di cui vi parlavo è diventato capo di tutte le forze armate, Capo
di Stato Maggiore di esercito-marina‑aeronautica. Il massimo!
Ci ha salvato la pelle in molte occasioni. C'è un fatto che mi è
rimasto impresso particolarmente, ed è la vicenda di Piombino, l'unica città in
cui i tedeschi persero. E' una piccola e strana città dove non c'era borghesia:
c'erano gli operai delle acciaierie e i dirigenti, nonché i marinai. Operai e
marinai si unirono, combatterono e vinsero. Intervenne un notabile del luogo
che aiutò a riorganizzare il tutto. E i piombinesi sono molto fieri di questo
fatto.
Intervista a Franca Ottolenghi Terracina.
Ideologia
come moda
Mi chiamo Franca 0ttolenghi Terracina. Naturalmente
quanto avevo 15 anni andavo a scuola ed eravamo tutti fascisti, perché
credevamo davvero nel fascismo, andavamo alle adunate, ci sentivamo commosse
alla vista del duce. Le cose sono cambiate quando il duce si è alleato alla
Germania e allora abbiamo cominciato a capire: Nella mia famiglia non eravamo
fascisti davvero, ma eravamo comunque tesserati, in realtà non abbiamo mai
combattuto per un idea, eravamo apolitici, ma a scuola facevamo il saluto e
studiavamo l'apologia fascista, andava di moda.
Le leggi razziali
Durante le leggi razziali mi avevano mandato via
dalla scuola: un giorno, ero in villeggiatura, mi dissero che non potevo più
frequentare la scuola perché ero ebrea.
Questo naturalmente ha influito molto sulla mia vita
di allora….
Abbiamo fatto una scuola ebraica con professori
bravissimi, eravamo pochi, ci interrogavano ogni giorno.
Abbiamo fatto amicizia, ci frequentiamo tuttora,
anche se siamo rimasti in pochi.
Durante il '35 abbiamo fatto un viaggio in Germania
con i miei genitori, e li vedemmo com'era la situazione razziale. Quando
tornammo capimmo che sarebbe stata la stessa cosa in Italia.
La razzia del Ghetto
II 16 ottobre c'è stata la razzia degli ebrei, siamo
scappati, degli amici ci hanno dato una casa in campagna dove siamo rimasti
fino alla liberazione.
Io avevo 20 anni perciò era il periodo più bello della mia vita. Per
fortuna noi non abbiamo avuto gravi perdite ma abbiamo saputo di tutti gli
orrori Abbiamo sofferto la fame, non potevamo uscire, vedevo passare i
tedeschi, che ci chiedevano se eravamo contadini, e noi facevamo finta di
esserlo.
Assistevamo agli uomini che scappavano e alle razzie
di animali e contadini.
Noi eravamo stati nascosti in un convento dove le
suore ci avevano ospitato e quando sono arrivati gli alleati a Roma la vita è
cambiata, siamo finalmente usciti.
La liberazione
Quando siamo tornati ci sembrava un sogno, come non
fosse successo nulla. I1 contatto con gli americani è stata una delle cose più
belle della nostra vita, voi non potete capire. Si, ciò ha influito moltissimo
sulla nostra vita. Cerchiamo sempre di raccontare ciò che è successo.
Dopo, l'Italia doveva essere ricostruita, c'erano
gli americani che ci aiutavano, a Tritone c'era un posto chiamato
"Px" dove si rifornivano gli americani. Mio padre aveva un banco li,
era rappresentante di oreficeria, io conoscevo l'inglese e allora ho cominciato
a lavorare da loro.
Poi la Croce Rossa americana cercava persone che
lavorassero, allora io e mia cugina siamo andate li. Pian piano tutto si è
messo a posto, e siamo tornati alla vita normale, ci hanno ridato la casa.
Con gli americani sono stata benissimo, ci portavano
con i pullmans a mangiare da loro, pane bianco, e lentamente ci siamo
reinseriti.
La scuola era finita, ho fatto ragioneria pur non
capendo nulla di ragioneria.
Mia madre aveva avuto tanta paura, e con gli
americani si sentiva liberata, allora ogni tanto a casa ne trovavamo quattro o
cinque, uno suonava il pianoforte. Si sentivano in famiglia, ci riempivano di
dolci, per loro eravamo "scampati".
Ho un libretto con tutti i ricordi e i loro
indirizzi. Ho ancora degli amici, uno mi è venuto a trovare dopo 40 anni. Non
potete capire. La coscienza di ciò che accadeva è venuta dopo. Non sapevamo
neanche dei campi di concentramento, sapevamo che avevano preso delle persone
ma non dove fossero, pensavamo in Germania, invece era in Polonia
Nascita di una nuova ideologia
Poi hanno cominciato a far vedere i documentari, persone
che tornavano hanno raccontato, ma ad esempio, un nostro cugino, Piero
Terracina rimasto solo a 14 anni, non ha mai parlato. Quando c'è stata in
Francia la scoperta delle tombe profanate ha deciso che era il momento di
liberarsi, di raccontare. E' stato tremendo.
Alla fine chi fu fascista diventò antifascista, e
ora nessuno ammette di esserlo mai stato.
Intervista
a Piero Terracina
Premessa
storica
Sono Piero
Terracina, ho 70 anni e sono stato deportato ad Auschwitz quando avevo 15 anni.
Sono stato deportato ad Auschwitz con l'unica colpa di essere uno iube, cioè un sottouomo che doveva
scomparire dalla terra, perché questo era il progetto della Germania nazista
che aveva decretato la fine del popolo ebraico. Gli ebrei dovevano scomparire
dalla faccia della terra. Già era cominciata prima sia la persecuzione sia gli
eccidi degli ebrei, comunque il decreto è del 20 gennaio 1942 quando fu indetta
la conferenza del Wansee (sobborgo di Berlino) il cui tema era "soluzione
finale al problema ebraico". La conferenza la presiedeva Heydrich, c'era
Eichmann che fungeva da segretario, ci partecipavano parecchi funzionari del
partito nazista, del ministero degli esteri, delle SS, ecc. Appunto in questa
conferenza fu decretata la "soluzione finale" dei problema ebraico.
Per fortuna due mesi dopo Hiedrich morì in seguito ad un attentato fatto dai
partigiani cecoslovacchi. 1 campi di concentramento esistevano, i campi di
sterminio cominciavano a costruirli. Il primo campo di concentramento, che era
stato fatto dai nazisti per gli oppositori politici; è nato nel 1933, 50 giorni
dopo che Hitler aveva avuto l'incarico di cancelliere. E' cominciato con il
campo di Dachau e poi ne sono stati costruiti un'infinità. In tutta la Germania
hanno costruito una rete di campi di concentramento, di lavoro, di sterminio.
Nei campi di sterminio purtroppo i prigionieri lavoravano fin quando erano in
condizioni di farlo, e poi, generalmente, venivano fatti morire. Gli ebrei
venivano fatti morire con il gas, i non ebrei morivano ugualmente, per le
sevizie, o per la scarsa alimentazione o per tutto quello che succedeva nei
campi.
Pensate che i
morti nei campi in Germania sono stati 11 milioni, di cui sei milioni di ebrei.
Naturalmente la deportazione degli ebrei aveva una sua specificità perché,
mentre gli altri potevano morire, gli ebrei dovevano morire. Questa era la
differenza. Per gli ebrei esistevano le camere a gas, unicamente per loro. In
un secondo momento, nell'estate del 1944, purtroppo anche per gli zingari fu
decretata la stessa "soluzione finale". Li hanno mandati a morire
nelle camere a gas. Ebrei e zingari morivano per gas, gli altri potevano
morire.
Altra
differenza era che ebrei e zingari venivano deportati a famiglie complete,
donne, bambini, vecchi, malati, lattanti, tutti venivano deportati. Gli altri
che venivano deportati cioè i politici, erano gli oppositori, quindi avevano
una causa nobile, sapevano perfettamente i rischi a cui andavano incontro.
Essendo oppositori del nazismo conoscevano i rischi che correvano, era quindi
una loro scelta. Per gli ebrei no. Venivano razziati così com'erano, con
l'unica colpa di essere ebrei.
Racconto della sua storia personale.
Dopo le lezzi razziali
Fino
al 1944, momento in cui sono stato deportato, ho seguito la sorte di tutti gli
altri.
Nel 1938,
all'emanazione delle leggi razziali, io fui letteralmente cacciato dalla scuola
in cui stavo.
Frequentavo una scuola a Monteverde in cui sembrava
che i ragazzi ebrei potessero formare delle classi di soli ebrei e quindi,
continuare a frequentare la scuola. Invece è iniziato l'anno scolastico, non si
era raggiunto il numero sufficiente per cui una mattina venni letteralmente
cacciato fuori della scuola. L'insegnante fece l'appello, non chiamò il mio
nome e poi mi fece uscire perché ero ebreo.
Un commento a questo quale può essere? Ora, io mi ricordo soltanto che
ero parte di una famiglia normale e come in tutte le famiglie normali sono i
genitori che premono perché i figli studino. lo mi ricordo particolarmente mia
madre che mi diceva sempre, mi esortava a studiare, perché diceva che per
riuscire nella vita bisognava prima riuscire nello studio. Quindi per me fu,
come credo anche per tutti gli altri che hanno subito la stessa cosa, un colpo
tremendo. Mi domandavo "Se io non posso studiare, cosa potrò mai combinare
nella vita?". Mi vedevo già da grande che avrei fatto una professione e
invece mi crollò il mondo addosso perché mi vedevo già costretto a fare i mestieri
più umili. Invece fu organizzata la scuola ebraica in pochissimo tempo. Non è
stata una disgrazia cambiare scuola. La scuola era una scuola di alto livello
perché insieme agli studenti erano stati cacciati dalle scuole di Stato anche i
docenti, e quindi c'era una grande scelta di docenti che facevano le lezioni a
noi bambini e ragazzi. Addirittura docenti universitari che per fare qualche
cosa venivano a fare scuola a noi. E poi c'era una grande motivazione, cioè noi
dovevamo dimostrare di non essere inferiori agli altri. E qui si esercitava una
carica che indubbiamente nelle scuole statali non esisteva, forse non esiste
nemmeno oggi. Da questo punto di vista, direi che la scuola ebraica è stata una
scuola ottima. Mi ricordo sempre il preside di questa scuola, il prof. Cimino
che non era ebreo, era stato mandato
dal ministero per presiedere questa scuola ed era un uomo eccezionale sotto
tutti i punti di vista. Era lui che, non ebreo, ci esortava a studiare perché
dovevamo dimostrare che sapevamo di non essere inferiori a nessuno.
Io facevo la
quinta elementare, nel '38 avevo 10 anni, poi ho cominciato le medie. Non c'era
il liceo, ma l'istituto tecnico. Le elementari già esistevano ma avevano dovuto
allargarle per il gran numero di bambini ebrei. Hanno organizzato dal niente la
scuola media inferiore e quella superiore. E questa è stata la scuola ebraica.
L'occupazione tedesca
La guerra, I'8 settembre, prima anzi il 25 luglio
1943, la caduta del fascismo, 1'8 settembre, l'occupazione tedesca.
E lì cominciarono,
cioè i guai erano già cominciati con il fascismo e le leggi razziali, però lì
veramente iniziò il periodo più nero per la storia dell'umanità: la caccia
all'ebreo. A Roma la caccia all'ebreo cominciò esattamente il 16 ottobre 1943
quando ci fu la grande razzia degli ebrei romani. Cioè i tedeschi entrarono
nel ghetto di Roma, lo circondarono, andarono casa
per casa a prendere tutti gli ebrei e presero tutti: malati, bambini, vecchi.
Noi non
abitavamo nel ghetto, fummo avvisati e dovemmo immediatamente lasciare la
nostra casa. Trovammo ospitalità per qualche giorno da un amico di mio padre,
ma questi non poteva, non aveva proprio lo spazio materiale per ospitare, tanto
più che noi in famiglia eravamo sette persone. Fino a poco tempo prima eravamo
in otto, poi era venuta a mancare mia nonna ed eravamo in sette. C'era con noi
mio nonno nato nel 1860, aveva allora 84 anni. C'erano i miei genitori, c'ero
io che avevo due fratelli e una sorella più grandi di me.
Cercammo
rifugio ovunque fosse possibile. Ricordo che proprio io e mio padre andammo in
giro per vari conventi su a Monteverde e peraltro trovammo qualcuno che era
disposto ad ospitarci, soltanto che, cosa del resto giusta, anche loro non
avevano la possibilità di mantenerci. Avremmo dovuto pagare una retta, ma erano
già cominciate delle difficoltà economiche perché mio padre aveva dovuto
limitare la sua attività che, fino a poco tempo prima, era stata l'unico
sostentamento della famiglia, quindi non è che avessimo delle grandi risorse.
Non potendo lavorare, dovendo stare nascosti, non avevamo la possibilità di
pagare qualcuno che ci mantenesse. Dovevamo procurarci anche i mezzi per
vivere. Trovammo a Monteverde, in affitto, un appartamento all'ottavo piano di
un palazzo e li andarono 1 miei genitori c mia sorella. I mici nonni (mia nonna
era ancora viva) furono ospitati nello stesso palazzo nella casa del portiere.
(Un eroe indubbiamente, perché se avessero scoperto che ospitava degli ebrei
avrebbe corso dei brutti rischi). Io e i miei fratelli trovammo uno scantinato.
Era una cantina dove generalmente c'era lo scarico del carbone e in una specie di antro che c'era nello scivolo che dalla
strada scendeva verso questa cantina c'era uno slargo. Mettemmo delle assi e
noi andammo a vivere lì., la sera perché il giorno dovevamo uscire. Dovevamo
uscire anche perché bisognava salire su nell'appartamento dov'erano i miei
genitori per tutto. In cantina non c'era nemmeno un gabinetto, una doccia,
non c'era niente, per cui dovevamo necessariamente salire a turno se non altro
per lavarci, per cambiare la biancheria, tutte queste cose. Durante la giornata
uscivamo e stavamo in giro vagando per la città.
La cattura
In questo
modo arrivammo fino al 7 aprile 1944. La sera del 7 aprile 1944 iniziava la
Pasqua ebraica. E' una festa per noi ebrei molto importante perché è la festa
della libertà, ricorda l'uscita degli ebrei dall'Egitto, la fine della
schiavitù. L'avevamo sempre solennizzata. Avevamo fatto il Seder, cioè la cena
pasquale, fino ad allora tutti quanti insieme. E quel giorno mio padre disse
"Perché anche quest'anno... sono passati ormai sette mesi dall'occupazione
tedesca non è successo niente, quindi per questa sera stiamo tutti quanti
insieme.". Proprio quella sera a noi si era aggiunto uno zio che era
venuto per fare gli auguri di pasqua perché aveva saputo che avremmo fatto la
cena pasquale tutti insieme ed era voluto rimanere. Mi ricordo che lui si era
rifugiato nella parrocchia di S. Benedetto a Roma, nel quartiere ostiense e
rimase pure lui con noi. Mentre stavamo cenando bussarono alla porta e andammo
ad aprire. Entrarono subito tre SS. In quel
preciso momento non urlarono niente. Ci dissero di prendere qualche coperta,
qualche maglione e soprattutto di prendere soldi e gioielli perché dove saremmo
andati avrebbero potuto servirci. Noi, mi ricordo che pregammo, scongiurammo di
lasciare almeno mio nonno. Mi ricordo che mio padre disse anche "Ma che vi
portate via a fare un vecchio, non potrà mai lavorare, non sarà mai in grado di
lavorare". Noi pensavamo che ci portassero in qualche posto a lavorare per
la grande Germania, non si pensava assolutamente a quello che sarebbe stato,
nessuno lo sapeva.
Sapevamo che gli ebrei venivano rastrellati ma quello che avveniva
dopo, nessuno lo sapeva. Non ci fu niente da fare. Ci fecero scendere gli otto
piani a piedi, al portone c'era un'autoambulanza che ci aspettava e c'erano due
fascisti. Italiani come noi, e mia sorella ne riconobbe uno. Era un giovane,
lei era una ragazza, non aveva 21 anni ed era molto bella. La mattina era
uscita per fare gli acquisti per quello che serviva, era stata seguita da
questo giovane, naturalmente in borghese. Quella sera invece, era in divisa. Le
si era affiancato, le aveva rivolto qualche complimento, gli aveva chiesto se
poteva accompagnarla. Cose che capitano di frequente, anche oggi penso. Lei non
gli dette retta, non gli dette ascolto, continuò per la sua strada. Ma questo
era il delatore che voleva solo sapere dove stava per denunciarci. Ora dovete
sapere che chi denunciava un ebreo veniva ricompensato con un premio di 5000
lire. Era una bella cifra 5000 allora. Allora uno stipendio medio poteva essere
di 1000‑1200 lire, quindi pensate 5000 lire che potevano essere. E noi
eravamo in otto, con mio zio eravamo in otto.
Il più anziano di questi due fascisti si avvicinò a mio padre e disse
"Se hai gioielli dalli a noi o dicci dove li hai nascosti perché noi
sappiamo come si possono corrompere i tedeschi quindi certamente domani sarete
fuori.". Non solo non avevamo niente, neppure, probabilmente, gli avremmo
detto niente. Quindi erano non solo delatori ma anche sciacalli, questo per
dire di che pasta erano fatti i fascisti della Repubblica di Salò.
Il carcere
Pochi minuti di tragitto e arrivammo a Regina Coeli.
Si aprirono le porte di un carcere, un'esperienza terribile credo per qualsiasi
persona, forse per i miei 15 anni era ancora peggio. Penso che sia terribile
per chiunque varchi il cancello di un carcere.
Ci
schierarono faccia al muro davanti all'ufficio matricola. Dovevamo essere
schedati come qualsiasi delinquente, qualsiasi persona arrestata entra in
carcere deve essere registrata, e noi eravamo faccia al muro con l'ordine di
non parlare. E invece mio padre sentì il bisogno di rivolgerci qualche parola.
Mi ricordo che si rivolse a noi figli maschi, perché tra l'altro mia madre e
mia sorella stavano già da un'altra parte. Mi ricordo che disse "Ragazzi ‑evidentemente
aveva avuto la percezione che stavamo veramente cadendo in un abisso ‑
ragazzi ‑intanto ci chiese perdono, non so di cosa ‑ ragazzi ho una
raccomandazione da farvi: non perdete mai la dignità di esseri umani.".
Questo è stato il suo messaggio. Aveva capito perfettamente che lì il rischio
maggiore era quello di perdere la dignità. Dignità di esseri umani che poi non
siamo stati in grado assolutamente di mantenere.
Volevo
specificare una cosa, secondo me, importante. Nel carcere c'è tanta umanità,
c'è tanta solidarietà. Ora io mi ricordo che me e mio padre (che stava sempre vicino
a me che ero il più piccolo e pensava fossi quello che aveva più necessità di
protezione) ci misero in una cella insieme ad altri tre detenuti. Siamo stati
oggetto di tutte le attenzioni possibili da questi tre detenuti. Adesso non so
perché fossero in carcere, ricordo che due di loro erano stati arrestati
insieme perché li avevano trovati allo scado della stazione di S. Lorenzo e
stavano rubando del filo di rame. Loro avevano detto ai tedeschi che rubavano
perché avevano bisogno di mangiare, quindi per rivendere quel filo di rame che
gli avrebbe dato qualche soldo. Ma i tedeschi li avevano accusati di sabotaggio
e quindi anche loro rischiavano di morire. Quale fosse la versione esatta
sinceramente non lo so, se fossero dei ladri o se fossero dei partigiani che
andavano a sabotare i tedeschi. Comunque posso dire che nel carcere c'è stata tanta solidarietà, almeno nei nostri
confronti.
La deportazione
Dopo qualche
giorno di permanenza nel carcere di regina Coeli ci caricarono su dei camion, ammassati
sui camion, camion pieni. Non è che nei camion ci fosse la possibilità di stare
seduti o sdraiati, c'erano i tendoni sopra questi camion. Qualcuno era
appoggiato alla sponda ma la maggior parte stavano in piedi. Sulla sponda
posteriore dei camion c'erano due SS con i mitra imbracciati e nessuna
possibilità di poter scappare. Un episodio marginale ma che fa capire
l'atmosfera di terrore che c'era già in questa fase: facemmo pochissimi
chilometri ed arrivammo a Prima Porta, a pochi chilometri dal centro della
città, lì fecero fermare i camion su questa piazza che c'è a Prima Porta. Mi
ricordo che c'è una rupe, su questa rupe c'è una lapide che non mi ricordo più
neppure cosa ricordi. Ci fecero scendere dai camion e urlarono degli ordini nel
tedesco urlato, non parlato, urlato che nessuno di noi capiva. Perché chi è che
capiva il tedesco? Ora, noi avevamo saputo nel carcere di Regina Coeli, a parte
che era stato pubblicato anche sui giornali, non si sapeva ancora dove e come,
che pochi giorni prima c'era stato l'eccidio delle Fosse Ardeatine e molti dei
detenuti, molti dei martiri delle Ardeatine erano stati presi proprio nel
carcere di Regina Coeli e razziati per le strade, a via Tasso. A Regina Coeli
si sapeva che c'era stato l'eccidio. Evidentemente qualcuno, qualche tedesco
era rientrato dall'eccidio e aveva raccontato, quindi si sapeva esattamente
cos'era successo. Quando ci fecero scendere con queste urla e con i calci del
fucile dei mitragliatori ci ammassarono tutti sotto questa rupe, pensammo che
fosse arrivato il momento della nostra fine. Abbiamo vissuto in quel momento
quello che era successo qualche giorno prima con l'eccidio delle Ardeatine. Poi
invece, qualcuno evidentemente aveva capito che cosa volevano. Volevano che
soddisfacessimo i nostri bisogni corporali perché dovevamo viaggiare tutta la
notte e non ci saremmo più fermati. E ne ridemmo addirittura noi, forse un
convulso più che un riso e dicemmo "Ci siamo preoccupati per niente".
Ma tutti noi, tutti in quel momento abbiamo visto la morte. Quella è stata là
prima sensazione molto forte. Insomma è stato un susseguirsi di emozioni,
naturalmente ci sono certe che si ricordano in modo particolare.
Viaggiammo
tutta la notte. La mattina dopo arrivammo a Siena, subimmo un bombardamento e
un prigioniero, proprio perché fummo fatti scendere dai camion e messi sotto i
camion, riuscì a scappare. Ci dissero subito che se si fosse verificata ancora
una cosa del genere dieci prigionieri sarebbero stati fucilati sul posto. Però
non successe niente di questo.
Ci misero in
una caserma, la sera ci fecero risalire sui camion, viaggiammo tutta la notte e
parte della mattina dopo ed arrivammo al campo di Fossoli. Fossoli era un campo
di concentramento per i prigionieri di guerra che invece poi era stato preso
sotto la giurisdizione dei tedeschi. Ebrei e non ebrei che venivano arrestati e
che dovevano essere inviati in Germania venivano mandati a Fossoli. II campo
degli ebrei era separato da quello dei non ebrei dal filo spinato.
Dopo qualche
giorno che stavamo a Fossoli avvenne un fatto terribile, certo quello che è
avvenuto dopo era ancora peggio di quello che è stato, però è una cosa che si
ricorda. Entrò nel campo un tedesco, un soldato, urlando e naturalmente nessuno
lo capiva. Noi eravamo nella fossa dove non si lavorava ed era una bella
giornata. Stavamo tutti quanti in quella che era la piazza dell'appello, per lo
meno eravamo molti gruppi che stavamo lì a parlare, ecc. Ad un certo punto
questo tedesco tirò fuori la pistola e sparò ad un poveretto che stava vicino a
lui. Fu la prima volta che vidi un uomo morire, non mi era mai capitato. Perché
quel poveretto è morto, ricordo che lo conoscevamo tutti là, particolarmente
poi tra i romani, si chiamava Pacifico Di Castro, un uomo di una trentina d'anni,
non abbiamo mai saputo perché, però si diceva che, siccome ci avevano detto
appena arrivati che quando noi incrociavamo un soldato delle SS, soldato
semplice o graduato, comunque fosse dovevamo toglierci il cappello, sembra che
questo poveretto non si fosse tolto il cappello e per questo è morto.
In treno
Poi
il 17 maggio, noi eravamo arrivati il 12 aprile, fu fatto l'appello e ci
dissero che dovevamo prepararci alla partenza. Ci dissero di fare rifornimento
d'acqua ma non avevamo molti recipienti per l'acqua, comunque era tutto quello
che avevamo. Come ci avevano consigliato, come ci avevano ordinato, riempimmo questi recipienti e ci portarono con
dei camion alla stazione di Carpi che distava pochi chilometri. Fummo fatti
salire su carri bestiame. Ora, era naturale che cercassimo di riunirci per
gruppi
familiari,
per stare tutti quanti insieme. Ma questo non era possibile. Con urla,
bastonate, cercavano di farci salire sui carri bestiame così come arrivavamo;
così noi salimmo, mi ricordo, sul carro insieme a mio nonno e mio padre che
stava sempre vicino a me. Invece non poterono salire né mio zio né i miei
fratelli, che salirono su altri carri.
Il treno rimase lì fino alla sera, i carri vennero
chiusi dall'esterno e sigillati e soltanto la sera cominciò questo terribile
viaggio verso l'ignoto. Era una cosa allucinante, pensate che noi, nel carro
dov'eravamo, ed era un carro abbastanza grande, un carro ferroviario, eravamo
in 64 persone. In altri ce n'erano 50, 45, il nostro era più brande degli altri,
eravamo 64 persone dentro un carro. 64 persone dentro un carro non possono
stare né sedute né sdraiate, bisognava stare in piedi, per lo meno molti
dovevano stare in piedi. Tanto più che c'erano dei malati, c'erano delle
persone anziane, mio nonno aveva 84 anni, ed erano loro che dovevano stare
seduti nel carro, sdraiati, non potevano certo fare un viaggio di quel genere
in piedi. Toccava a noi più giovani far posto agli altri e soltanto a turno
poterci riposare per qualche momento. Era una cosa terribile, anche perché il
treno si fermava a tutte le stazioni, tant'è che noi per arrivare alla stazione
di Ora che sta in provincia di Bolzano, a circa 200 km, ci abbiamo impiegato
due giorni. Poi, purtroppo, cominciò molto presto il dramma terribile della mancanza
d'acqua. I primi che ne risentirono erano i bambini e i lattanti, le mamme che
perdevano il latte. Fu una cosa terribile, perché il treno stava fermo per ore
in una stazioncina, passava gente e quindi si cercava in tutti modi di attirare
l'attenzione perché ci dessero l'acqua ma non c'era niente da fare. Pensate poi
che cos'è un viaggio di questo genere dove un padre e una madre non possono
fare niente per alleviare le sofferenze dei figli. Era l'inferno, era già
cominciato l'inferno.
Comunque questo viaggio durò sei giorni, una fermata
a ora per rifornimento d'acqua, sempre assolutamente insufficiente. Un'altra
fermata a Monaco di Baviera dopo quattro giorni dove ci dettero, per fortuna,
la possibilità di pulire i carri e ci dettero delle paglie da metterci dentro.
Era la Croce Rossa tedesca che ci assisteva direi anche abbastanza umanamente.
Ci dettero anche una zuppa calda. Però la Croce Rossa ha l'obbligo di segnalare
alla Croce Rossa internazionale dove avvengono i passaggi di convogli carichi
di bambini, malati e vecchi. Ma mai è arrivata alla Croce Rossa internazionale
nessuna segnalazione, almeno così sembra e così si dice.
Auschwitz
La sera del sesto giorno arrivammo ad Auschwitz. Il
treno sostò nella stazione di Auschwitz, la stazione della città, tutta la
notte e la mattina successiva. Poi nel primo pomeriggio cominciò a muoversi il
treno ed entrò nel campo di Birkenau. Il campo di Birkenau è sempre il campo di
Auschwitz che è stato costruito per lo sterminio. Sta a circa 3 km dal campo
principale, quello di Auschwitz. Questo era formato da vecchie caserme
dell'esercito polacco, il campo di Birkenau era stato costruito dai prigionieri
che erano stati deportati ad Auschwitz ed erano tutte baracche in legno,
eccetto una piccola parte che era in muratura. All'interno del campo di
Birkenau c'è una stazione con tre banchine che possono smistare tre convogli
per volta e pensate che in quel periodo arrivavano ad Auschwitz un numero
interminabile di convogli, sostavano fuori della stazione e poi entravano
appena si liberava un binario, una banchina all'interno della stazione.
Aprirono i carri e credemmo di aver sofferto
l'indicibile ma il peggio doveva ancora venire. Sempre con i bastoni alzati,
pronti a menare botte a chi si attardava per qualsiasi motivo, con i cani che
abbaiavano e che si slanciavano verso i prigionieri, cercavano di mettere
ordine. A parte il fatto che noi non capivamo che cosa volessero perché nessuno
riusciva a capire il tedesco. Era normale che avendo viaggiato a parte
cercassimo i nostri cari. Mi ricordo che vedemmo prima i miei fratelli, mio zio
e poi andammo alla ricerca di mia madre e mia sorella che trovammo e fu
l'ultima volta che vidi mia madre. Mia madre piangeva, diceva "Non ci
vediamo più", volle darci la benedizione, poi disse "Andate"
perché arrivavano delle SS con i bastoni alzati ed ebbe paura per noi, non per
lei. Disse proprio "E' finita", aveva capito.
La selezione
Formarono due file e cominciò lì l'eccidio, una fila
di uomini e una fila di donne.
Cominciò prima a muoversi la fila di donne. Davanti
c'erano un gruppo di SS, di ufficiali e di semplici militari con un bastone
alzato. C'era uno di questi che poi sapemmo essere Mengele, il capo dell'équipe
medica di Auschwitz, che con un bastone, con un frustino indicava destra e
sinistra, quelli che dovevano, potevano andare a lavorare e quelli che invece
dovevano andare a morire. Le due file erano affiancate a distanze di pochi
metri l'una dall'altra. Accaddero delle scene terribili perché particolarmente
le donne avevano molte in braccio o per mano un bambino. Siccome le mamme erano
giovani potevano andare a lavorare e cercavano di togliergli i bambini. E
vedevi queste mamme che si disperavano, urlavano e piangevano, li rincorrevano
e qualche volta riuscivano a
prendere i loro bambini. Allora ripassavano davanti al medico del campo e
mandavano madre e figlio, madre e piccolo, e piccoli, perché tante volte erano
anche due o tre, dalla parte dei malati e degli anziani. Io dico anziani, chi
aveva più di 45 anni andava tra gli anziani e non tra i giovani e non andava a
lavorare. Poi la stessa cosa, io vidi lì mentre separavano mia madre da mia
sorella, mia madre da una parte e mia sorella dall'altra; poi la stessa cosa
per gli uomini, mio nonno e mio padre da una parte e noi giovani dall'altra.
Entrando lì dalla stazione si vedevano dei fabbricati in muratura con delle
ciminiere, noi pensammo che potessero essere le fabbriche dove avremmo dovuto
lavorare. Da queste ciminiere usciva fumo, fumo e fiamme, ma fu un'illusione
che durò molto poco, perché subito ci dissero che erano i forni crematori.
Quelli che erano andati dall'altra parte uscivano dal campo con il fumo di quei
camini orrendi, terribili.
L'immatricolazione
Ci portarono in un fabbricato, ci denudarono
completamente, dovemmo lasciare tutti nostri abiti; non so quanto tempo ma per ore
siamo stati là, nudi, completamente nudi. In questa baracca ci fu fatta la
depilazione completa, in qualsiasi parte del corpo vi fosse un capello, un pelo
veniva rasato completamente a zero. Poi c'era un prigioniero che aveva un
guanto di iuta, lo immergeva nel secchio dove c'era, credo, della creolina,
disinfettante e ce la passava per tutte le parti del corpo, era una cosa
terribile. Poi c'era l'immatricolazione, ci veniva assegnato un numero, questo
numero ci veniva tatuato sul braccio sinistro e ci dissero subito che il nostro
nome non esisteva più. II nostro nome era quel numero. Non era facile imparare
il numero in tedesco senza capire una parola di tedesco; eravamo tutti molto
preoccupati, ognuno cercava di chiedere, di domandare come si dicesse. Era una
confusione davvero infernale. Ci vennero dati degli stracci da indossare, erano
delle casacche, pantaloni a righe, come avrete visto nel film di Benigni
"La vita è bella". Quando ci consegnarono quegli stracci bisognava
prenderli così com'erano, quindi magari una persona alta e grossa prendeva una
misura che non gli entrava e viceversa. Allora avvenivano gli scambi tra noi
che eravamo lì. Eravamo ormai distrutti, la stanchezza dei sette giorni di
viaggio, le emozioni, il pensiero di quello che era successo ai nostri
familiari. Eravamo in uno stato di completa confusione, confusione anche
mentale. Comunque finito tutto questo che è durato qualche ora, nel pieno della
notte ci accompagnarono nella nostra baracca. Entrammo nella baracca e dopo
poco che eravamo lì, dopo forse un paio d'ore, non più di due ore, due ore e
mezza, suonò la sveglia. La sveglia veniva data, era un tubo d'acciaio di un
diametro di circa 10 cm appeso che veniva percosso con un bastone d'acciaio.
Faceva un rumore terribile perché acciaio contro acciaio, questo tubo vuoto,
percosso da questo bastone pieno d'acciaio, non c'era possibilità di non
rimanere svegli. Contemporaneamente i capo entravano nella baracca e
cominciavano a urlare, quell'urlo terribile; è stato un po' un incubo per
parecchio tempo anche dopo che sono tornato, e non solo a me ma anche ad altri,
e con un bastone alzato contro chiunque si attardava per un istante e non
scendeva subito dal giaciglio.
Il lavoro
Il lavoro ad
Auschwitz... io vi dico subito, quello che vi sto raccontando del lager non
sono le cose straordinarie, diciamo che è la quotidianità del campo, cioè non
vi racconto l'orrore, certe cose a cui purtroppo io ho dovuto assistere. Non mi
piace l'orrore, io spero che riusciate a capire che cos'era il lager anche
attraverso quello che succedeva comunemente tutti i giorni. Però vi posso dire
che accadevano le cose più terribili. Comunque, l'avvio del lavoro, venni chiamato
a far parte di un commando che si chiamava Kenisgrabben. Poiché Auschwitz sorge
su una zona umida quando ci sono precipitazioni si allaga tutto; noi dovevamo
scavare dei canali in modo che l'acqua quando pioveva potesse fluire. Un lavoro
terribile perché cominciava a far caldo. Io sono arrivato il 24 maggio e stava
cominciando l'estate, cominciava a far caldo; dovevamo lavorare sotto il sole,
fare un lavoro fra l'altro di fatica, di braccia, di cose che non avevo mai
fatto, al quale nessuno di noi era preparato; e poi scavare questi canali con
delle vanghe, delle zappe, dei picconi, farlo per 8‑9‑10 ore
durante la giornata, una cosa assolutamente terribile soprattutto per chi non
era abituato. E la sete, non ci veniva fatto il rifornimento d'acqua, lavorando
così c'era il pericolo di rimanere disidratati. Però quelli più anziani, cioè
quelli che erano lì prima di noi, ci avevano insegnato un sistema, cioè nella
parte dello scavo che andavamo facendo infilavamo una canna, sotto la canna
mettevamo una ciotola, dentro la
quale scendeva, attraverso questa canna, goccia a goccia della fanghiglia ed
era quello che bevevamo. Era l'unico mezzo per non morire, però malgrado
questo, non soltanto per la sete naturalmente, c'era tanta gente che non ce la
faceva o per le percosse o perché stava male, ecc. Non erano pochi quelli che
rimanevano là, allora la sera ritornando al campo dovevamo caricarli sulle
barelle, portarli a spalla, farli entrare nel campo, andare all'appello,
allineare questi corpi al lato della fila in modo che quando venivano a fare
l'appello fossero tutti contati, e se il conto non tornava ancora l'appello
poteva durare anche delle ore, cioè tante persone erano uscite, tanti non
uomini, perché purtroppo neppure ci chiamavano uomini, i tedeschi ci chiamavano
stuke cioè pezzi. Quando venivano a
contarci per l'appello ed eravamo solo 500, ci dicevano 500 stuke e segnavano
500 stuke. Praticamente non eravamo
più allo stato di persone, non eravamo niente, eravamo soltanto gente che era
lì in attesa di morire e basta, perché sapevano perfettamente che da lì vivi
non si poteva uscire.
Ai primi del
giugno `44, cominciarono ad affluire ad Auschwitz i trasporti che venivano
dall'Ungheria. Gli ebrei ungheresi erano stati concentrati in ghetti in
Ungheria, vivevano là in questi ghetti, mentre la deportazione in Italia era
iniziata nell'ottobre del 1943, nel giugno 1944 gli ungheresi stavano ancora in
Ungheria, cioè nei campi o ghetti, lì dov'erano nati. Decisero di portarli ad
Auschwitz anche a loro e quando arrivarono questi trasporti erano 400.000
ungheresi. Una sia pur piccola parte di questi dovevano entrare nel campo e
allora il posto per quelli che dovevano entrare doveva essere lasciato da
quelli che già c'erano. Allora veniva chiamata la selezione. La selezione
poteva avvenire in due modi: ci chiudevano nella baracca, entrava un gruppo di
medici e di soldati SS, noi allineati nel corridoio della baracca tra le due
file di letti a castello di legno a destra e a sinistra, tutti lì allineati,
uno sguardo rapido, indicavano col bastone, un soldato veniva lì alzava la
manica del braccio sinistro prendeva il numero e se ne andava. Poi tornavano,
qualche volta dopo mezz'ora, qualche volta il giorno dopo, ritornavano,
chiamavano questi numeri, venivano fatti uscire dalle baracche venivano portati
al Sonder Kommando, cioè il blocco numero 8 e venivano rinchiusi là dentro.
Un altro modo
di fare la selezione era quello che dovevamo uscire dalle baracche
completamente nudi, il gruppo di tedeschi davanti alla fila, dovevamo passare
di corsa davanti a questi col bastone che indicavano chi doveva andare a morire
e chi poteva ritornare poi nella baracca. In quel periodo queste selezioni a
turno un gruppo di baracche per volta, avvenivano con una notevole frequenza,
generalmente ogni due settimane. Poi, arrivati al mese di agosto ogni tre
settimane, evidentemente avevano già smaltito il grosso del "lavoro".
Quando, questi che erano stati messi nel blocco 8 dovevano uscire, noi venivamo
tutti rinchiusi nelle nostre baracche e questi venivano fatti uscire, molto
spesso si sentiva lo strisciare dei piedi di questa gente che andava a morire.
Però niente gesti di disperazione, urla, ecc. Assolutamente niente, solo
silenzio, sapevamo che questo gruppo di prigionieri, che erano un centinaio di
persone, venivano portate nelle camere a gas. Ora c'erano degli uomini, anche
lì, anche tra quelli che andavano a morire, c'era qualcuno che cantava lodi al
signore.
I forni
crematori non bastavano, non ce la
facevano, anche se erano stati costruiti per essere in grado di bruciare 10.000
corpi al giorno, però non ce la facevano. Allora aprirono delle immense fosse
al di fuori del campo, a poche centinaia di metri. Arrivarono i camion
direttamente dalle camere a gas, scaricavano in queste fosse i corpi, e poi gli
davano fuoco con il lanciafiamme. Era uno spettacolo orrendo, terribile.
Lo sterminio degli zingari
Mi ricordo che circa il primo agosto, nel campo
vicino al nostro (c'era il campo A, di quarantena, il campo B dove c'erano due
file di baracche divise da filo spinato in cui passava la corrente, fino al
campo I, alle spalle c'era il campo delle donne, vicino alla stazione) c'erano
degli zingari, ma per loro non era stata decretata la "soluzione
finale". Vivevano in gruppi familiari completi, c'erano i bambini, avevano
anche conservato i capelli; sembravano felici, avevano i panni stesi al sole,
avevano conservato gli strumenti, la sera facevano musica, erano pieni di vita.
La notte del primo agosto sentimmo le urle dei tedeschi e poi gente che si
chiamava, bambini che piangevano, chi si perdeva, poi silenzio. La mattina
andammo a vedere, il campo era del tutto deserto, c'era un silenzio. Fino a poche ore prima tanta confusione. Un
silenzio agghiacciante, direi innaturale. Sapemmo subito che durante la notte
8.000 persone erano state mandate ai forni crematori.
Poi la
separazione dai miei fratelli, mia sorella l'avevo vista un paio di volte, una
ragazza romana mi disse che Anna era lì. Era senza capelli, con un fazzoletto
in testa, disse che stava bene ma che stava perdendo i denti. Ci siamo visti il
giorno dopo, poi niente. E' iniziato l'inverno, un freddo terribile.
La liberazione
Il 27 gennaio il campo venne evacuato per una serie di circostanze e
venni liberato.
Io mi ammalai
nel momento giusto, i tedeschi sapevano che dovevano abbandonare il campo,
c'era stata una rivolta e dei prigionieri avevano fatto saltare un forno
crematorio, il numero 4.
Le truppe sovietiche avanzavano e i tedeschi allora fecero saltare
tutti i forni.
Io andai in
ospedale: dall'ospedale non si ritornava, era la sala d'attesa per la camera a
gas. Era raro che un malato tornasse al campo. Mi ammalai seriamente, ma non
c'erano camere a gas né forni. I tedeschi portarono via tutti, fino al 20 di
gennaio del '45, rimanemmo pochi prigionieri. Tornarono il 21, ci videro
uscire. Dissero che se c'era qualcuno che non poteva camminare sarebbe andato
con i camion. La colonna dei prigionieri cominciò a muoversi, era il 22
gennaio, poi sentimmo le scariche dei mitra verso chi aspettava i camion. 1
tedeschi erano nervosi per i russi e si stava facendo scuro, allora insieme ad
altri rimanemmo indietro nella fila.
Ad un tratto
non c'era più nessuno, né tedeschi né prigionieri. Ormai era notte, faceva un
freddo terribile e non potevano rimanere lì, cercare un rifugio era un rischio,
potevamo essere presi o scambiati per tedeschi dai russi. Camminammo forse
qualche ora, poi vedemmo delle sagome di edifici ed entrammo. Era il campo di
Auschwitz, dal nostro campo a lì erano tre km, per cui o avevamo fatto un giro
largo o il tempo sembrava interminabile; non so. Entrammo, i tedeschi non
c'erano.
Il 27 gennaio
alle due del pomeriggio uscii per sciogliere un po' di neve. Chi era rimasto
era in condizioni pessime, il campo era disseminato di corpi; malgrado questo,
cercavamo qualche radice da mangiare, e neve da bere. Aprii la porta e vidi un
uomo coperto da un mantello bianco, era un soldato sovietico. Tirò fuori un
mitra ma si accorse che ero un prigioniero. Entrò e dissi ai miei compagni che
erano arrivati i soldati russi. Forse potete pensare a scene d'entusiasmo,
abbracci, assolutamente no. Non c'è stato nulla. Ricordo
un mio
compagno che aveva riscaldato la neve e faceva delle abluzioni: come se la cosa
non lo riguardasse. Solo dopo, qualcuno cominciò a pregare. Ho visto diverse
volte la liberazione di Auschwitz nei documentari, l'ho vista girare. Era stata
una settimana dopo. Questa è stata la mia odissea, quando sono tornato non ho
trovato nessuno, ero rimasto solo' e disperato. Adesso scusate vado a prendere
un bicchier d'acqua.